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Sin City (2005)

by Germano on 13/02/2012
Book and Negative
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Più vado avanti, intestardendomi nello scrivere questo blog, più mi rendo conto che, tra coloro che apprezzano il cinema (e la letteratura), non tutti lo vivono come me.
La differenza è tutta qua. Sembra riduttiva, e per coloro che non lo vivono certamente è così che appare, ma non per me. Inutile quindi stare a spiegare e insistere su tesi inintellegibili da parte di una buona metà degli spettatori. C’è chi guarda al lato tecnico, c’è chi il cinema lo vive, appassionandosi a ogni singola inquadratura, alle storie e ai personaggi, illudendosi che siano reali, volendoli come vicini di casa.
Stiamo guardando sempre le cose dalla medesima prospettiva alterata, la nostra altra realtà. So benissimo che Alexis Bledel non è Becky e non fa la prostituta, per campare, ma l’attrice. Ma mi piace pensare che, da qualche parte, Becky sia reale e telefoni ogni giorno, quando stacca dal lavoro in strada, alla mamma per chiacchierare, un po’ come Rory Gilmore, citazione, dicono, ed epitaffio. Ecco qua, cosa corre tra me e voi.
Sin City lo vidi al cinema. Mi sembrava un’idea fighissima mettere in scena la storia nerissima e violentissima di Marv e anche le altre. Ma devo ammettere che era Marv, l’attrattiva principale. E c’era anche un po’ di cusiorità per Nancy. Chi l’avrebbe interpretata? C’era davvero un’attrice degna di rappresentarla?
Interrogativi e noia, perché odio le sale cinematografiche.
La regia di Rodriguez non mi entusiasmava, così come non mi entusiasma la collaborazione con Tarantino. E ora che ho un blog e che di collaborazioni ne ho ben due, posso dire: Cavolo, là fuori c’è qualcuno che non sopporta me e le mie collaborazioni e mi rimprovera le stesse cose che io rimprovero a Rodriguez! Tutto questo, naturalmente, facendo i dovuti paragoni, ché ancora non m’illudo di arrivare a contare quanto lui…
La storia di Marv, dunque, e della sua vendetta sul Cardinale Roark. Tavole a fumetti magnifiche, con uno stile che lessi, all’epoca sui numeri della moritura testata Hyperion, come rivoluzionario. Mai sentito prima, Frank Miller, ma da allora mai dimenticato.

***

Scorrono i titoli di testa e la sensazione è proprio la stessa che ha Marv, stordimento e confusione, come se qualcuno fosse strisciato nella stanza nottetempo e gli avesse ammazzato la donna a letto accanto a lui. Voce fuori campo fastidiosa (colpa del doppiaggio) e fedeltà alle tavole delle graphic novel davvero sconcertante. Tanto che sembrano ricalcate. Col senno di poi, la coscienza dell’otaku e il possesso del dvd, verificai, man mano, che ogni tavola corrispondesse a singola scena del film. Risultato grandioso. Ma, ehi, l’atmosfera che m’ero creato io leggendo di Marv a fumetti non è l’atmosfera che Rodriguez, con la complicità dello stesso Miller, medesime tavole alla mano, ha creato.
Come dire, si capiva fin dall’inizio che Marv, oltre a essere uno nato nel secolo sbagliato, che si sarebbe trovato bene a sventolare un’ascia nei campi di battaglia e decapitare i nemici, era uno non proprio umano, e nella forza e nella resistenza. Ma faceva parte del personaggio, lo stesso che aveva preso Gladys, la sua pistola, al tizio più forte con cui aveva fatto a botte, e che l’aveva nascosta a casa di mamma (che mi ha sempre ricordato la mamma di Scorsese, visibile in Quei Bravi Ragazzi e Casino) che lo tratta sempre come il dolce figlioletto un po’ vivace. Ovvero, la sua forza straordinaria era cucita addosso al personaggio, qui invece è solo accessoria, un dato di fatto e basta. Intera sequenza, e di conseguenza intere tavole, lasciate da parte. La mamma dava fastidio, meglio concentrarsi, a dire di Rodriguez, sul resto. Solo che… mah.
E il resto è pure buono, capiamoci, soprattutto Elijah Wood/Kevin serial killer, con la giusta faccia, dolce e inespressiva al tempo stesso. Rourke che fa Marv. Non c’è voluto molto a farlo entrare nel personaggio, un mento posticcio e una parrucca, più o meno: il resto l’hanno fatto i chirurghi plastici nei decenni precedenti. Sono cattivo, lo so. E Hauer che fa Roark. E non so, il Roark nano del fumetto a cui vengono sbriciolate le ossa (tutte) da Marv fa tutto un altro effetto.

