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L’Arcano Incantatore (1996)

by Germano on 12/11/2011
Book and Negative
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Non odio il cinema italiano, semplicemente lo lascio scorrere, guardando (poco) e decidendo di parlare solo di ciò che vale la pena. Il risultato è che non sono subissato di stupidissime mail. Ignorare l’Italia fa bene allo spirito e alla casella di posta elettronica. Però, ci sono le eccezioni.
Terzo appuntamento con Avati, sempre nel fine settimana. Terza favola horror, dal passato, in una penisola divisa dallo Stato della Chiesa: L’Arcano Incantatore, del 1996. Un anno importante (per me) e una VHS che guardavo quando ero alla villa in collina, e dedicavo le mie giornate, tra le altre cose, a passeggiate lungo sentieri campestri, rievocati anche nel film. Luoghi diversi, ma identica atmosfera. L’idea dominante, che poi è quella del regista, è che il maleficio si celi dietro la tranquillità di un pomeriggio tra i boschi, insieme al cinguettare dei passeri, alla luna già alta in cielo e a stento visibile.
Avati è uno che ha imparato il mestiere e lo mette in pratica, in modo spietato. Sembra un’iperbole, ma ogni suo lavoro è frutto di rigida applicazione di regole studiate a dovere. Proprio così, io che odio le regole, ammiro il suo rispetto per esse. Una fola esoterica delle nostre campagne (com’è scritto nell’incipit), che alterna la visione classica di nebbia, luoghi bui, cimiteri, al sole e alla vita bucolica. Non a caso, come certi altri maestri, il vero orrore, che vuol essere anche il colpo di scena, è ben visibile, in piena luce, squallido. Messo, però, in soffitta, il luogo dove celare misfatti, per antonomasia.

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Stefano Dionisi (Giacomo) e Carlo Cecchi (L’Arcano Incantatore), su questo duo è costruito l’intreccio, pur potendo contare sulla sfilata di molti comprimari, ognuno recante il proprio tocco indelebil; partecipano al quadro.
Dionisi è anche voce narrante e, d’accordo, si sopporta a stento. Ma la voce narrante fa parte delle regole, sopperisce laddove non bastano le immagini a raccontarci la storia dello spretato.
Sempre lui, lo spretato, il Monsignore che ha perso i voti, è stato bandito dalla Chiesa per i suoi studi esoterici e relegato a vivere in un eremo, abbandonato da tutti, eccetto che dal suo scrivano, l’unico autorizzato a incontrarlo di persona. Lo spretato (Carlo Cecchi), è stato scomunicato, e la sua condanna lo vuole segregato dal mondo dei vivi, immerso nella lettura dei volumi polverosi della sua immensa biblioteca che comprende, tra le altre materie, l’ars diaboli, l’arte del demonio.
Ma si inizia con la fuga di Giacomo, seminarista che ha sedotto e poi costretto una ragazza ad abortire, fuggito dal Papato per intercessione di una nobildonna, anche lei occultista, che, con la sua influenza politica, gli ha concesso di sostituire lo scrivano del Monsignore, nel frattempo spirato.
La dimora nobiliare della vecchia, vista di notte, alla luce delle candele. Vecchia che conosciamo attraverso gli occhi dietro un paravento, occhi bucati sul disegno di una civetta, mentre intona una cantilena e propone al giovane un patto…

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È sufficiente quella breve sequenza a stabilire la serietà dell’accordo, un patto stretto col sangue, inscindibile, la possibilità che le storie che vogliono legati gli studi esoterici al maligno siano molto di più che semplici racconti, a portarci in territori desueti per il nostro cinema, e perciò preziosi.
Carlo Cecchi è un attore che ho sempre ammirato. Modo di parlare strano, un po’ strascicato, stavolta accentuato, dal momento che il suo personaggio, il Monsignore, si sottopone, onde raggiungere uno stato di percezione alterato, a continui salassi, cosa che, in effetti, lo porterebbe sulla soglia dell’incoscienza. Sia come sia, il Mosignore è una figura affascinante, paterna come lo sono i tipi sulfurei, che scelgono di convertire coloro che incontrano, piuttosto che combatterli, enigmatica quanto occorre, dedita a misteri e scambi epistolari con altrettante eminenze grigie. Lo si ama subito, spinti dall’antipatia verso la sua condizione di prigionia, e dalla benevolenza che ispirano gli uomini colti, e perciò osteggiati. Se ne sta nel suo letto, quando non cammina, avvolto di velluto porpora, a contemplare le mensole sulle pareti ricolme di mani sinistre, commissionate da suo padre ai migliori scultori a mo’, a suo dire, di consolazione per la perdita della sua vera mano, in gioventù.

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Personaggio pittoresco, come tutti gli altri: Elenella, la bambina ritornata dal mondo dei morti, araldo della defunta madre di Giacomo, la prostituta in riva al lago, la comunità di suore decadute, cacciate dai conventi e dalle loro famiglie. E ancora apparizioni e fenomeni di infestazione. Peccato per gli effetti speciali che denotano un budget risibile. Ma ancora un volta, o sempre, a contare è il tentativo riuscito di innestare la vicenda in nella provincia italiana. Quotidianità, preghiere, accenni di possessione demoniaca, trattati con rispetto e senza esagerazioni e, in alcuni momenti, inquietanti. Lo scetticismo viene man mano annichilito dal manifestarsi dei cosiddetti prodigi.
L’Arcano Incantatore contiene ogni elemento chiave dell’horror di impostazione classica: l’antro della strega, la strega che non si mostra (eccetto che nel finale), il protagonista in bilico morale, l’eremo, l’antagonista in odore di zolfo, le vittime sacrificali (le due ragazze), il colpo di scena finale, che ribalta la prospettiva e rispecchia il tipico gusto di Avati, quello di non concedersi chiusure scontate, dolci, che mettono ordine e rassicurano: tutto il contrario.
Menzione finale, anche se viene mostrato all’inizio, per il curato di campagna e l’annessa messinscena dell’esorcismo, o meglio, del suo contorno. Un curato coi capelli lunghi, un fottuto servo di Dio impegnato nella lotta contro Satana, o, per come viene descritta, contro qualche sorta di virus intestinale del presunto ossesso. La Chiesa di campagna, un misto di dottrina, superstizione e influenze di culti pregressi; i Lari, i demoni e tutta quella serie di influenze paranormali che ci fanno amare quel lato invisibile, quelle anime che stanno dietro ai fenomeni naturali del tempo che fu. Godiamocele, insieme a questo film.

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