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La Casa dalle Finestre che ridono (1976)

by Germano on 09/10/2011
Book and Negative
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Stanotte sono rientrato alle due passate e ho acceso la tv per addormentarmi. Notte silente, squarciata dalle grida di un ubriaco. E in tv davano La Casa dalle Finestre che ridono di Pupi Avati. Si era già a buon punto. Il restauro dell’affresco del Legnani nella chiesa era completato, prima che venisse distrutto ancora, ed aveva portato alla luce i volti delle due carnefici, sclerotiche e folli, vecchie e laide, come avrebbe detto Cecco Angiolieri: due arpie venute da qualche bolgia infernale.
Fascino magnetico per questo film italiano. Irrinunciabile. È come il cinema italiano avrebbe sempre dovuto essere. E dovrebbe essere ancora: uno sguardo sulla provincia malata, sonnacchiosa che, tra le pieghe di paesaggi bucolici rimasti invariati allo scorrere dei millenni, cela la vita vera fatta di dolori, segreti turpi e agonie. Antonio Avati, Pupi Avati (regista), Gianni Cavina e Maurizio Costanzo. Eccoli qua. Che poi uno pensa alle distorsioni moderne, al fatto che il gusto di raccontare storie che atteriscono è andato via, smarrito nel moralismo sciocco degli ultimi decenni. Ma nel 1976, anno della mia nascita, ci si provava ancora a spaventare.
Non ricordo chi lo scrisse e dove lo lessi: spaventaci ancora, caro Avati. Spaventaci ancora. Dovrebbe diventare una sorta di mantra.
E infatti, Avati ci riesce, a spaventarci, inquadrando una catapecchia in attesa di essere abbattuta, in un luogo solcato da fiumiciattoli da cui sono fuggite persino le anguille, e disegnando sulle finestre, assieme ad Antonio Avati e ad Amadei, dei larghi sorrisi, retaggio del folle pittore Buono Legnani, spirito del film.

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[qualche spoiler qua e là]

Questa non vuole essere una recensione come tutte le altre, ma una suggestione. Troppi e troppo dettagliati gli articoli rinvenuti in rete (che troverete linkati alla fine), colmi di curiosità e fotografie bellssime, per tentare di riproporre La Casa dalle Finestre che ridono in un’analisi meramente tecnica. Ci si prova lo stesso, ammirando il grandangolo che mostra la soffitta degli orrori, si pensa con stupore al colpo di scena finale, alle risate stridule, a quelle frasi in portoghese smozzicate e ghignanti. Alle vecchie coi denti finti, ingrigiti dal tempo, allo sguardo del prete.
Affetto e magnetismo immediati, pur se l’attore protagonista e tanti altri volti familiari, magari stanno anche un po’ antipatici. Così provinciali, così italiani. Parlano con l’accento, ma sono così perfetti da sembrare usciti da un film di David Lynch: uno per tutti, il nano sulla berlina rossa. Sotto la fotografia di Storaro e la Panavision hollywoodiana, staremmo parlando di una pellicola leggendaria.
Non che non lo sia, ma a parità di mezzi, tale è la qualità della storia, che avrebbe meritato ben altri capitali. Un discorso di ma e di se, al quale si può contrapporre l’indiscusso fascino artigianale. Quello di andare in giro a scegliersi le location nella Bassa Padana, fabbricarsele all’occorrenza, e montarci su un intreccio che è un esorcismo di un incubo infantile: la storia del prete-donna.

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Episodio dell’infanzia del regista, un giorno venne aperta la tomba di un prete, per ragioni non chiare, e al suo interno venne rinvenuto il corpo mummificato di una donna. E il prete-donna divenne lo spunto per la zia di Avati di creare l’uomo nero, per far star buono il regista ancora bambino. Il prete-donna sarebbe venuto a prenderlo, se non avesse fatto il bravo.
Infanzia spettacolare, popolata dai mostri delle fiabe, quelli che devono spaventare per instillare il concetto di male e di bene. La paura, non smetterò mai di dirlo, è un sentimento sano, se ben incanalato. Specie se poi, decenni dopo, ti permette di inscenare un film come questo.
Stefano (Lino Capolicchio) è un restauratore o, come spesso accade, un pittore fallito che s’è messo a restaurare (per campare) i lavori di quelli più bravi di lui. Mestiere ingrato. C’è un affresco, in una chiesa, che necessita di un restauro totale. Esso mostra il martirio di San Sebastiano; l’autore è un pittore locale, Buono Legnani, detto il “pittore d’agonie”, morto da tanti anni, suicida. S’è dato fuoco poco dopo aver completato il dipinto. Un pazzo intorno al quale, note a tutti, circolano storie oscene, curiosità, di quelle che fanno schifo in vita, ti fanno isolare dalla gente, ma che fanno grande la memoria di “artista maledetto”.

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C’è il paese, abitato da gente nebbiosa e umida come il clima che si respira, di cospirazione, di sguardi taglienti, di verità sussurrate che, viste in prima persona, sfociano nella follia come forma di autodifesa. Il restauro non deve essere completato, perché è chiaro, l’affresco cela un segreto torbido coperto alla morte del suo autore.
La voce di Legnani sul nastro, roca, veloce, le parole che diventano uno scaracchio sonoro nel quale a mala pena si riesce a dinstinguere la parola fondamentale: morte.
Tutti i personaggi di questo film sono così italiani, brava gente, che i panni sporchi li lava in casa, che si dà al pettegolezzo sfrenato, ostili ai parvenu che arrivano e sconvolgono il precario equilibrio sotto il quale, come sotto un velo di terra, sono stati nascosti scheletri presunti, segreti inconfessabili e vere ossa, fosse comuni dell’attività di un pittore pazzo.
Score che più adatto non si può, accompagna lo svelarsi della storia, a poco a poco, rivelazione in rivelazione. L’innocenza rappresentata nello sguardo e nell’ingenuità della bellissima Francesca Marciano, di contro alla curiosità del restauratore, e al viaggio finale nella follia, talmente bello e inatteso che si è ancora lì ad ammirarlo: cotone grezzo, cuffie a nascondere i capelli grigi, urla e voci stridule, da streghe, coltellacci che fanno zampillare il sangue. E un San Sebastiano nuovo, urlante. Morente.
Ancora un attimo di distensione, che c’illude che sia tutto finito, e poi le risate che gelano il sangue. Continua a spaventarci, caro Avati. Continua pure.

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Link utili:

LOCATION DA LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
L’INQUILINO DELLA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO
Foto di scena inedite dalla “Casa dalle Finestre che Ridono”
ULTIMI LUOGHI DALLA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO

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