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Non Aprite Quella Porta

by Lucia on 25/03/2013
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Texas Poster

Regia – Tobe Hooper (1974)

Come sapete, Hell è in pausa dal blog per qualche giorno. Eppure questa duocensione l’avevamo in mente da molto tempo. L’ennesimo sequel di una saga che pare infinita ci ha fatto venire voglia di rispolverare l’originale e di raccontare qualche aneddoto, insieme a cercare di stabilire la portata di un film come Non Aprite quella Porta, un’influenza sul cinema a venire che ancora sembra non esseri esaurita.

Inoltre, questa è la prima volta che posto a mio nome sul suo blog. Il che significa che vi aspettano delle sorprese, in futuro. Sono anche un po’ emozionata, qui, nel muovermi a casa di Hell come se fosse la mia. E onorata. Ma bando ai convenevoli.  Parliamo di cinema.

Guns

 

Ricordo il primo piano della pupilla iniettata di sangue di Marilyn Burns, Sally, sconvolta mentre è a cena con la famiglia di Faccia di Cuoio, quando l’autostoppista e lo stesso Faccia di Cuoio s’avvicinano, strisciando le mani sul tavolo, e lei urla, impazzita.
Poi l’inseguimento di Sally da parte di Faccia di Cuoio, nella boscaglia secca, tra le sterpaglie. Insistito, ipnotico, con la montagna che era Gunnar Hansen, che imbracciava una motosega, sullo sfondo, dietro il terrore di Marilyn Burns.
Queste due scene in particolare, non te le dimentichi.
Poi, decenni dopo, scopri che Hansen, nonostante la mole e la motosega, correva più veloce di Marilyn, e che quindi era costretto a perder tempo durante il percorso; come quando s’attarda a tagliare rametti secchi che non lo ostacolavano per niente. E tutto va a contribuire alla follia della sequenza.
Casuale, necessario, che poi il cinema tramuta in arte registica e interpretativa. Forse.

“The film which you are about to see is an account of the tragedy which befell a group of five youths, in particular Sally Hardesty and her invalid brother, Franklin”

Tratto da una storia vera, insomma. Oggi sappiamo tutti che non è affatto così, che Hooper mentì spudoratamente sull’ispirazione reale della vicenda. Sicuramente per attirare più pubblico, dato che allora, così come anche in questi anni, l’illusione di star assistendo a un qualcosa che fosse accaduto sul serio solleticava gli istinti del pubblico e li spingeva a recarsi in massa in sala. Ma c’è un’altra ragione alla base della bugia di Hooper, ragione che è poi fondamentale per comprendere questo film: a Hooper la storia venne in mente pensando alla percezione errata della realtà che avevano i cittadini del suo Paese, a cui il governo aveva mentito in continuazione. E quindi mentì anche lui, quasi fosse curioso di vedere se il pubblico ci sarebbe cascato. Aveva ragione. Ci cascarono in molti, come sarebbe accaduto anni dopo per altri film, da The Blair Witch Project a Paranormal Activity. Possiamo affermare che Non Aprite Quella Porta è l’horror più seminale che sia mai stato girato. Non il migliore, ma quello che ha esercitato un’influenza maggiore sul cinema a venire. Forse anche più de La Notte dei Morti Viventi, perché meno sottile e più diretto, più facilmente riproducibile, con uno schema che si può perpetuare all’infinito.

Texas 1

Considerando i fatti, come si sono svolti, l’inferno che era il set, è probabile che un film come The Texas Chain Saw Massacre, oggi, non si sarebbe mai potuto girare, non a quelle condizioni, a meno di decine di cause intentate dagli attori a regia e produzione, a meno di stop imposti dall’ispettorato di igiene.
Il Texas era lì, con la sua estate afosa e umida: all’interno della casa c’erano almeno 40°, gli attori e la troupe. C’erano animali morti (veri, ché costavano di meno di quelli impagliati), che la famiglia di assassini usava come decorazione, galline, guano, maiali, e cibo marcescente. Gli attori e la troupe non avevano soldi per i trailer con doccia, e così puzzavano come bestie. L’aria era quella di un mattatoio, in tema con la storia di alcuni dei personaggi, a pensarci, talmente irrespirabile che svennero in parecchi, durante le riprese. Talmente acida che Edwin Neal, l’autostoppista, paragonò quell’aria e quell’atmosfera al Vietnam, e giurò che, se avesse incontrato di nuovo Tobe Hooper, dopo la fine delle riprese, l’avrebbe ammazzato. Evidentemente, non è successo.
E non solo, non c’erano soldi neppure per lavare i vestiti. Così Gunnar Hansen fu costretto a indossare la stessa maglietta sudicia per trenta giorni, quanto durarono le riprese. Puzzava talmente tanto che nessuno voleva sedergli accanto, specie in pausa pranzo.

