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Point Break (1991)

by Germano on 02/10/2012
Book and Negative
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It’s not impossible to communicate by voice during free-fall. It’s extremely difficult to hear, but if you’re close enough to the other skydiver, it’s possible.

Non è impossibile comunicare con la voce in caduta libera. È estremamente difficile sentirsi, ma se si è abbastanza vicini gli uni agli altri, è possibile.

Credits: Hertzen, Deviant Art (clicca sull'immagine)

Cominciamo con una buona notizia, quindi, presa pari pari da IMDb. La presunta scena impossibile di Point Break, quella del lancio col paracadute, impossibile perché “i paracadutisti non parlano”, e quindi Utah (Keanu Reeves) e Bodhi (Patrick Swayze) non avrebbero potuto scambiarsi cotale figaggine durante il volo, TA-DAAAN! è possibile. Difficile, ma possibile.
E anche se fosse stata impossibile, bisogna sempre ricordarsi che questo, come tanti altri, è un fottuto film. E un fottuto film ha la sua tempistica, le sue esigenze, e se ne sbatte dei Malati di Realtà che si aggirano nelle sale con le poltrone rosse, dispensando acido e saggezza, come tanti xenomorfi con velleitarie pretese analitiche.
Per dire, ci sono errori evidenti, e quelli io non li perdono, e ci sono errori necessari a che il film non diventi una polpetta noiosissima.
A parte il fatto che Point Break l’ho visto e rivisto decine di volte, e la cazzata che i paracadutisti non parlano l’ho appresa solo adesso, visto l’andazzo iper-critico del momento. Immaginate che shock possa essere stato.
Ma parliamo di cose serie, Kathryn Bigelow che fa il cazzo di cinema che vuole lei, action, pieno di mazzate, ritenuto campo di esclusiva competenza maschile. E non solo lo fa, ma lo fa in modo tale da diventare punto di riferimento. Il lunghissimo inseguimento di Johnny Utah alle calcagna di Reagan, che prevede adrenalinici passaggi dentro le villette dei quartieri residenziali losangelini, con cani lanciati addosso, è solo una, eccezionale, di molte sfumature che questo film si prende.

***

C’era una cinepresa manuale da 35 mm chiamata “Pogo-cam”, che pesava circa otto chili, e usava giro-stabilizzatori presi in prestito da una normale stead-cam. Ecco, otto chili, un po’ di moto, e tutta la magnificenza delle scene sì d’azione, ma nitide, in cui non sfugge alcun particolare (qualcuno ha detto Michael Bay? Io? Nooooooo) e ci si sente davvero trasportati dentro la sequenza. Camera poi utilizzata qualche anno dopo in Strange Days, visto l’altissima efficienza e resa del POV. Sì, proprio lui, il punto di vista.
Poi, che altro?
Bodhi, diminutivo di Bodhisattva, essere compassionevole che rinuncia al Nirvana per la salvezza di altri, ma che fallisce, il Bodhi di questo film, portandoli tutti a morire, persino lui stesso.
Patrick Swayze è morto davvero, per malattia. Si dilettava come paracadutista, e infatti prese parte di persona alla famosa scena.
Un ruolo leggendario, rapinare le banche travestito da Reagan (insieme a Nixon, Carter e Johnson, quando uno dice: satira) e dispensare saggezza, permeata di New Age, come filosofo del Surf, della vita fuori dagli schemi, da sociopatico, incapace di accettare il sentire comune fino, come abbiamo visto, all’uscita di scena. E che uscita… ora ci arriviamo.

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Poi c’è Keanu Reeves, alias Johnny Utah, “centro-mediano di merda”, avvocato, ex-giocatore di football e, non si sa come, agente dell’FBI. E non solo, agente dell’FBI che, per infiltrarsi in una gang che, oltre a divertirsi sulla spiaggia, rapina le banche, impara a fare surf. E lo impara davvero, l’attore intendo, lo apprende talmente bene che lo pratica ancora oggi, ventun anni dopo.
Al suo fianco, Angelo Pappas (Gary Busey), che sembra aspettare un altro Mercoledì da Leoni, uno ancora, soltanto uno, per dimostrare chissà cosa.
E il surf diventa, unito alle rapine in banca e al carisma di Bodhi, la quintessenza del vivere al di là dei propri limiti, con personaggi che rischiano, come fosse naturale, la loro vita per sentirsi vivi, ché altrimenti sarebbero scarafaggi in assolate bare di metallo lanciate lungo le autostrade.
Ed ecco che la Bigelow riesce a presentarci questa follia e a renderla affascinante: sembra bello, rischiare la vita, e appagante, sembra avere un senso; complice anche la giovane età dei protagonisti, negativi, ma che riescono a irretire persino un agente incaricato di fermarli, sopraffatto al di là dello stesso istinto di auto-conservazione, da questo impeto nichilista.
Miraggio che, come abbiamo detto, dopo anni di reiterazione, per pagarsi l’estate infinita, finisce bagnato col sangue.
Il leader compassionevole Bodhi si trasforma in un saggio silenzioso, solitario, in fuga, disilluso, che aspetta la tempesta del secolo, e le onde più grandi che si siano mai viste, venti metri, anche di più.

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Point Break è il Mercoledì da Leoni portato alle estreme conseguenze, per uno dei due personaggi, che in realtà cerca, nell’autolesionismo, la liberazione per non finire in galera, oppure, nel caso migliore, un unico istante, quel cavalcare l’onda che, evento immenso, darebbe completezza alla propria esistenza; per l’altro, maturazione e consapevolezza, liberazione anche per questo, per Utah che si sbarazza, dopo aver perso il distintivo dell’FBI, anche di quello della polizia, per finire chissà dove, ma finalmente in pace, in spregio a doveri che non gli appartengono.
Alla fine, nessuna nostalgia di una giovinezza perduta, ma fine consapevole. Trama lineare, ma dalla portata e conseguenze ambiziose e condivisibili fino a un certo punto.
Resta sempre la questione dell’agente dell’FBI che fa surf e che si fa incoraggiare dal ragazzino che gli vende la prima tavola, rosa shocking. Resta Anthony Kiedis, dei Red Hot Chili Peppers, che si spara a un piede nella retata, la parola “fuck” prounciata 105 volte e il bodycount che si attesta a dieci, di tutto rispetto, ma lontano dai fasti di Zio Arnold; e soprattuto resta l’adrenalina di un cinema al femminile che amiamo alla follia.

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