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Omicidio a Luci Rosse (1984)

by Germano on 28/04/2010
Book and Negative
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Il corpo degli anni ottanta

Va bene, si inizia con la solita, banale storia di corna. Avrei potuto usare il termine adulterio, ma non avrebbe avuto lo stesso vigore espressivo e se ne sarebbe perso il significato, quella devastazione interna, che è l’unica cosa “vera” in questo film. Il resto? Be’, il resto è una messinscena, un sogno, certo, ma di cartone. Brian De Palma ci danza allegramente in questo mondo di cartone e stelline e paillettes e sgargianti luci al neon così magistralmente ripreso in Omicidio a Luci Rosse (Body Double, 1984)
Di giorno, poi, tutto appare una merda. La magia di Hollywood è notturna, esaltata dal mare delle luci, quell’oceano che è la Città degli Angeli.
Di nuovo un’immersione in apnea negli anni ’80, quando a fare il Presidente, l’uomo più potente del mondo, c’era un attore, quando il rock era annullamento della personalità e autodistruzione, oltre che capelli e chitarre, quando il porno stava per compiere il decisivo salto di qualità e passare dall’illusione di un angusto cantuccio artistico, i cui protagonisti credevano di appartenere ad un limbo dei dimenticati della Settima Arte, seppur pieni di orgoglio e speranza, al mercato dell’home video, negli ancor più angusti apparecchi televisivi. Dieci dollari per vedere e rivedere finché si voleva le acrobazie assai poco sentimentali di Bambi e le altre.
Nel 1984 queste figure, pornostars e rockers, erano divinità pagane. Ora sono come le Cariatidi o la Monnalisa. Cadono a pezzi.
È la magia del cinema. Del mondo di finzione e celluloide. Dei sogni interrotti, come dei rapporti.

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La storia

Jake Scully (Craig Wasson), attore di b-movie, tradito e cacciato di casa dalla moglie [perché la casa appartiene a lei, ndr], trova un posto dove stare ed un amico frequentando a tempo perso corsi di recitazione e ogni genere di provino. Sam Bouchard (Gregg Henry) è, a sua volta, ospitato da un pezzo grosso che vive a Hollywood, proprietario di un villone fantascientifico sulle colline di L.A., dalle parti di Mulholland Drive. Sam, che subito ha simpatizzato con Jake, offre a quest’ultimo la possibilità di soggiornare nella villa in questione mentre egli è a Seattle per partecipare ad ulteriori provini. Jake deve unicamente badare ad innaffiare le numerose piante presenti nell’appartamento e, se nel frattempo vuol distrarsi, può anche decidere di spiare, attraverso un telescopio, la dirimpettaia di Sam, una giovane signora, Gloria Revelle, che ogni sera, prima di andare a dormire, si esibisce seminuda in danze erotiche.
Jake soffre di attacchi di panico, cosa che gli è costata il suo ultimo ruolo in un film intitolato “Il Bacio del Vampiro”. Lui era il vampiro, mentre ora è un inutile derelitto che se ne va in giro per Los Angeles su una decappottabile celeste a cercare disperatamente un impiego e, di notte, a guardare dalla sua casa quella ragazza sexy. In virtù, o a causa delle sue inclinazioni da guardone Jake si accorge che Gloria Revelle è perseguitata da un losco individuo, un nativo americano.
Trasformatosi in un improvvisato investigatore privato/molestatore e maniaco sessuale, Jake si impegna a seguire Gloria un po’ per proteggerla, un po’ perché attratto da lei, fino alla sera in cui assiste, attraverso il suo telescopio, al suo assassinio.
Sconvolto dall’accaduto e umiliato dal Detective della polizia giunto sul posto che l’ha immediatamente inquadrato per il misero fallito morboso che è, Jake si consola con del cattivo whiskey e dell’altrettanto cattivo porno in televisione. Ma proprio lì, assistendo alla promozione pubblicitaria di “Holly si fa Hollywood” e guardando le sinuose movenze della protagonista, Holly Body (Melanie Griffith), impegnata in una danza sexy davanti a uno specchio, Jake partorisce la folle idea che la ragazza che egli ha spiato le prime sere e che credeva Gloria era in realtà Holly, chissà come finita lì a danzare per lui.
Credendosi vittima di un qualche tipo di complotto egli decide così di avvicinare Holly facendosi scritturare come attore hard.