Survival, slasher, cannibal movie, moderno torture porn e persino mockumentary. Ogni sottogenere, dagli anni ’70 ai giorni nostri, si è nutrito del film di Hooper. Una serie innumerevole di sequel ufficiali e apocrifi, un remake, un prequel e, proprio in questo periodo, un ennesimo seguito, questa volta in 3d nelle nostre sale, benedetto dallo stesso Hooper che ne va dicendo in giro meraviglie. Con ogni probabilità lo avranno pagato in birre, perché io il tentativo di vederlo l’ho fatto, e dopo dieci minuti ho dovuto smettere, preferendo andare a cavarmi gli occhi con un cucchiaino di plastica, che è di sicuro un’attività più produttiva.
A pensarci ora, a quasi 40 anni di distanza (pare un’eternità), viene il desiderio di essere stati lì all’epoca, di averlo visto in un drive in, di essere stati i primi a venire colpiti dalla brutale messa in scena e dallo stile così rozzo ma così efficace di Hooper. Deve essere stato un shock non da poco. Un trauma generazionale e condiviso, difficile da rivivere nel 2013, quando stragi, ammazzamenti vari e frattaglie si elargiscono con un distacco ironico che nel 1974 era impensabile. La serietà con cui Hooper affronta la trama (divenuta poi canovaccio su cui basare centinaia di film) del gruppo di giovani in gita ammazzati uno a uno da una famiglia di pazzi, forse è la cosa più complicata da digerire. Anche quando usa l’ironia, Hopper lo fa in modo grottesco e per nulla rassicurante. Per esempio nella scena in cui il vecchio nonno in sedia a rotelle viene invitato a uccidere Sally a martellate e non ci riesce, perché troppo debole. Bisognerebbe fare caso a come questa sequenza non sia stata ripresa nel pessimo remake di Nispel nel 2003. Avrebbe suscitato solo grasse risate. Mentre nel 1974 non c’era proprio niente da ridere.

Texas gif 2

E ci si mettevano anche gli altri attori con le loro pretese. John Dugan, il vecchio in carrozzina, dopo aver indossato il trucco la prima volta, la maschera che lo invecchiava, stabilì che non l’avrebbe fatto una seconda, pretese e ottenne di girare tutte le scene che lo riguardavano subito, senza pause. Il risultato fu una tornata di 36 ore consecutive senza potersi togliere la maschera, nel caldo infernale texano. Conseguenze ampiamente immaginabili.
E poi i tagli, il sangue sulla maglietta di Sally è in parte vero, derivante dalle ferite che l’attrice si procurò graffiandosi contro gli sterpi, durante la corsa notturna, da quella che le venne inferta sul serio, sul dito, che poi doveva essere succhiato dal nonno in carrozzella, perché non c’erano soldi per avere un coltello che versava sangue finto, così le incisero davvero il polpastrello. E quindi oltre al fetore dei corpi, al caldo umido e alla puzza di decomposizione s’aggiungevano sangue vero e un vero scheletro umano, proveniente dall’India, anche quello costava di meno di un modello finto, per i laboratori di scienze naturali.

Ora è possibile dire che Hooper non sia mai stato un grande regista. Di quella generazione arrabbiata che ha riscritto le regole del gotico, inventando di fatto l’horror moderno, è forse il meno dotato tecnicamente, quello che più ha sofferto l’eredità del suo esordio. Se Craven si è reinventato un milione di volte, restando sempre a galla, Romero ha proseguito con risultati altalenanti nelle sue ossessioni a base di morti viventi e Carpenter ha assunto il suo ruolo di outsider, di cavaliere nero del cinema classico riveduto e corretto alla luce di un percorso unico e personalissimo, Hooper è rimasto bloccato. Sarà per evidenti limiti tecnici, sarà perché confrontarsi con un inizio di carriera così importante è un’impresa che riesce a pochissimi, sarà per scelte sbagliate e mancanza di opportunità. Ma resta il fatto che Hooper è stato segnato dal suo esordio dietro la macchina da presa tanto quanto lo è stato il pubblico.
E non si tratta di una grande produzione, come lo era l’altro film che, con modalità diverse, ha cambiato la faccia del genere, L’Esorcista. L’opera di Hooper è un film da cortile, girato ai limiti della sussistenza, con gli attori che lavoravano gratis sperando in una partecipazione agli utili futuri, con un produttore sciacallo che si era già assicurato il 50% degli incassi, e un distributore che poi si sarebbe accaparrato il resto.

