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Lady in the Water (2006)

by Germano on 26/01/2011
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Sapete cosa si dice di certi scrittori? Che siano autori da un solo libro.
Il senso di questa risposta è che, in quanto tali, siano capaci di produrre un unico, ottimo libro. E che il resto della loro opera sia stanca e vuota; un continuo e inutile aggirarsi intorno a quegli stessi temi trattati, in modo insuperabile, nel primo.
Questo concetto è applicabile anche al cinema. Non foss’altro perché sono entrambi, cinema e letteratura, metodi di narrazione.
Mi chiedo se Shyamalan sia un regista da un solo film. A differenza di molti, però, io sono convinto che il suo unico film debba ancora arrivare. E che lui ci stia girando intorno, nel frattempo sedotto dal successo veloce, ostacolato dalle magagne coi produttori e dai magheggi del marketing. Da chi gli ha consentito una certa autonomia, troppa, e da chi gli pone sciocchi veti, per ragioni economiche.
Dicono che L’ultimo dominatore dell’aria faccia schifo. Io non lo so. Finora l’ho evitato. Non è proprio il tipo di film che prediligo.
Per cui, Shyamalan chi è? Il regista de Il Sesto Senso e basta?
Non direi.
Io sono un suo fedelissimo. Ho apprezzato tutti i suoi lavori, eccetto Devil, dove però si è limitato a scrivere, e non ha diretto.
Non sono tutti capolavori. Tutti, al contrario, sono film sussurrati, silenziosi, con atmosfera soffusa e ovattata che un po’, diciamocelo, addormenta.
Eppure, lui è l’uomo che mi ha regalato, tra le tante suggestioni, i misteri svelati col volume al massimo, attraverso dialoghi strepitosi, il fascino del raccontare senza mostrare, un fascino antico e, non ultima, Zooey con le pupille a cuoricino… Ragion per cui, dato che le passioni non nascono certo da motivi universali, ma dalle sciocchezze, come quest’ultima, io gli sarò fedele spettatore, sempre. Questo è più che semplice cinema per me: è ispirazione.

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L’affabulatore

Shyamalan è un buon affabulatore? Secondo me, sì. Lo è. Il suo Lady in the Water nasce da una favola scritta e credo anche disegnata per i suoi figli. È anche una bella favola. Chi non vorrebbe un padre così?
Forse un po’ strana l’idea di proporla al cinema, dopo aver abituato spettatori e produttori a un certo tipo di emozioni forti, anche se sempre più diluite, di film in film.
Ma stiamo parlando dello stesso tizio che ha azzardato l’ipotesi di poter arrestare un’invasione aliena spruzzandoci sopra un po’ d’acqua. Per di più riuscendoci, e rendendo il tutto se non credibile, più che godibile.
Shyamalan ci ha creduto, a questo progetto. Così tanto che mandò a quel paese la Disney, per non meglio identificate divergenze creative, e si rivolse alla Warner.
A quanto pare, questo voltafaccia gli stava costando la carriera, oltre ad aver dato origine a un libro, che riassume tutta la faccenda intitolato: “The Man Who Heard Voices: Or, How M. Night Shyamalan Risked His Career on a Fairy Tale”.
L’uomo che sente le voci. E che racconta favole. E che rischia il lavoro per una di queste.
Niente male.

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La favola

La favola è essa stessa archetipo. Contiene elementi chiave, simboli. Ogni oggetto visibile, ogni personaggio presentato è forma e significante. Il relativo significato, però, è da scoprire attraverso la ricerca dell’eroe, il protagonista, e dei comprimari che l’accompagnano.
Il Bene, di solito principio, ma che si incarna in un essere animato o inanimato, è oggetto e vincolo. Non determina alcuna azione se non in senso passivo. Si limita a esistere. E la storia che da esso trae origine, le si svolge intorno. Il Male lo avvolge, o lo tenta. Oppure lo rapisce per corromperlo o per distruggerlo.
Il Male, quindi, agisce perché il Bene esiste. E la vista di quest’ultimo insopportabile.
L’eroe, da identificarsi con uno o più protagonisti, è latente. Di solito svolge un lavoro umile, che presupponga umili preoccupazioni. Egli entra in gioco più che per senso di giustizia, per produrre nuovo equilibrio in una realtà, che può essere universale o locale, altrimenti perturbata.

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La storia

[contiene anticipazioni]

Non stupisce, quindi, data l’impostazione classica seguita dal regista, che il tutto si svolga in un comdominio con piscina. Che tutti i personaggi proposti abbiano un ruolo fondamentale nella vicenda. E non disturba, o almeno non dovrebbe, la virata fantastica del film, che si concede lupi famelici, fate marine e gigantesche aquile che provvedono a queste ultime un passaggio sicuro per ritornare al proprio mondo.
Kevin Costner al posto di Paul Giamatti. Non c’è storia. Molto meglio Paul. Pacioccone, simpatico, all’apparenza innocuo. Ma soprattutto un ottimo attore, troppo spesso dimenticato da quelli dell’ambiente.
Bryce Dallas Howard è eterea. Dovendo recitare il ruolo di una narf, una creatura fatata del Mondo Azzurro, è perfetta; non suscita, infatti, alcuna attrazione sessuale, ma riesce piuttosto fredda e distaccata. Da questo punto di vista è uno dei lati deboli del film, perché il suo personaggio, Story (la Storia… che trae origine dal Bene), comunica un distacco empatico che lascia piuttosto indifferenti alla sua sorte, persino quando è ferita o inseguita dalle creature del bosco fameliche, persino quando è in punto di morte. Autentica assenza di sensazione, non foss’altro per quegli sguardi algidi che ella dispensa a ogni inquadratura.
Ad arricchire il tutto un serie di comprimari, sorretti da altrettanti caratteristi, di primissima scelta. Fra tutti, Reggie, il tipo che allena solo un lato del suo corpo e il bambino che legge il futuro dai disegni colorati delle scatole dei cereali.

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Essere di parte

Alla luce dei retroscena legati al progetto del film, assume nuovo significato la figura del critico cinematografico Harry Farber (Bob Balaban), dapprima chiamato dal protagonista a coprire un ruolo essenziale nella vicenda, in quanto interprete e profeta degli avvenimenti della fiaba che si sta svolgendo sotto i loro occhi, successivamente messo da parte e poi punito dal contrappasso. Un personaggio arrogante che sputa sentenze e dispensa certezze stereotipate sul cinema e sulla letteratura e che finisce tra le fauci dei mostri, proprio in una situazione tipica, un cliché, la cui conclusione, stavolta, è ribaltata.
Potrebbe essere il modo di Shyamalan di comunicare il proprio disprezzo verso un certo tipo di critica, ma sarebbe fin troppo ovvio.
In ogni caso, egli si è stranamente attribuito un ruolo cristologico. Lui porta, attraverso un libro, la parola che cambierà i destini del mondo. E per quella stessa parola verrà ucciso.
Troppo coincidenze, o forse no. Troppa superbia, o forse autoironia.
Come sempre, Shyamalan è da vedere e interpretare senza indugiare a lungo.
E comunque, io sono di parte in questa storia.

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