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Phantasm (1979)

by Germano on 15/01/2010
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Non sia mai detto che io abbia gusti difficili!
In realtà, sì, ce li ho. Ma ogni tanto mi piace dimenticarli e guardare film che normalmente non prenderei in considerazione. E trovarli persino belli, o comunque apprezzabili, come nel caso di Phantasm (1979), capostipite della saga omonima, giunta al IV capitolo nel 1998.
La regia è di Don Coscarelli, nato a Tripoli, in Libia, ma cresciuto in California, personaggio interessante, con un originalissimo gusto cinefilo e allo stesso tempo, per il dettaglio truculento che non ti aspetti.
Questo primo capitolo è un curioso ibrido fanta-horror, sgangherato in alcune parti, ma che nasconde originali momenti di genio, alcuni dei quali, se debitamente sviluppati, avrebbero potuto dar vita ad un’opera avvincente.
Tenete presente che non ho mai visto i capitoli seguenti e che, quindi, tutte le mie considerazioni scaturiscono dalla visione del solo primo episodio.
Protagonista è Mike Pearson, un ragazzo che ha appena sofferto la perdita di entrambi i genitori e che, per reazione, si è legato morbosamente al fratello maggiore Jody, che non fa che seguire ovunque, persino quando questi si apparta con donne compiacenti tra le lapidi del cimitero locale…
Ma andiamo con ordine.

[ALLARME ANTICIPAZIONI IN BLU!]

Un nuovo lutto funesta la famiglia Pearson, la scomparsa di un caro amico di Jody. Mike, come al solito, temendo il distacco, ha seguito suo fratello, di nascosto, al funerale. Mettendosi a curiosare in giro, egli assiste ad una scena che ha dell’incredibile: il becchino e custode del cimitero, chiamato Tall-Man, l’Uomo Alto, -effettivamente interpretato da un attore gigantesco- solleva una bara di trecento chili con un solo braccio e la inserisce nel retro di un carro funebre. Questa visione lo colpisce talmente tanto che egli decide di investigare entrando, nottetempo, nel mausoleo del cimitero, per scoprirlo abitato da nani incappucciati -che tanto mi ricordano i Jawa di Star Wars- e sfere metalliche volanti perforatrici di teste; e per comprendere che l’Uomo Alto, proprio un essere umano non è. Evitando per un pelo di essere catturato dal becchino e dopo essere riuscito, per difendersi, a tagliargli un dito, egli torna a casa dal fratello e gli rivela tutto ciò che ha scoperto, mostrandogli il dito mozzato -da cui sgorga un liquido giallastro- come prova. Jody non è uno scettico e si lascia convincere quasi subito della realtà della storia, se non altro dopo che il dito si è trasformato in una creaturina insettoide volante, dagli occhi rossi, che tenta di ammazzare lui, Mike e il loro comune amico Reggie, gelataio di professione, stempiato, ma con un orribile codino, sopraggiunto a trovarli.

Coinvolto anche Reggie nella faccenda, i tre si recano nuovamente al mausoleo per scoprire la verità: i nani sono in realtà i corpi dei morti del cimitero -tra questi c’è anche l’amico di Jody deceduto all’inizio del film- rescuscitati, rimpiccioliti e inseriti in recipienti per essere poi spediti attraverso un passaggio dimensionale su un altro pianeta dove vengono impiegati come schiavi.

Come dite? Sembra una trama trash che più trash non si può? Sembra, anzi, l’apoteosi del genere?
Probabilmente avete ragione. Ciò che differenzia Phantasm dal Vendicatore Tossico, per intenderci, è che non ha comicità involontaria, tanto per cominciare. E basterebbe solo questo per salvarlo da qualunque stroncatura, a prescindere. Si sorride, è vero, ma solo quando è il caso. Il regista è un buon mestierante, non un maestro, ma dal film traspira tutta la sua passione per la fantascienza, soprattutto per Dune di Frank Herbert, omaggiato in due momenti: a) il bar del paese, frequentato abitualmente da Jody, si chiama Dunes Cantina; b) la scena in cui Mike si reca da una veggente che lo costringe ad inserire una mano in una scatola nera, così come Paul Atreides con la Reverenda Madre delle Bene Gesserit.

Da notare, inoltre, il tocco visionario delle sfere assassine, ispirate al regista da un sogno in cui veniva inseguito in interminabili corrodoi marmorei da una sfera che, a suo dire, voleva trapanargli il cranio, che danno vita a momenti allucinanti.
E ancora il custode dalla doppia natura che, in un certo senso, si procura clienti da seppellire e poi trasformare.
E, infine, la visionaria scoperta del passaggio dimensionale, alloggiato in una stanza lattea, spartana che rammenta una certa fantascienza asettica, ma perciò stesso sconvolgente.
Le reazioni dei protagonisti, in primis quella di Jody Pearson, sono davvero poco credibili, specie allorché il personaggio si trova di fronte a fatti e avvenimenti che vanno oltre l’umana comprensione; e se da Mike, essendo un ragazzo, si possono tollerare, dato anche il particolare taglio adolescenziale della trama, da un adulto no; ma, tutto sommato, meglio Jody che, accettata la folle realtà, inizia subito a fare ciò che è giusto, ossia combattere i cattivi, che un palloso e scettico personaggio che dubita fino a quando una sfera non gli perfora il cranio… Il gelataio Reggie è l’elemento di distensione dispensatore di ironia ed è perfetto nel suo ruolo.
Insomma, non è certamente un capolavoro, anzi, non si avvicina minimamente ad esserlo, ma neppure un film da cestinare senza avergli concesso almeno una visione.
Il low budget, circa 300.000 $ dell’epoca, non ha impedito di tirar fuori dal cilindro qualche trovata discreta, anche se scevra della giusta e necessaria disciplina per valorizzare l’insieme.
Come ho già detto, un ibrido, un esperimento di cinema artigianale non del tutto disprezzabile che ha trovato nel sottoscritto un sorpreso ammiratore.

Approfondimenti:
Scheda del film su IMDb

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