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La città verrà distrutta all’alba (1973)

by Germano on 26/03/2010
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Premessa
Ho visto “The Crazies” (2010) e mi è saltato in mente che, forse, sarebbe stato opportuno metterlo a confronto con il suo sconosciuto predecessore, diretto da George A. Romero, che passa in televisione ogni miliardo di anni, senza scherzi. Oggi, quindi, il buon zio George è di nuovo protagonista e gradito ospite, domani, o forse dopodomani, toccherà invece a Breck Eisner a ai suoi nuovi “pazzi”…

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[ATTENZIONE! CONTIENE ANTICIPAZIONI!]

Il film
“The Crazies” è il titolo originale di questa pellicola del 1973. Qui da noi è conosciuta come “ECATOMBE nel film La Città verrà distrutta all’alba”, come testimoniato da questa locandina dell’epoca dallo spiccato gusto vintage.

Come è evidente, la traduzione tende a mortificare la suspense e a spiattellare tutta la trama del film, riuscendoci, tra l’altro, in una sola frase. Poco male. All’epoca era prassi comune. Noi, oggi, dall’alto del nostro 2010, in ogni caso, non è che possiamo proprio cantar vittoria, circa titoli attuali e rispettive traduzioni. D’accordo, questa è una polemica che tratterò altrove. Ritorniamo sul film.

In prossimità di Evans City, cittadina della Pennsylvania, un incidente aereo ha liberato nelle falde acquifere un’arma batteriologica che finisce per esporre ad una possibile infezione i tremila abitanti della zona. Il batterio, o virus, causa una mutazione encefalitica rendendo permanentemente pazzi coloro che ne sono infettati e causando, allo stesso tempo, l’insorgere di un’aggressività incontenibile negli stessi soggetti.
Dopo il manifestarsi dei primi casi di contagio, nella fattispecie un padre di famiglia che, dopo aver assassinato sua moglie, brucia la propria casa con dentro i suoi due figli, l’esercito pone la città sotto quarantena istituendo un cordone sanitario e isolandola e impedendo, allo stesso tempo, ogni possibile forma di comunicazione con l’esterno.
L’intreccio, piuttosto lineare, si suddivide in due sottotrame che accompagnano lo spettatore fino alla conclusione del film:

a) la prima riguarda i tentativi di alcuni degli abitanti di Evans City di fuggire, tra questi abbiamo David (Will MacMillan) e Clank (Harold Wayne Jones), entrambi vigili del fuoco e tra i primi a rendersi conto degli accadimenti che stanno avvenendo in città, Judy (Lane Carroll), infermiera e fidanzata di David, Artie (Richard Liberty) e Kathy (Lynn Lowry), padre e figlia che, per pura casualità, si uniscono agli altri tre.

b) la seconda è incentrata sulle autorità. Il Colonnello Peckham (Lloyd Hollar) che coordina le complicate operazioni di quarantena e salvataggio sul posto e, in collegamento telefonico da Washington, i suoi superiori che dibattono, cinicamente, sulle misure drastiche da adottare nel caso in cui il cordone sanitario fallisca nel suo obiettivo di contenere il dilagare dell’infezione.

Si assiste, quindi, a uno strano doppio spettacolo con lo spettatore ben cosciente di quello che sta accadendo e subito informato che il presidente è disposto persino a ricorrere alle armi nucleari per ristabilire l’ordine, ma che è costretto ad assistere ad una riscoperta delle ragioni della quarantena da parte dei co-protagonisti di Evans City che, gradatamente, divengono consapevoli di ciò che già si conosce.
L’intervento dei militari è male organizzato, perché messo in piedi in fretta e furia. I soldati, inesperti e impauriti si trasformano spesso in carnefici dal grilletto facile, mentre gli abitanti, prede del virus in numeri sempre maggiori, si aggirano in bande armate dando vita a scontri estremamente cruenti.
David e il suo gruppo, invece, hanno buon gioco, pur tra mille ostacoli ad avvicinarsi sempre più al confine della barriera, passato il quale, essi ritengono, saranno al sicuro. Kathy, e via via gli altri membri del gruppo, però, manifestano la ben nota sintomatologia che inizia in un primo momento con offuscamento della capacità logica e alterazioni della coscienza unite a perdita dell’orientamento, per poi esplodere in manifestazioni di violenta aggressività.
David, apparentemente, sembra godere di una naturale immunità.
Il film si chiude con un sostanziale fallimento dell’operato dell’esercito. I duemila superstiti di Evans City radunati sono tutti contagiati, e nuovi focolai d’infezione si sono manifestati in una città vicina. Il tutto mentre un bombardiere continua a sorvolare la zona portando nel suo ventre un’arma nucleare, l’ultima risorsa.