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Hollywood, Hollywood!

Uno scintillante e sporco gioco di specchi. O di finzione, se preferite. Misconosciuto, criticato, osteggiato, eppur gradito, questo “Omicidio a Luci Rosse”, almeno da me.
A cominciare dalla scena iniziale, quando Jake Scully è impegnato sul set de “Il Bacio del Vampiro”, truccato come un’icona punk, un surrogato dei Sex Pistols o un clone di Billy Idol, con una carrellata tra tombe e statue nebbiose che sembra davvero di trovarsi su un set tipo “Ammazzavampiri” e che è, incredibilmente, più accattivante nella sua palese irrealtà dei set dei vampiri odierni, così scoloriti e asessuati.
Il protagonista, Jake, è un brav’uomo, credo, come lo sono tutti i piccoli uomini. Coltiva fantasie che appartengono a tutti e segue la sua preda con un misto di angoscia e desiderio, una discordanza che lo fa apparire assolutamente simpatico, per quanto squallido. Per lui, che è un attore claustrofobico che proprio non riesce a lasciare le proprie fobie fuori del set, è stato scritto e pensato un ruolo dal suo amico Sam. Il testimone, colui che garantirà dell’innocenza del primo sospettato dell’omicidio perché, con tutte le sue forze, Jake griderà che è stato un indiano e che il marito di Gloria non c’entra nulla. Ma egli desidera di più, perché è ambizioso e perché vuole per sé, contrariamente al parere di Sam, la parte dell’eroe. Dando seguito ai propri desideri e improvvisandosi eroe perché invaghitosi di un’ossigenata Holly, Jake fallisce anche in questa pericolosa finzione, ma, così facendo egli ha salva la vita e diviene, a tutti gli effetti, l’attore che ha sempre voluto essere.
De Palma gioca con la celluloide, rappresentando la finzione e la realtà come un tutt’uno magmatico, un miscuglio all’interno del quale entrambe si accavallano continuamente sbiadendo sempre di più. I titoli di apertura e chiusura del film scorrono su fondali di paesaggi fittizi o su set dove il vampiro punk è all’opera mentre è costretto ad aspettare il cambio dell’attrice protagonista con quell’altra che presterà al cinema solo le sue tette, perché migliori di quelle della protagonista. Hollywood è un posto per idioti, ipocriti e spaventapasseri e un agglomerato fatiscente di menzogne e di falsità. Poi ritorna la notte e quelle insegne fastose si riaccendono: l’industria del porno avanza e si prepara dominare sull’altra faccia di Hollywood, quella nascosta dietro la moralità dei bacchettoni.
Frankie goes to Hollywood introduce Jake, con un maglione a losanghe e occhiali nerdeggianti, a un porta con un’insegna recante la scritta “sluts”, per incontrare Holly e per dare il meglio della sua arte, quella del cinema, attraverso il gioco di specchi che quest’ultimo ha personalmente suggerito al regista e amando fisicamente sia Holly che Gloria, nella sua fantasia, ormai, la stessa persona. Peccato Jake non sappia, da attore classico qual è, cosa sia un “orgasmo ciak”…

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Rear “Window” of Cinema

Citazioni hitchcockiane a valanga, talmente tante che si pensò persino a un plagio. Eppure, dalla sua “finestra sul cortile”, De Palma compone un sentito, quanto alternativo, “omaggio” ad Hollywood, quella con la scritta bianca sulle colline, quella di Charles Bukowski, delle corse dei cavalli e dei party fighetti, attraverso un esercizio di metacinema morboso, misogino, a tratti gore, dove a momenti di grande violenza, per lo più suggerita [l’omicidio col trapano], si alternano fasi leggere, a tratti comiche [le imprecazioni della bravissima Melanie Griffith].
Ben altre ambizioni, in origine, per questo film. Annette Haven, attrice hard, avrebbe dovuto avere la parte di Holly. Una vera attrice hard per un film che si proponeva di mostrare le prime scene di sesso non-simulate avanguardiste prodotte dal Cinema che Conta.
Le cose, com’è ovvio, andarono diversamente. Ora, come tante altre volte, tocca entrare nella storia del cinema dalla solita porticina sul retro, invece che dal cancello principale.

Approfondimenti:

Scheda del Film su IMDb

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