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Stalker (1979)

by Germano on 19/02/2010
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Mia cara, il mondo è infinitamente noioso, perciò non possono esistere né la telepatia né i fantasmi né i dischi volanti. Niente di tutto questo. Il mondo è regolato da leggi ferree che lo rendono insopportabilmente noioso. (Lo Scrittore)

A volte si comincia nel modo più banale, leggendo un bell’articolo sulle Zone Finestra, sul blog di un amico. Poi si schiaccia il tasto play e si ascoltano parole che tu stesso, prima, hai utilizzato per commentare quel medesimo articolo. Parole usate trent’anni prima, da uno Scrittore, per descrivere la monotonia del mondo com’è oggi, paragonato a quanto vivo e ricco doveva essere nel buio medioevo.
Be’, si rimane un po’ spiazzati. E si finisce non dico col credere, ma con l’accogliere con minor scetticismo le teorie sulla circolazione delle idee, sempre a disposizione di chi ha la capacità o la fortuna di coglierle.
Stalker è un film del 1979 di Andrei Tarkovsky, sceneggiato a partire dal racconto del 1971 “Picnic sul ciglio della Strada” di Arkadi e Boris Strugatsky, finiti oggi loro malgrado al centro delle cronache per il caso Avatar.
La fantascienza non banale, esistenzialista, filosofica. Che si lascia sedurre dal simbolismo delle immagini rischiando di sprofondare in una noia mortale o nella più alta illuminazione.
Resta questo film dipinto, cupo, che ondeggia dal bianco e nero al colore, che indugia in pause interminabili su una verde realtà desolata attraverso la quale si muovono tre figure, secondo percorsi noti ad uno solo di essi.
Lo Scrittore e il Professore ingaggiano uno Stalker, una guida, per essere condotti attraverso la Zona verso una stanza nella quale, si racconta, una misteriosa essenza che promana dalla zona stessa legge i desideri dal cuore degli uomini e li esaudisce.
Si dice che la Zona, un tempo luogo di una fiorente cittadina, sia tutto ciò che resta dopo l’impatto di un meteorite. Si dice che al suo interno le leggi della fisica siano sovvertite. Si dice che molti non vi abbiano fatto ritorno perché vittime dell’entità che la sovrintende e che quelli che siano riusciti a entrare nella stanza vi abbiano trovato la felicità.
La Zona è circondata e posta sotto il controllo dei militari che ne sorvegliano l’accesso. Tuttavia i soldati ne sono impauriti e non si preoccupano di inseguire gli eventuali incauti visitatori. Una volta al suo interno, solo uno stalker, che non è tale per assegnazione, ma perché ne ha ricevuto un dono intrinseco, è capace di riaccompagnare i viandanti nuovamente nel mondo esterno.
Non so dirvi cosa sia Stalker. A quanto sembra il film è una rivisitazione, molto personale, del regista Tarkovsky. Una ragione in più per considerarlo un’opera a sé stante e per non metterla a paragone con la sua fonte. Posso dirvi, però, cosa non è.
Non è semplice intrattenimento. E non è, per intenderci, il film che dovreste guardare per passare una serata tra amici o con la vostra ragazza, se ci tenete al vostro rapporto sentimentale…
Scherzi a parte, l’impianto è sovrabbondante di simbolismo. Non credo ci sia un singolo dettaglio mostrato che sia casuale. Tutto ciò che viene inquadrato, finanche i particolari più impensabili, è lì perché il regista ce l’ha voluto mettere.

La fotografia è monumentale in entrambe le fasi, la prima in bianco e nero e la seconda, all’interno della Zona, a colori e offre panorami silenziosi e deserti, superfici liquide riflettenti che dilatano la percezione dello spazio e primi piani di una purezza straordinaria.
Più metafisica che fantascienza, con motivazioni terrene e inconsce a spingere i personaggi/protagonisti, archetipi di umane passioni e disperazioni:

– lo Scrittore teme di perdere la sua ispirazione. L’atto stesso dello scrivere è fonte di estremo dolore per lui che si sente divorato dai suoi stessi lettori, consapevole che la sua parentesi terrena, dopo la sua morte, sarà spazzata via dal sopraggiungere di un altro che prenderà il suo posto. Vano e futile appare il suo esistere e il suo sacrificio. Egli è il primo a intuire il modo in cui la Zona risponde ai suoi interlocutori, ovvero soddisfacendo le richieste dell’inconscio umano, non i desideri palesi.

– il Professore è un fisico alla ricerca del Nobel, della scoperta di un luogo rivoluzionario quale appare essere la Zona e sembra essersi affidato una missione da compiere non appena avrà appurato che il potere da essa emanato è reale… distruggerla per evitare che a uomini senza scrupoli venga concesso il potere di soddisfare desideri aberranti.

– lo Stalker, l’essere più infelice di tutti; disadattato, incapace di qualsiasi rapporto umano, ma l’unico capace di leggere i messaggi criptici della Zona, di interpretarne i sentieri e, allo stesso tempo, l’unico a cui non verrà mai data la possibilità di entrare nella stanza e che tornerà alla sua famiglia, da sua figlia, una bambina che reca in sé stessa, forse, l’emanazione di un potere incomprensibile.

Quarta presenza, un cane nero incontrato dai tre protagonisti nella Zona, un cane che a me ricorda il guardiano dell’oltretomba nelle raffigurazioni del dio Anubi, mentre custodisce, accucciato lì accanto, il riposo dello Stalker.

Più che un film, Stalker è un’esperienza visiva a sé stante e perciò non prestabile a termini di paragone.
Potreste trovarlo noioso da morire o bello in modo sconvolgente, una cagata pazzesca o un capolavoro immortale. Sono tutti giudizi ampiamente condivisibili.
Sicuramente è un’opera da tenere presente che, per la sua stessa struttura, è fonte di innumerevoli interpretazioni.
Un po’ deludente, devo proprio dirlo, nella sua tranquillità sonnacchiosa. Tutta la violenza, l’imparziale indifferenza incarnata dalla Zona è trasmessa dalle carcasse arrugginite di alcuni carri armati, residui di una passata e fallimentare incursione, e dai crudeli racconti dello Stalker smentiti dall’esperienza diretta che di essa i tre protagonisti vivono.

Non mi sento di consigliarvene la visione. Ripeto, Stalker non è intrattenimento, ma un tentativo raro. Un’anomalia. Un pezzo di cinema. Un’ambientazione ripresa da prodotti molto più celebri e attuali che non è il caso neppure di citare.
Non so neppure dirvi se sia bello o brutto, almeno secondo le più comuni accezioni dei termini. Non ne sono in grado. Resta solo il film. Solo lui. Decidete voi se vederlo oppure no.

Si racconta che la Zona, o meglio la raffigurazione che di essa ci è mostrata nel film, sia stata ispirata da un incidente nucleare avvenuto nell’allora Unione Sovietica, nel 1957 a Chelyabinsk, a seguito del quale un’area di diverse centinaia di chilometri quadrati risultò contaminata dalla ricaduta radioattiva. E che alcuni degli esterni siano stati girati nelle campagne nei dintorni di Černobyl, teatro, nel 1986, di una nuova catastrofe nucleare (sì, da questo film è stato tratto il videogioco). Io avevo dieci anni all’epoca e ricordo i titoli dei giornali e dei telegiornali come fosse ieri.
Coincidenze che soltanto il cinema riesce a dare? Forse.
A me piace pensare che in siffatti luoghi, agli estremi confini dell’umanità, si possa trovare la strada. Il vero problema, poi, diviene la scelta; se percorrerla o meno.

Scheda del film su IMDb

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