Texas gif

Un film originato da un’idea, quella di fuggire da un negozio di ferramenta affollato, in cui si trovava Tobe Hooper che pensava ai fatti suoi. Era lì, e immaginava come venir fuori da quella trappola quando, vagando con lo sguardo sugli scaffali che lo opprimevano, la vide: la motosega. E ci imbastì sopra una storia.
A volte basta solo quello. Non occorre un messaggio, un significato, una tesi di laurea, solo un pretesto (cit.).
Lessi, dopo una delle prime visioni di Non aprite quella Porta, un trafiletto su una rivista specializzata: l’autore dell’articolo accennava soltanto ai pessimi rapporti che s’erano instaurati fra attori e regista, soprattutto fra la parte femminile del cast e il regista, e come questi fossero ben visibili sui volti tesi dei personaggi, una tensione finta e reale, quindi, col film che si protende nella realtà, sebbene originata da diverse motivazioni. Quella Pam, Teri McMinn, appesa come un quarto di bue non a un vero gancio da macellaio, ma attraverso corde di nylon che le passavano tra le gambe, causandole fitte lancinanti… C’era di che odiare, in effetti.
Ma c’era anche cinema, tanto, e professionismo dove meno te l’aspetti: fu Gunnar Hansen a decidere che Leatherface dovesse essere ritardato, così frequentò, prima delle riprese, un istituto, osservando gestualità e ascoltando il modo di parlare dei pazienti, riproducendolo. A pensarci, è evidente che il film è costruito intorno a lui, al suo personaggio. Osteggiato, mostruoso, schifato per via dell’odore. Immagino cosa dovesse costare, alle attrici, farsi abbrancare dal suddetto, considerato quanto esposto finora.

Serie B da circuito di mezzanotte, quella che si sarebbe chiamata mera exploitation, se non fosse che Non Aprite quella Porta ha avuto il potere di andare a pescare nei punti di pressione fobica più forti dell’America della sua epoca. E li ha colpiti, uno a uno, senza pietà. Per una volta tanto, ciò è avvenuto in maniera consapevole e voluta. Non Aprite quella Porta ha un progetto alle spalle, non è semplicemente un’esplosione di rabbia incontrollata come altri survival di poco successivi. È invece uno sguardo approfondito su sacche di resistenza alla civiltà che, abbandonate a loro stesse, abbrutite in un mondo che è andato avanti senza di loro, vengono a riscuotere il loro tributo di sangue e la loro vendetta. Non è solo la critica al sistema capitalista che ha estromesso Leatherface e famiglia dalla catena di montaggio. Quello semmai è il lato più superficiale del lavoro di Hooper, un pretesto come un altro per odiare. È l’esclusione dei personaggi da qualsiasi consesso civile e il loro rinchiudersi in una mostruosità da clan tribale che non ha bisogno di motivazioni per uccidere. Ed proprio per questo, non per le scene di violenza che sono relativamente poche, non per la motosega o gli strilli di Sally, che Non Aprite quella Porta ebbe un effetto sconvolgente all’epoca. E forse lo ha tutt’ora.
Non un film tratto da una storia vera, ma un film che potrebbe essere vero. Basta uscire dal cortile della villetta a schiera, fare qualche chilometro in una strada sterrata e quello che ci aspetta è un deserto apocalittico dove ci sono i mostri che ti prendono: “Man was the real monster here, just wearing a different face, so I put a literal mask on the monster in my film”.

Altri tempi, sarebbe il caso di dire, se non suonasse retorico. Ma vero, dopotutto. Tempi in cui la gente abbandonava la sala prima ancora di vedere il film, perché terrorizzata dal teaser, tempi in cui la famiglia proprietaria della casa dove si girava il film coltivava un orto di marijuana sul retro; tempi in cui la produzione, per timore che il film fosse bloccato dalle autorità proprio a causa di quelle piante, telefonava allo Sceriffo per autodenunciarsi e venire a un accordo.
Ma lo Sceriffo, come da copione, non si fece mai vivo. Come a sottolineare che il Texas era proprio il posto giusto, per fare quello che andava fatto, la storia del cinema ne avrebbe solo beneficiato.

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