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Mad Max 2 (1981)

by Germano on 29/03/2010
Contents

Nel futuro mangeremo cibo per cani. Questo è ciò che fa Mel Gibson (Max), in una delle tante sequenze memorabili di questo secondo capitolo del 1981 della trilogia distopica dedicata al “Guerriero della Strada”.
Il Dinki-Di è [possibilmente] simbolo eccellente della bestialità che ha contaminato il modo di vivere degli uomini. La brutalità e la violenza sono le uniche attività sistematicamente praticate. Il resto è un lasciarsi vivere, senza scopo, fino alla fine dei giorni. La civiltà dell’uomo è scomparsa coi lampi delle esplosioni atomiche.

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Il film

Ritroviamo Max (Mel Gibson), ritroviamo il suo fantastico veicolo, la V8 Interceptor. Quel che manca è la civiltà, oramai completamente spazzata via. Su strade d’asfalto grezzo che solcano un deserto bruciante e silenzioso si combatte l’ultima guerra, quella per la benzina, la linfa vitale dei motori, l’unico “sangue” che permette, a chi possiede la forza, di muoversi per andare incontro all’ignoto perseguendo vane speranze di paradisi tropicali forse inesistenti.
La speranza, per quanto effimera, è l’unica alternativa alla quale attaccarsi per non sprofondare nel vortice della violenza.
Nel mezzo del deserto sorge una stazione per l’estrazione e la raffinazione del petrolio che è stata trasformata dai suoi occupanti in una specie di fortino. La benzina che è prodotta al suo interno è l’obiettivo degli Homungus, una banda di predatori motorizzati capeggiati da un mostruoso energumeno indossante una maschera da hockey. La guerra per la raffineria va avanti da diverse settimane, logorando entrambe le fazioni.
Anche Max è interessato al carburante. Na ha bisogno. Così, accompagnato dal suo cane, egli decide di aiutare gli assediati procurando loro una motrice che consentirà di muovere una cisterna e permetterà loro di lasciare il deserto in direzione nord, verso il mare.
Gli Homungus, però, non hanno alcuna intenzione di lasciarli andar via…

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Curiosità

# Non è un film molto “parlato”. Mel Gibson ha infatti solo 16 linee di dialogo in tutto il film.

# Dinki-Di significa, nello slang australiano, “genuino, vero”. Vero cibo per cani, quindi, così come è vera l’apocalisse che costringe gli esseri umani a nutrirsene.

# “7 Sisters Oil”, le Sette Sorelle, è il logo che si può vedere sulla motrice. Un palese riferimento del regista George Miller alla cospirazione delle sette compagnie petrolifere che, secondo alcune interpretazioni mistico-religiose, avrebbero dovuto incarnare il Mostro a Sette Teste profetizzato nell’Apocalisse.

# Sempre sulla portiera della motrice è possibile leggere la scritta “Earth” fatta con lo spray. La cisterna che essa trasporta è, infatti, piena di terra.

# Ricompare anche in questo secondo episodio la Ford Falcon XB GT Coupe, la V8 Interceptor, custodita, dopo la fine delle riprese, nel Cars of the Stars Motor Museum in Inghilterra.

# Il simpatico cane di Max, chiamato semplicemente “Dog”, era un trovatello preso da un canile che venne appositamente addestrato. Si dice fosse terrorizzato dal rombo dei motori. Fu necessario munirlo di tappi di cera per le orecchie, così da tranquillizzarlo. Fu adottato da uno degli operatori alla fine delle riprese.

# L’incidente più spettacolare filmato in questo lungometraggio è sicuramente quello in cui un motociclista urta contro un’auto ribaltata e rotea nell’aria per ricadere una decina di metri più avanti. Ebbene, trattasi di un vero incidente che quasi costò la vita allo stuntmen. Alla fine, con il permesso di quest’ultimo, cavatosela con entrambe le gambe fratturate, si decise di non tagliare le scena.

