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Mad Max oltre la Sfera del Tuono (1985)

by Germano on 07/04/2010
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Dopo aver mostrato il mondo sull’orlo del baratro con le strade grondanti sangue, rumorose per il rombo dei motori e odorose di preziosa benzina, e il mondo immediatamente posteriore alla caduta, dove la violenza e ancora la benzina dominano sulle Terre Perdute, sono arrivati i bei soldi. Non più solo un ambizioso e visionario regista australiano e la sua troupe-formicaio brulicante di attività e iniziativa, ora anche Hollywood e la “magia” del cinema. Largo ai professionisti…
Un budget sei volte superiore al precedente [anche questa volta niente grandi numeri, si trattò di soli 12 milioni di dollari], comparse e maiali [quelli veri] come se piovesse e location ancora più desertiche delle precedenti, con tanto di dune accarezzate dal vento e vere tempeste di sabbia, che sembra di essere piombati in un film sul Vecchio e Nuovo Testamento.
È buffo notare che la qualità della trilogia è inversamente proporzionale rispetto ai soldi investiti. Tanti più soldi sono stati spesi, tanto inferiore è il risultato. E stiamo parlando di evidente volontà di riciclo, a cominciare dall’attore Bruce Spence che interpreta nel secondo capitolo e qui due personaggi identici, ma dal nome differente. Cosa che non è mai bella, o onesta, tanto più se ci si appresta, come nel caso di George Miller, a tentare il definitivo salto di qualità, da regista alle prime armi, ma dal grande potenziale, a icona della fantascienza distopica.
Ma, sapete che c’è, è come per ogni progetto al quale ci si accinge a lavorare. Se le cose non vanno, fin dall’inizio, si può tentare di porvi rimedio, ma il risultato sarà mediocre, quandanche possa sfiorare la sufficienza per brevi tratti.

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Oltre la Sfera del Tuono

Dopo lo scossone della guerra nucleare, l’umanità si è assestata, facendo del suo meglio per ricostruire il passato e, allo stesso tempo, una parvenza di futuro. Esempio di tale politica è Bartertown, una cittadina, vera e propria oasi nel deserto, che, grazie alla sapienza custodita da un uomo, un vecchietto chiamato Master (Angelo Rossitto), e alle centinaia di maiali che sotto di essa vengono allevati, gode della luce elettrica e del funzionamento di altrettante macchine meravigliose alimentate a metano, gas derivante dallo sterco di porco.
Il dominio di Master e della sua estensione naturale, Blaster (Paul Larsson), un gigante dalla forza sovrumana, su Bartertown è condiviso malvolentieri da Aunty Entity (Tina Turner), colei che ha legiferato e ha quindi fornito a questa nascente società l’ombra del diritto. Max (Mel Gibson) vi arriva, probabilmente già diretto lì, dopo essere stato derubato di ogni avere. Egli è coinvolto nella lotta tra le due fazioni da Aunty, la quale vuole eliminare Blaster per disporre così a piacimento del sapere di Master e, naturalmente, per il potere assoluto. Max provoca intenzionalmente un duello contro Blaster, per eliminarlo legalmente evitando allo stesso tempo qualsiasi possibile biasimo ai danni di Aunty che, nonostante sia mandante dell’omidicio, riveste così il ruolo di garante dell’ordine costituito. Egli, però, rifiuta di uccidere il suo avversario e così viene esiliato nel deserto.
Qui viene raccolto da una comunità di ragazzini, miracolosamente scampata all’atomica, che si è ritagliata un pezzo di paradiso terrestre in un’oasi naturale nel mezzo del deserto. Essi aspettano l’arrivo di un fantomatico salvatore, il Capitano Walker, che li condurrà con sé, prendendo il vento,  alla Terra del Domani Domani, il loro destino.

