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L’implacabile (1987)

by Germano on 19/11/2010
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Dal 2017 l’economia mondiale è crollata, il cibo, le risorse naturali e il petrolio scarseggiano. Uno stato di polizia, diviso in zone paramilitari, governa con pugno di ferro.

La televisione è controllata dallo stato e un sadico gioco televisivo chiamato “The Running Man” è diventato lo show più popolare della storia.

L’arte, la musica e i mezzi di comunicazione sono censurati, e nessun dissenso è tollerato. Solo un movimento di resistenza è riuscito a sopravvivere nel sottosuolo.

Quando i gladiatori tecnologici non sono sufficienti per reprimere il desiderio di libertà della popolazione…
…i metodi drastici diventano necessari.

Ovvero, la nostra realtà. Non solo quella italica. Questo è il mondo. Magari, al posto di The Running Man ci mettete, che so, un altro nome o un acronimo. Uno che tutti conoscete. Il risultato è sempre lo stesso: scimmie ammaestrate come concorrenti buttate nell’arena per azzuffarsi tra loro, istigati a dovere da un presentatore sadico, supportato a sua volta da opinionisti cinici e saccenti. La televisione è davvero bella.
Ma questi sono gli anni ottanta. E il tasso di spettacolarizzazione deve essere altissimo, ponendo estrema fiducia nel progresso della tecnica illusoria degli effetti speciali. Stesso motivo sul quale si basa L’implacabile, del 1987. Se Arnold deve quasi-perdere, deve succedere perché è una truffa.
E, lasciatemi essere parziale, una volta tanto. È una figata di film.
Tralasciando il fatto che c’è Schwarzenegger, cane pazzo Ben Richards, l’elicotterista accusato di aver fatto strage di innocenti in quel di Bakersfield, California, ma non è vero perché lui è buono [e chi ne dubitava?], ma abbiamo niente meno che Starsky, il poliziotto Starsky, col la sua fuoriserie rosso fiammante e lingue bianche, Paul Michael Glaser, alla regia.
Cioè, diretti da Starsky. Sul set insieme a lui! ‘Ste cose non capitano mai più, come le congiunzioni astrali che portano fortuna.

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653-9X

Sarebbe bastato molto poco, per farne un ottimo film di fantascienza distopica. Per me è anche cyberpunk, ma forse obietterete che c’è poca cibernetica, tralasciando i collari esplosivi. Forse una trama meno zoppicante. Un codice di sicurezza per disattivare il recinto elettrico più credibile: non certo un 653-9X, che chiunque riuscirebbe a craccare in un nanosecondo. Una ICS, la supertelevisione che controlla e manipola qualunque cosa, un po’ più saggia, magari. Che si inventa Ben Richards stragista e poi lascia libera e felice [di rovistare negli schedari contenenti tutti i misfatti della rete così, alla rinfusa in un cassetto, insieme alle versioni originali] la sua quasi-ragazza ispanica Amber. E ok che la televisione controlla tutto, ma fino a un certo punto.
Lasciando poi in mano la sicurezza a due tizi stracolmi di steroidi, come volete che Arnold non abbia gioco facile nello spaccare a Killian il deretano?
Tra le cose eccezionali di questo film, oltre Schwarzenegger e Jesse Ventura, entrambi futuri Governatori di California e Minnesota, da attori prestati alla politica, tanto per confermare l’idea generale che quest’ultima sia un teatrino, non fosse bastato Reagan, c’è Maria Conchita Alonso (Amber) che, fosse stata in carriera oggi, grazie al suo sangue caliente avrebbe raccolto milioni a palate sulla cresta dell’onda del politically correct, due dei cattivi più grandi della storia del cinema, Damon Killian e Miss McArdle, la terribile vecchietta quasi-rincoglionita che lo vuole baciare in bocca con la lingua, ma, soprattutto, gli sterminatori: Subzero, che gioca a hockey su ghiaccio con i running men e gli spara contro dischetti esplosivi, Buzzsaw, motocicletta e sega elettrica con lama in titanio, Dynamo, elettrico e lirico (cantante), Fireball, con il lanciafiamme e Capitan Freedom, che ha troppi steroidi per contare qualcosa, e vince solo grazie alla simulazione di cui sopra. Un lamer suo malgrado.