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Poi tocca a Clive Owen/Dwight, alla compianta Brittany Murphy/Shelley, a Benicio Del Toro/Jackie Boy e alle signore: Rosario Dawson, Alexis Bledel, Devon Aoki che ci portano nei vicoli della Città Vecchia di (Ba)sin City, dove loro sono la legge. Sempre la voce fuori campo, sempre noiosa, innamorata di Miho (Aoki), più che di Gail (Dawson). Pare proprio così.
Benicio del Toro è stato truccato, esattamente come Rourke, ma a detta di Rodriguez, il trucco è venuto talmente naturale che la gente tuttora crede che Del Toro sia così brutto.
Sin City vuole darsi arie da noir, soprattutto in questo episodio, dove vige l’agnizione e il morboso. Strano esperimento, questo film, che trae spunto non già da un fare nostalgico, sarebbe infatti neo-noir, ma dalle tinte imposte al fumetto dal suo stesso creatore, che si diverte, cosa apprezzata assai, a disseminare il binomio con tinte di colori pastello che risaltano come cromature all’incontrario. Gli occhi di Becky, il giallo del Bastardo, il rosso delle labbra di Goldie e il biondo dei suoi capelli.
Il fatto che ci sia Miller dietro tutta questa operazione, si concede addirittura un cameo nella parte del confessore freddato da Marv con Gladys, mi fa propendere perché sia esattamente questa l’atmosfera giusta per gustarsi le graphic novel. L’errore di percezione, quindi, parrebbe essere mio. Chi sono io per negare facili atmosfere jazz o un Marv che ha poco o nulla dell’epica che aveva quand’era statico, a colui che quelle atmosfere e quel Marv ha creato nella sua testa?

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Un po’ risulta spiazzante vedere il bianco e nero in un’epoca che se l’è dimenticato. Ma, ribadisco, non è farina del sacco di Rodriguez che, dal suo canto, s’è limitato a fare operazione di ricalco. Qua c’è Miller e la CGI. Differenza epocale e abissale. Se pensiamo alle scene nel club, con Dwight al tavolo, Shelley che gira col vassoio, Marv al bancone e Nancy che si dimena sul palco, non dobbiamo credere sia una scena corale come non si poteva fare a meno sessant’anni fa, ma che sia la magia della CGI che ti fa apparire Alba alle spalle di Rourke quando i due sul set non si sono mai incrociati. Rourke non ha visto neppure Wood, neanche quando Marv gli mette le manette e lo colpisce. I due hanno recitato in periodi separati. Brittany Murphy, addirittura, ha sbrigato la sua pratica in un solo giorno.
Non è una lamentela, la mia. Anche perché sono soddisfatto, musiche a parte, del risultato finale. Ci sta. È solo una presa di coscienza di come i film siano lavorati in maniera diversa. La consapevolezza che gli attori possano recitare e interagire sullo schermo senza mai essersi visti dal vivo, ecco, quella mi lascia un po’ perplesso.
Bruce Willis/Hartigan e Jessica Alba/Nancy, invece, hanno recitato insieme, a quanto pare. A loro lo Yellow Bastard, unica macchia di colore in uno spettacolare scorcio di bianco e nero sotto il maltempo. Solo che Willis non sembra proprio un ultra sessantenne. Vabbé, dettagli, ma anche no. Se uno si riferisce a sé come “vecchio” e “vecchio” proprio non sembra, qualcuno ha cannato.

***

Tarantino si concede il lusso, per ricambiare un favore fattogli da Rodriguez in quel di Kill Bill, di dirigere una scena per un dollaro, lo spettacolare duetto in auto tra Dwight e il cadavere di Jackie Boy. Ecco, la mano c’è, e persino il doppiaggio mi ha esaltato.
In questa sfilata di attori, la cui contemporanea presenza fa di Rodriguez una sorta di divinità del cinema moderno, mi va però di eleggere il migliore, in questo caso La Migliore: Alexis Bledel.
Più bella di Jessica Alba (inutile che carichiate le armi, sono immune ai proiettili, come Marv), di sicuro più elegante e con il ruolo più intrigante: quello della carogna.
Se fossi un attore spererei, prima o poi, di essere scritturato per un ruolo del genere. Quello del bastardo, vigliacco e traditore a cui, prima della fine, o proprio alla fine, viene presentato il conto. Ebbene, in questo trionfo di CGI, Alexis riesce a risultare in parte e credibile. Le telefonate alla mamma la consacrano come protagonista della parodia al tempo stesso più smaccata e distaccata di sempre, e la faccia che fa quando le offrono la sigaretta in ascensore, ti fa capire tante cose… che sia brava, tanto per dirne una. E che, ancora una volta, non è il talento a mancare, o la tecnica, o i grandi attori, ma i ruoli e le opportunità.
Comunque, Sin City è un film che s’è scavato un posto nella storia. Su questo non si discute. Il resto è opinabile.

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