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Non è un paese per vecchi (2007)

by Germano on 17/02/2012
Book and Negative
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Si inizia con William Butler Yeats, da cui è derivato il titolo: No Country for Old Men, da un romanzo di Cormac McCarthy. E si finisce col riflettere sul fatto che Javier Bardem non si sentiva adatto per il ruolo di Anton Chigurh, il killer, perché non sopporta la violenza. Questo, e il problema che non sa parlare bene l’inglese. Poi ci si sono messi di mezzo due Oscar, e tutto, come sempre, finisce per assumere quella sfumatura di paradosso che mi è tanto cara, che amo ricordare a tutti quelli fissati con codici e regole. Ethan e Joel Coen hanno scelto Bardem, persino contro il parere di questi. Non che, a questo punto, aver vinto l’Oscar faccia qualche differenza. Non è questo che conta, e poi, il merito di Bardem non si discute. Al massimo staremmo qui a scandalizzarci del contrario, ma anche no.
Adoro le contraddizioni del mondo.
Non è un paese per vecchi è stato uno dei primi titoli a cui ho pensato, volendo iniziare a scrivere di cinema. Ricordo ancora le discussioni avute con chi, a dispetto del valore del film, ne sottolinea solo le forzature, che pure ci sono, dimenticando la bellezza che, in ogni caso, la fa da padrone, mescolata alla satira sottile e spietata dei fratelli registi, che stanno lì, a parlare di un duello tra due uomini e, fingendo indifferenza, ci infilano la stoccata al perbenismo cieco e sciocco americano, all’idolatria contrapposta all’odio per coloro che hanno combattuto la sporca guerra in Vietnam e in più, discutono di esistenzialismo, coi ragionamenti a vanvera del killer disilluso.
Certo, il merito è soprattutto di McCarthy, se si pensa che scene e dialoghi e soprattutto azione che possiamo vedere nel film sono descritte di pari passo, nelle pagine del libro. Ma i Coen ci hanno messo gli occhi e il movimento (e la sceneggiatura). La narrazione, il tocco personale, e tante altre cose.

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Tre attori, Josh Brolin (Llewelyn Moss), Javier Bardem (Anton Chigurh) e Tommy Lee Jones (Ed Tom Bell). I primi due in lotta, il terzo che fa da osservatore, voce che interpreta, disillusa, la realtà che non capisce più, perché da essa è stata superata, lasciata indietro. Una realtà che s’accompagna a crimini commessi senza movente, ma dal dna. Solo chi ha fatto certe letture, e mi riferisco in particolare al Thyestes di Seneca, ci può vedere un’impronta classica, in questo modo di intendere il male: retaggio ineluttabile, colpe dei padri che ricadono sui figli, cui non è concesso altro destino se non commettere, di nuovo, quello stesso male, in forme diverse, magari, ma analogo nella sostanza. Agghiacciante, se ci pensate.
Strano a dirsi, è stato chiamato Woody Harrelson a interpretare Carson Wells, assoldato per fermare Chigurh che, a un certo punto, si mette ad ammazzare tutti quelli che incontra, senza limite e senza alcuno scopo apparente, eccetto l’autoconservazione e, ancora una volta, l’ineluttabilità di quelle morti, alcune affidate semplicemente al caso, il lancio di una moneta. Sì, siamo dalle parti delle riflessioni profonde, ma non ce ne siamo accorti. Ma dicevo di Harrelson, strano che ci sia lui, alla luce di questo discorso e del fatto che il padre, Charles, era un assassino, noto soprattutto per aver ammazzato il primo Giudice Federale nel ventesimo secolo. Eredità pesante. E che va ad accumularsi alle sfumature di cui questo film abbonda.

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Fotografia a cura di Roger Deakins. Magnifica, e non solo per merito delle location desertiche. Panorami morti che si stendono fino all’orizzonte, chiazzati di sangue, ma anche per le sequenze in notturna, illuminate di tonalità calde, le luci ambrate dei lampioni in strada, gli scoppi delle armi da fuoco, gli incidenti. Non è un paese per vecchi è soprattutto fascino visivo, prima ancora che una sporca e spietata, per esiti e metodi, storia di soldi: un motivo come un altro. Un scopo sincero all’agire di ogni uomo, se non altro più pratico.
Pensando ai difetti, ci si fa caso fin dalla prima volta: Moss si diletta a cacciare gazzelle (?) nel deserto, durante la battuta di caccia s’imbatte nei resti umani, animali e meccanici (le automobili crivellate di colpi) di una compravendita di droga finita male, incontra un superstite che gli domanda dell’acqua. Ecco, l’acqua è il motivo scatenante di tutta questa storia. Perché Moss, preso dal rimorso di non aver potuto dissetare l’uomo morente, ritorna sulla scena del crimine e…
Ora, mi domando, è mai possibile che un cacciatore esperto del deserto non porti con sé una borraccia?
Seconda cosa: il cane di pezza. I trafficanti messicani, non si sa perché, portano con sé dei Pitbull, uno di questi è stato ammazzato durante la sparatoria. Si vede benissimo che è un pupazzo. Stesso pupazzo che, scene più tardi, viene riciclato in occasione dell’ammazzatina di un secondo cane, anche lui pitbull.
Con tutti i fantastiliardi di budget, non si poteva ottenere un modellino di cane migliore? Magari due, diversi?
Terza osservazione, Chigurh è solito penetrare all’interno delle case di coloro che vuole ammazzare utilizzando una speciale pistola alimentata da una bombola di aria compressa, pistola che viene impiegata per abbattere i bovini prima della macellazione, tramite la quale fa saltare i nottolini delle serrature.
È mai possibile che negli Stati Uniti tutte le porte abbiano lo stesso tipo di serratura? A casa mia, tanto per dirne una, Chigurh col cazzo che ci può entrare, non col suo solito trucchetto, per lo meno.

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Le precedenti sono le domande che ci si pone guardando Non è un paese per vecchi. Bastano a penalizzare il film? Non credo, infatti è sufficiente la sola capigliatura di Bardem a calamitare tutta l’attenzione verso il suo personaggio psicotico. Pettinatura per la quale, l’attore ne era conscio, nessuna se lo sarebbe scopato per un mese almeno. Ecco, viva il cinema.
Menzione anche per Kelly MacDonald (Carla Jean, moglie di Moss). Suo il ruolo della donnetta messa in un cantuccio da una società che dalle donne non si aspettava altro e un po’ su certe meschinità ci giocava per vie di comodo. Trovo che la sua interpretazione sia perfetta.
Infine, le sparatorie, e in generale, le scene d’azione. Sicuramente si riconosce la mano dei Coen. Ma stavolta la fotografia fa la parte del leone. S’è optato per un utilizzo del carrello che dà alle immagini una stabilità estrema, sicché anche l’inseguimento del deserto appare nitido e coinvolgente. Poi ci si mette pure Dio, o il signore degli effetti speciali, a far apparire un lampo all’orizzonte, mentre Brolin fugge dai messicani sul pick-up che vogliono fargli la pelle, e allora si può parlare persino di poesia. Senza esagerare.

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