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L’ultima profezia (1995)

by Germano on 20/12/2010
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Alcuni perdono la Fede perché il Cielo mostra loro troppo poco, ma quanti sono quelli che perdono la Fede perché il Cielo mostra loro troppo?
Dopo tanti anni, di tutti i testi che ho studiato in seminario, l’unica cosa che ricordo è un verso di San Paolo. Si tratta forse del passo più strano della Bibbia, quello in cui scrive: “In Cielo c’erano ancora Angeli selvaggi che portavano le armi”.

Ormai sto arrancando. Arrivo a sera stanco morto. Ieri era già l’una passata e non ho voluto arrendermi. Mi sono avvicinato agli scaffali dei dvd.
Scegliere un film a quell’ora della notte può voler dire due cose, per il sottoscritto: a) cerco un film che mi faccia addormentare subito, meglio di un sonnifero e b) voglio proprio vedermi un film, per cullarmi coi ricordi.
La scelta è caduta su The Prophecy perché, a dispetto del titolo, dell’adattamento italiano, che ci ha aggiunto un ultima, poi smentito da tutta la caterva di sequel che ne sono scaturiti, è un buon film.
Ora, è bene dire che non uso mai le parole a caso. Ok, a volte lo faccio e a volte mi concedo persino recensioni macchiate di parzialità o antipatia per questo o quel regista. Stavolta, però, parlo da ignorante. Perché Gregory Widen, regista e sceneggiatore, non lo conosco e non so cos’abbia fatto oltre questo. Non posso essergli fedele e, di conseguenza, il mio apprezzamento non è di parte. E, badate, non ho detto che L’ultima profezia è un fottuto capolavoro. Ma solo che è un buon film, composto da momenti buoni,  altri piuttosto buoni, arricchiti con dialoghi e voci fuori campo dai contenuti accattivanti, e momenti pessimi, da videogioco vietato ai minori di quattordici anni. Quei momenti che ti fanno cadere la mascella dalla delusione.
Uno di questi ultimi, tanto per mettervi un bello spoilerone già dall’introduzione, è Viggo Mortensen che fa Lucifero. Non so voi, ma per me è ridicolo. E lo dico con dispiacere, dal momento che, fino a quel punto, guardare questo film è piuttosto divertente.

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Angeli armati

Nella citazione iniziale, su fondo verde, quella frase, “In Cielo c’erano ancora Angeli selvaggi che portavano le armi”, è attribuita da Thomas Dagget, il protagonista, a San Paolo. A suo tempo mi colpì, è una frase ben fatta, che mette ansia, o almeno la mette a me, che su certi argomenti sono particolarmente sensibile. Per come la vedo io, quella frase fa dimenticare un inizio che, da essere promettente con le sue carrellate di sculture angeliche illuminate dalle fiamme dei ceri, cede al luogo comune, allorché Thomas, che sta per divenire sacerdote, viene assalito da visioni di Angeli in lotta e, quando accade, perde la fede. Lo ritroviamo, un’inquadratura più tardi con panoramica su una città ai primi chiarori, su un tetto di un edificio a meditare ancora sulla fede, profondamente scossa da quel giorno. Quella frase annienta il senso del ridicolo in agguato quando si capisce che davvero di angeli si sta per parlare, e dona una certa dignità, per quanto si possa attribuire a una finzione letteraria, alla religione rappresentata in questo film e alle sue figure mitologiche (adopero quest’aggettivo senza l’intenzione di voler scalfire o mettere in dubbio quello in cui credete, o non credete, ndr) di maggior fascino, gli Angeli.
Questi ultimi, a partire da Simon, un Eric Stoltz che, da sempre, ha l’aria del santo bevitore; per intenderci, di quello che, anche quando sta per trafiggerti, sembra sul punto di mettersi a pregare. Inespressivo quanto basta, serafico, direi, se quest’ultimo aggettivo non risultasse ridondante, considerato il contesto a base di intelligenze celesti.

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Supposta ambiguità

Gli occhi neri, cangianti, il fatto che non abbiano ali, se non nelle visioni di battaglie campali, persino la trovata che gli angeli si appollaino come aquile, o falchi, in attesa che il loro bersaglio si riveli, sono caratteristiche positive che, unite alla capacità di fiutare la reciproca presenza, come segugi, e al look che, per quanto tendente al dark, con effetti non sempre efficacissimi, lo ammetto, riescono a trasmettere di essi un’immagine lontana dallo stereotipo basantesi, ricordo, sull’iconografia, le incisioni e gli affreschi murari.
Gli Angeli di questo film, almeno alcuni di essi, sono creature ambigue, in certe scene addirittura in odore di perversioni sessuali deviate; l’incontro di Simon con Mary, la bambina destinata a contenere l’anima del defunto militare, oggetto delle brame degli angeli ribelli a Dio, nei locali abbandonati della scuola.
La bravura di Widen è quella di non aver avuto timore, di non aver cercato scuse o scorciatoie nel presentare tali ambiguità e di aver lasciato libertà di decisione allo spettatore. Per quanto, uno come Eric Stoltz difficilmente può essere considerato colpevole.
Elias Koteas, che interpreta il poliziotto, prete mancato, Thomas Dagget e Virginia Madsen, la maestra della scuola, insieme alla bambina Mary, Moriah ‘Shining Dove’ Snyder, fanno il loro lavoro. Abbastanza da non risultare fuori posto. Credo, anzi, che Mary sia stata penalizzata dal doppiaggio italiano, che al contrario si attesta su livelli piuttosto buoni lungo tutto il resto del film; mi riferisco in particolare ai momenti in cui per bocca di Mary dovrebbe parlare il Colonnello Hawthorne, lo spirito che la possiede.

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Tutti giù per terra

Angeli che combattono, si ribellano ancora una volta al Creatore perché non possono tollerare che l’uomo, la scimmia parlante, sia stata posta al di sopra di essi. L’Arcangelo Gabriele è al comando di questa nuova ribellione. Christopher Walken, non a torto considerato unico protagonista del film. Magro, coi capelli finti, viso aquilino e occhi chiari. E, non so voi, ma a me risulta credibile, quando ritarda la morte dei suicidi, perché possano servirlo, oltremodo spassoso quando parla coi bambini, con la scusa di guardare nella bocca di ciascuno di essi per cercare l’anima nascosta da Simon, e nel frattempo fa suonare loro la tromba di Gerico; inquietante quando enuncia i suoi poteri e la sua natura, così poco angelica e distante da come siamo abituati a pensare. Insomma, bravo. Una maggior drammaticità della parte e, perché no, anche del contesto, avrebbe giovato di gran lunga al risultato finale che, in realtà, non si discosta molto da una risibile filosofia new age, la maledizione di chi troppe volte vuole che tutto, proprio ogni cosa, debba finire a Tarallucci & Vino™. Tutti amici nel girotondo del fato. Persino con un’Apocalisse che incombe. Casca la terra, tutti giù per terra.

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