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L’alba dei morti viventi (2004)

by Germano on 17/05/2011
Book and Negative
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Overdose da morti viventi, in questi giorni? Può essere, ma qualcuno insiste col dire che Book and Negative sia un blog dell’orrore, o del perturbante. E io non voglio deludere chi s’illude. Sono d’animo buono, in fondo.
Affrontiamo il cosiddetto remake del capolavoro omonimo di George A. Romero del 1978. Zack Snyder al debutto, prima di farci vedere 300, Watchmen e Sucker Punch. Meno effetti speciali, più make-up. E, inoltre, tre camei di quelli storici: Ken Foree, Scott H. Reiniger e Tom Savini. Io stesso, per un esordio così, bacerei la strada da qui a Damasco.
La verità è che questo L’Alba dei Morti Viventi (Dawn of the Dead) ha pagato, anche ingiustamente, la sua natura di remake. Se ci si fosse limitati a definirlo, che so, un film ispirato a… pochi avrebbero avuto da ridire. Messo a confronto col predecessore, da tutti considerato intoccabile (me compreso), è ovvio che ne esca con le ossa rotte e il cervello (trattandosi di zombie) spappolato. Preso singolarmente, invece, è un buon film. Perché?
Perché, tanto per dirne una, diverte.
E ok, c’è sempre la solita clausola, ovvero la bocca buona degli spettatori. Ovvero, dovete appartenere a coloro che prendono gli zombie per quello che sono, metafore putrefatte della nostra società (ma non necessariamente), a coloro che amano la fine del mondo e a coloro che odiano il cinema impegnato. E badate, queste sono definizioni vuote. Perché, come abbiamo visto più e più volte, anche questo tipo di film può indagare sulla natura umana, e farlo anche bene.

***

Non è mia intenzione, comunque, riproporre in questo articolo tematiche e riflessioni già trite e ritrite; men che mai instaurare paralleli con il film di Romero. Siamo d’accordo, Snyder se l’è cercata. E non è l’unica volta. Ma non mi importa. Considererò Dawn of the Dead a sé stante: l’oggetto film.
A partire dai titoli: immagini prese dai mass-media. E sono immagini belle. Il mondo che, in ogni angolo, cade lentamente sotto i colpi dei morti che, s’è già scoperto, corrono, anziché ondeggiare lentamente.
Evoluzione dello zombie, si disse. E si disse anche: “intollerabile”. Io dico: “non me ne frega niente”.
Anzi, lo zombie veloce, come gli infetti, costituisce (se unito a tanti suoi compari) una vera e incontenibile minaccia. Cioè, pensate a come si possa fermare, sia pur armati di mitragliatrici, una folla di uomini che attacca senza tregua, non sente il dolore delle ferite e, soprattutto, non ha paura. Nessun esercito del mondo riuscirebbe ad arrestare la marea. E così l’apocalisse non solo è credibile, ma inevitabile.
Si comincia in sordina, con i bollettini dei tg sostituiti dai monoscopi e con una coppia, Ana (Sarah Polley, qui piuttosto caruccia) e il marito che badano ai fatti propri, e si procede con l’escalation.

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E qui, come sempre, subentra l’atmosfera da contagio. Preziosa per lo spettatore. Una donna sola, che ha appena perso il marito, lorda di sangue, che fugge e si rende conto, con l’allargarsi dell’inquadratura e la panoramica, che il problema è più grave del previsto.
Dopo di ché, si arriva al dunque: il centro commerciale.
Ora, quest’ultimo è inevitabile. Talmente inevitabile che ho voluto omaggiarlo anch’io.
In questo film rende bene. Il gruppo che vi si rifugia è eterogeneo e capace, benché vittima, all’inizio, di contrasti a metà tra il surreale e l’assurdo: come, ad esempio, la volontà dei tre guardiani del Mall di preservare le risorse dello stesso dallo “sciacallaggio” dei rifugiati. La domanda è: ma quanto cazzo di tempo deve passare, e quanti cazzo di orrori devono essere mostrati in tv, prima che ci si renda conto che il mondo sta finendo?
La cosa davvero, davvero incredibile di tutti i film sugli zombie, almeno di tutti quelli successivi all’epoca d’oro romeriana, però è un’altra: è l’assoluta mancanza di riferimenti cinematografici. Cosa, questa, che lede il realismo dell’impianto narrativo.
La letteratura, cartacea e cinematografica, è colma di zombie. Il mostro parente povero, puzzolente e lercio, proletario. Tutto il mondo lo conosce. Non c’è un ragazzino che non ti sappia dare una definizione dello stesso. E poi, c’è stata La Notte dei Morti Viventi e il suo “stanno venendo a prenderti, Barbara…”.

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Ora, non so se per una mera questione di diritti d’autore, (e, visto come sono assurde certe leggi a riguardo; la cosa non mi stupirebbe, ma sarebbe folle dal momento che proprio La Notte dei Morti Viventi romeriana è compresa nella lista dei titoli liberi, infine, da qualsivoglia copyright) Ma, dato che il mondo ha familiarità con gli zombie, perché non ammettere che i personaggi, superato lo shock iniziale, non abbiano anch’essi familiarità con l’argomento? Perché far pronunciare loro frasi tipo: “Ma com’è possibile che siano ancora in piedi? Sono morti!” in luogo di un ben più figo “Sono stufo di questi zombie del cazzo in questo cazzo di centro commerciale!”.
Non trovate anche voi?
Stesso motivo che, tra l’altro, concentrerebbe verso il Centro Commerciale le voglie e le speranze di chiunque tra i superstiti abbia visto il film di Romero. Cosa che trasformerebbe lo stesso in una trappola mortale e sovraffollata.
Poche scene domestiche, in questo film, meno di quante ne avrei gradite, di sicuro. E il “saccheggio”, semplice utilizzo delle risorse vanto del consumismo, non sortisce lo stesso effetto anarchico dell’originale, e si limita a essere una stolida lotta contro l’ineluttabile.

***

La cicciona zombie è in realtà un attore, tanto per dirne una. E le motivazioni del gruppo si infrangono sulla scogliera del (poco) realismo. A meno di un mese (29 giorni, secondo i contenuti speciali del dvd) di sopravvivenza del gruppo nell’ipermercato, lo stesso, sulla base della noia e dell’angoscia, rischia il tutto per tutto e sceglie di farsi ammazzare nel tentativo di raggiungere, da Los Angeles (credo), un’isola a largo della costa, Catalina. Il ché, come strategia, ci sta tutta. Niente di meglio di un’isola per sopravvivere all’epidemia. Meno esseri umani, meno possibili zombie. Ma dopo un solo mese e con tutte quelle risorse a disposizione, resta una scelta idiota.
Grandi scene di lotta, spettacolari le riprese dei due furgoni corazzati che sono intrappolati in una marea di mani fameliche protese verso di loro e, più in là, l’inseguimento nelle vie della città sporche, devastate e ai primi chiarori. Sono cose che lasciano il segno.
Ma che, purtroppo, è un segno non indelebile, da film d’azione. Puro e semplice. Che non si rammenta più del dovuto.
Di tutt’altro spessore, per dirne una, il grattacielo romeriano che si spegne poco a poco. Il mondo che finisce deve avere una sua poetica. Sempre.
Qui c’è solo intrattenimento. A volte può bastare.

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