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Riflessioni
Sì può iniziare dicendo che il film è piuttosto artigianale. E si vede. Potendo contare su un budget di soli 270.000 dollari, Romero, nell’ottica di riuscire a filmare una messinscena ambiziosa come questa, chiese e ottenne la collaborazione di molti dei locali, cittadini di Evans City, che si prestarono volentieri ad impersonare i vari “pazzi” visibili in tutto l’arco del film. I soldati in tuta bianca anti-contagio e maschere antigas erano, ad esempio, quasi tutti studenti del liceo.
Addirittura la concezione stessa di alcune scene fu frutto dell’abilità e dell’intuito del regista, pronto a cogliere l’attimo, come nella scena iniziale dell’incendio della casa. Ad essere bruciata dai veri vigili del fuoco, per ragioni di sicurezza, fu una vera casa disabitata. Romero chiese e ottenne il permesso di filmare.
Sempre maestranze locali, insieme ai vigili del fuoco, fornirono la loro esperienza, i primi per creare gli effetti del sangue, i secondi, invece, furono impiegati in qualità di stuntmen.
Come dicevo, una trama senza dubbio ambiziosa, che prevedeva decine di comparse e la realizzazione di molte scene corali di grande impatto, almeno nelle intenzioni.
Di sicuro, su un impianto simile, Romero costruirà il suo capolavoro cinque anni più tardi con “Dawn of the Dead” (1978), nel quale è possibile ravvisare parecchie analogie, sicuramente meglio sviluppate, con la trama di questo “The Crazies”.
Già ho espresso le mie perplessità di fronte alla scelta duale nel dipanare l’intreccio che, per come è fatta, spezza notevolmente la tensione.
Pur non essendo riuscitissimo, il film mostra il marchio di fabbrica romeriano, allorché si insiste sulla stupidità e l’emotività dell’uomo, leggasi disorganizzazione, quali fattori determinanti il fallimento dell’operazione imbastita dal governo. L’esercito fallisce a più riprese nel tentativo di mantenere sotto controllo una situazione scomoda sia per loro stessi che per gli abitanti, tenuti costantemente sotto la minaccia delle armi. Fallisce anche quando il panico spinge a considerare il Dott. Watts (Richard France) come un infetto e a scaraventarlo nell’area di contenimento insieme agli altri contagiati, ignorando la possibilità che egli fosse riuscito a trovare una cura.
Molto bello il finale tragico, dove abbiamo delle morti dolorose, ma sensate. Ed anche allora, quando tutto è perduto, trionfa l’egoismo umano, quando David, consapevole oramai di essere immune al virus, tiene la notizia per sé, per ottenere una contropartita, per vendicarsi del trattamento subito, da lui, dalla sua compagna e dai suoi concittadini, da parte dell’esercito che non ha avuto scupoli, né pietà alcuna nel perseguire l’obiettivo del contenimento.
Se “La città verrà distrutta all’alba” è da considerarsi un trampolino verso i fasti e la maturità artistica dei film successivi di Romero, allora lo si può vedere con la consapevolezza che tutte quelle asperità, evidenti e nelle immagini e nella trama, miglioreranno ampiamente. Preso singolarmente è un tentativo zoppicante e imperfetto. Per una volta tanto qualche soldo in più avrebbe giovato. Un film riuscito a metà. (Edit by elgraeco – 27.03.2010, ore 00.17)

Approfondimenti:
Scheda del Film su IMDb

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