- Mel Gibson e il cane "Dog" insieme alla V8 Interceptor -

- Mel Gibson e il cane "Dog" insieme alla V8 Interceptor -

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L’Apocalisse è arrivata

George Miller sempre alla guida, con a disposizione un budget circa dieci volte superiore al precedente [non protestate, si trattò di soli due milioni di dollari], ci regala questo splendido lavoro in cui tutto appare orchestrato alla perfezione e che, di certo, non lascia indifferenti.
Ancora una volta saggia la scelta di non mostrare l’apocalisse, ma di ambientare il tutto in un mondo già devastato. In questo senso, il desolato deserto australiano era location fin troppo perfetta per l’occasione.
All’inizio del film, un breve riassunto accompagnato da immagini d’epoca e dalla voce del narratore, ci spiega le cause di un conflitto tra due grandi potenze delle quali non si ricorda più neanche il nome. Posticcio, il prologo fu incluso a causa della scarsa popolarità del precedente Mad Max (1979) che, infatti, fu riscoperto dopo il grande successo di questo secondo capitolo. Tuttavia, accompagnato dalla bellissima musica di Brian May, nella scelta di proporre immagini risalenti, credo, ai primi del Novecento, quest’introduzione riesce a provocare un piacevole effetto straniante. Pochi secondi ancora, infatti, e si è catapultati a tutta velocità lungo le arterie stradali infuocate.
Impagabile il debito stilistico di Ken il Guerriero nei confronti di Mad Max. Il look degli Homungus, così come quello di Max, sono ripresi più e più volte nel manga e nel cartone animato.
Ma qui non abbiamo tecniche Hokuto o Nanto o dittatori padroneggianti arti marziali di sorta.
Qui la realtà si è ridotta ad inseguire una tanica di benzina. E nient’altro. Nessun rispetto per la vita, umana compresa. L’unico bene prezioso è la benzina.

La trama è ancora più lineare e semplice del precedente. Una guerra d’assedio, intervallata dai tentativi di ambo le parti di spezzare l’empasse. Personaggi ferali, dominati da instinti predatori, come Wez, interpretato dall’ottimo Vernon Wells (nella foto) e il Lord Homungus (Kjell Nilsson), si alternano ad altrettanti che, ancora, persistono nel voler conservare una parvenza di civiltà; tra questi, indimenticabile la guerriera armata di arco e frecce interpretata da Virginia Hey.
Emil Minty nel ruolo del “Feral Kid”, il bambino selvaggio cresciuto nel dopobomba è poco più che un animale che si esprime solo a grugniti. Da citare anche la spalla di Max-Mel Gibson, l’ottimo Bruce Spence, nel ruolo di Capitan Gyro, il pilota d’elicottero.
Violenza, combattimento e azione dominano incontrastate lungo tutta la durata del film, senza pause che non costituiscano brevi attese verso sequenze sempre più spettacolari.

Un’eccezionale esplosione, quella dell’impianto petrolifero, con tanto di emissioni fumose a forma di fungo, fa da porta verso la sequenza d’inseguimento più avvincente di sempre. Della durata di un quarto d’ora, Max alla guida della motrice, con alle calcagna le spietate orde Homungus. Durante questi minuti non si può far altro che restare ammirati dalla bravura e dalla maestria con la quale Miller ha filmato questo spettacolare duello stradale senza tregua, arricchito da incidenti e dall’ottimo apporto degli stuntmen che, come abbiamo visto, in alcuni casi hanno rischiato grosso.
Lieto fine, dopo tanto spargimento di sangue, ma non per Max, figura incarnante l’inutilità e la mancanza di significato dell’esistenza stessa, oltre che un nero destino. Egli ha rischiato tutto per favorire quest’impresa, la fuga di pochi, per poi sparire nel buio della notte, verso il nulla. È il ponte, il tramite a cavallo tra il vecchio mondo e quello disperato che sta tentando faticosamente di nascere. Alla fine, egli, da disadattato, sceglie di restare con il vecchio, quel mondo fatto di inutile arroganza e di sogni ambiziosi. Superbo.

Approfondimenti:
Scheda del Film su IMDb

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