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Televisione

Killian sta per fare quella telefonata, impugnando la cornetta col  mignolo alzato, al Dipartimento di Giustizia, divisione Musica e Spettacolo, che detiene i diritti d’autore e le vite dei concorrenti, l’unica forma d’arte autorizzata. Voi, futuri running men, fate politica che, come viene ribadito, oggi equivale a vivere. Nel senso letterale.
In una dittatura distopica dove, per ascoltare, leggere e guardare un po’ di roba buona, ammirare arte di qualità, si è costretti a piratare e a violare le disposizioni rigidissime sulla liceità artistica, o si fa politica, rischiando la vita, per opporsi all’emittente che tutto controlla, oppure si ascoltano stolidi jingle pubblicitari, si beve cola nazionale, l’unica che tiene ben svegli, si legge solo robaccia scritta coi piedi, e si guarda il grande fratello The Running Man.
Uhm… ma siamo ancora sicuri di stare parlando del film?
Manipolare l’informazione è norma vigente. Tant’è che la gente, il pubblico, crede a qualunque cosa venga mostrata loro e, fatto incredibile, ai filmati successivi che, sorpresa, smentiscono tutto ciò che hanno visto finora. La prospettiva, rispetto a cinque minuti prima, si è ribaltata: i buoni sono diventati i cattivi e viceversa. E il pubblico? E il pubblico resta a guardare e accetta. Con la bocca aperta.
Il messaggio che passa è che, in ogni caso, è un pubblico di lobotomizzati, e solo quelli che possono combattere arraffano tutto quello che possono e vogliono.
In fondo, vivere dovendo mostrare un pass per spostarsi di quadrante in quadrante, è come stare nei bassifondi a tramare per distruggerli, quegli stessi pass. Cambia solo la qualità dell’ambiente, e della luce, e del cibo.
A conti fatti, meglio guardare la tv, mangiare proteine e vivere al sole.

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p

Schwarzenegger è superlativo. Ma non c’è da meravigliarsi. Lo è stato sempre, a modo suo, per tutti gli eighties. Dal 1982 all’87 ha infilato, nell’ordine, Conan il Barbaro (1982), Terminator (1984), Commando (1985), Codice Magnum (1986), Predator (1987) e L’implacabile, dello stesso anno. Non avrà mai recitato Shakespeare, è vero. Ma credete che gliene freghi qualcosa, a questo punto? O che freghi a qualcun altro?
E infatti qui lui è un po’ tutti i film precedenti. Se ne va in giro con sfregi da laser sulle braccia, canottiera riciclata da quando impersonava quel Joseph P. Brenner,

Per cosa sta quella “P”?
Puttaniere. (da “Codice Magnum”)

oppure con una camicia hawaiana e panama bianco, quelli sì da censura immediata. E, amorevolmente, lega mani e piedi Maria Conchita alla panca per la ginnastica e, delicato come sa essere, la sradica da terra con lei sopra, per convincerla a collaborare. Tipo di siparietti tanto avvincenti quanto astrusi che ci accompagneranno fino alla fine del gioco. E va benissimo così.

***

Nessuno può farci niente

Killian, sempre lui. Se ne sta in studio, al calduccio, tra la folla adorante che lo ama perché lui li ama. Alla mattina licenzia i vecchi rincoglioniti intenti a leccare il pavimento, poi sceglie le sue vittime a seconda di quanto tempo possano durare contro quei bestioni dei suoi sterminatori. Ha un ponte mobile, un collegamento con la casa… cui ricorre spesso, per sentire stronzate pronunciate con tono saccente dai suoi collaboratori e poi: il quadrante di gioco, ripreso in rigorosa diretta.
E chi sarà il primo a uscire dalla casa a essere eliminato?
Questo non è un film. È storia contemporanea.
Gli sterminatori sono i wrestler che ci sono stati tolti dalla sciocca censura italiana. Eccessivi, violenti, con la loro mimica e i loro accessori nati per trasformarli in gadget e merchandising.
Killian è la presentatrice che conosciamo tutti. Sadica, che si sfrega le mani quando c’è da pescare nel torbido, che ci sguazza e che ha il sorriso falso, oltre la voce. La Regina Himika.
La signora McArdle è l’opinionista cattiva, ma anche buona, moralista insomma.
Maria Conchita Alonso, solo per questo ruolo, e perché, come Schwarzy, fa parte della saga di Predator (il n. 2), si candida a diventare, insieme a Amanda Pays, la terza dea di questo blog.
E poi c’è Arnold che fa politica, ovvero vive, che è la stessa cosa. Ma, lasciate che ve lo dica: nessuno è come lui. E nessuno può farci niente.

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