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Star Trek IV: Rotta verso la Terra (1986)

by Germano on 18/08/2011
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Se ne discuteva ieri su faccialibro. In piena Operazione Nostalgia.
Ero piccino. Credo fosse il 1987 o ’88. All’epoca i film ci mettevano un paio d’anni per arrivare da noi tradotti e doppiati degnamente. E le megattere, per me bambino appassionato di creature di milioni di anni fa, dinosauri su tutto, erano una visione. Ancor di più se associate a un film di fantascienza, ovvero a navi spaziali e armi laser.
Ma siamo sinceri, all’epoca a farla da padrone nell’immaginario di tutti i ragazzini come me erano lo Starfighter, videogioco/reclutamento per la Lega Stellare e, soprattutto, la Spada Laser, rossa o blu. Il verde sarebbe arrivato col Ritorno dello Jedi, ma noi ci siamo innamorati della prima, quella di Anakin, che Obi Wan custodiva nel suo esilio desertico…
Star Trek è tutt’altro tipo di fantascienza. Parlata, pensata, persino moralistica, secondo una visione di vent’anni prima, di fratellanza universale. I phaser non soddisfacevano le voglie di luci stroboscopiche, tanto quanto vedere i protagonisti, già leggende per i fan della prima ora, qui alle prese con la mezza età non sempre generosa con tutti, Kirk per cominciare. E se Nimoy è invecchiato da vero vulcaniano, tanto da permettersi di sfoggiare, ancora due anni fa, un look rugoso e asciutto da vate della fantascienza classica, Shatner è un vecchio bolso e rossiccio, i cui eccessi si leggono tutti, evidenti.
Kirk coi capelli cotonati (finti, si dice) è difficile da mandare giù. Ma quelle balene, be’, sono la contaminazione decisiva che fa spiccare il film e lo rende unico.

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Rotta verso la Terra, diretto da Nimoy, si colloca nella continuity, seguito dell’episodio precedente e scusa per far restare Kirk al comando di una nave stellare, in modo che la sua missione di esplorare nuovi mondi non debba finire mai.
Non sono un trekker e si vede. Probabilmente non lo sarò mai, a meno che non valga la mia somiglianza caratteriale col Capitano (qui Ammiraglio), sempre pronto a esplorare in senso letterale nuove civiltà aliene. Ragion per cui, non so dirvi le decine e decine di curiosità che questo film contiene; roba da appassionati che, forse, dato che non siete trekker neanche voi, lascerebbero il tempo che trovano.
Qui abbiamo di fronte la classica fantascienza trekkiana, il cui lato comico è stato volutamente accentuato, per alleggerire il tutto e perché, vista l’esile trama, non sussisteva, a mio avviso, alternativa credibile. Serietà e drammaticità in un intreccio che prevede il salvataggio di due megattere dal pianeta Terra degli anni ’80 lasciano il tempo che trovano. Meglio gestire quindi il tutto dal solito punto di vista: paradosso temporale, sorpresa reciproca, esplorazione del nuovo mondo che vede come unici elementi di cesura tra passato e futuro le orecchie a punta di Spock e la tecnologia superiore di kirk, dotato di comunicatore (che impallidisce di fronte ai nostri attuali telefoni cellulari) e teletrasporto, postulato ma ancora adesso non attuabile. La velocità warp, che consente alle astronavi di muoversi a velocità maggiori a quelle della luce, è il corollario di ogni civiltà fantascientifica che si rispetti per annullare le grandi distanze siderali.

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Ma come sempre, un film di Star Trek è occasione per Spock di mostrare la sua logica, filtrata attraverso l’ottica umana, quella della sua metà materna. Di lanciare stoccate moralistiche ai nostri danni, morale che però possiede buon senso, di offrire l’ennesimo spaccato della società vulcaniana, a distanza di decenni ancora costantemente arricchita da piccole, gustose scene, talvolta in contraddizione con lo sconfinato universo della continuity. Qui, ad esempio, la madre di Spock sostiene che il figlio possieda le emozioni in virtù della sua discendenza umana; altrove si è sempre affermato che i vulcaniani provano emozioni ben più radicate e potenti rispetto agli umani, tanto da essere stati costretti, in quanto civiltà, a sopprimerle per preservare la propria specie dall’auto-distruzione. Come dicevo poc’anzi, problemi per trekker.

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La bellezza di questo film è nel canto della megattera, sublime e sconosciuto, e insieme malinconico e struggente. Tale da ispirare l’idea che una sonda aliena giunga in prossimità della Terra per mettersi in contatto, periodicamente, con le balene e che, mancando la risposta a causa della loro estinzione, la persistenza della stessa stia per causare la distruzione del nostro pianeta. Kirk e soci percorrono il tempo a ritroso per recuperare almeno due esemplari di megattere sperando che, una volta portate indietro, queste contattino in qualche modo la sonda per far cessare l’attacco involontario ai nostri danni.
La razza umana è impotente in presenza di un evento naturale di fronte al quale, come accade spesso, non può nulla.
A parte la familiarità coi personaggi, resta la bellezza di animali unici, alternati tra riprese di vere balene e modelli artificali ultra-realistici e una frase di Kirk, considerazione amara e monito: “Cancellando questa specie, l’uomo stava cancellando il proprio futuro”. Di frasi così, non se ne sentono più.

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