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Il Signore delle Mosche

Ora, questo terzo capitolo è proprio ciò che sembra: la fusione di due sceneggiature.
Capita, a volte, che i film nascano da osservazioni, persino da battute fatte in tutt’altra sede e contesto. Alcuni diventano capolavori, altri niente, altri ancora si assestano sul livello del così-così, o del ni. In questo caso, l’idea era quella dei ragazzi sopravvissuti a un disastro, privi della guida di un adulto. Ovvero, il Signore delle Mosche. Lì, su quell’isola, quando i ragazzi vengono ritrovati, essi sono precipitati dall’essere civilizzati ad uno stadio tribale, quasi ferino, di esistenza. Il punto è che bisogna che qualcuno, nella finzione, li trovi per creare così lo stacco derivante dalla falsa scoperta, dal vecchio mondo, con le sue istituzioni millenarie e il vanto dell’illuminismo che è stato dimenticato, anzi cancellato, in luogo della creazione di una nuova società basata sulla superstizione, sui terrori irrazionali che generano falsi dei [il signore delle mosche] e, soprattutto, sulla violenza e sul sangue che caratterizzano i rapporti sociali.
Si disse che, forse, questi ragazzi perduti potevano essere trovati da Max. Proprio lui, il Guerriero della Strada. Ed eccovi servito questo deragliante terzo capitolo.
Il Signore delle Mosche, nella fattispecie, è la Televisione. L’isola non è quella selvaggia e violenta dell’homo homini lupus di Golding, ma piuttosto l’isola che non c’è di Barrie, e i ragazzi, ancora, dei piccoli Peter Pan in volo che è difficile far tornare giù, aggrappati come sono alle scarne vestigia del passato, una targa, qualche fotografia, un LP polveroso [le onde], il relitto di un aeroplano, sulle quali hanno costruito la loro tradizione, la loro leggenda, la loro storia profetica.

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Apocalisse Mainstream

O Apocalisse Edulcorata, come la definisco io. Ovvero, il mondo è distrutto, l’acqua è radioattiva e, nonostante tutto, vivere felici. Che ci sia stata la volontà di rendere Mad Max più abbordabile ai grandi e variegati flussi di utenza è innegabile, così come sono innegabili le pesanti manipolazioni hollywoodiane che imposero Tina Turner. Il risultato è un film assolutamente lontano dalle atmosfere cupe, angosciose e disperate dei precedenti, in luogo di una deriva fumettistica che ci propone, in altrettante vignette, personaggi sempre meno complessi a livello di caratterizzazione e sempre più pittoreschi a livello di immagine. Il colpo d’occhio e la sorpresa dello spettatore medio sono assicurate, così come la noia di quello più smaliziato ed esigente. In nome del gradimento si tagliano le uniche scene di pathos, una nella quale Max era afflitto da incubi del suo passato e l’altra in cui assiste un bambino morente; scene che, tuttavia, non avrebbero cambiato le sorti di una pellicola che strizzava l’occhio e volentieri all’avventura leggera in voga in quegli anni, condita da qualche spunto comico.
La colonna sonora si intromette sgradevolmente col suo ritmo da marcetta scandito dal suono di martello e incudine e non fa che rafforzare l’impressione che il film sia, fondamentalmente, una sorta di remake concepito per imporre, forse, Mel Gibson al pubblico americano che di apocalissi radioattive, all’epoca, non ne voleva sapere.
Eppure, non riesco a non provare una simpatia per quella parte del film incentrata sui ragazzi e Max. Patinata in futuro stile waterworld, è vero, ma pur sempre interessante e ricca di un potenzale inespresso.
Il messaggio dominante, se di messaggio si tratta, è tragico, quasi quanto rendersi conto che all’olocausto è sopravvissuta solo la cultura pop e neanche tutta intera. Il televideo, un quadrato di legno, è il mezzo che i selvaggi hanno trovato per tramandare il sapere che ricordavano appartenente a quei cubi luminosi che non facevano altro che parlare. Da questo punto di vita, il film è davvero inquietante. Per il resto, è il trionfo del pop-corn.

Approfondimenti:
Scheda del Film su IMDb

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