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Into the Wild (2007)

by Germano on 08/02/2012
Book and Negative
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Al di là dei motivi che generano e sostengono la narrazione, spesso ci si chiede perché scegliere di raccontare una vicenda scomoda come questa, che suscita estremismi, anziché una equivalente, ma dagli esiti non fatali. Fatalisti, è meglio. Perché scegliere di narrare le vicende di Chris McCandless?
La riposta è tragica, a mio avviso. Le si narra non per rendergli giustizia, come è stato scritto e strillato (giustizia per cosa, poi?), ma per lo spettacolo. Ecco.
È vero, Penn ha usato tutte le accortezze del caso. Ha atteso dodici anni prima che la famiglia McCandless desse l’autorizzazione a girare, ha riprodotto il pulmino dove il vero Chris è morto, per non profanare, a suo dire, l’originale, con le riprese. Ma la scelta, e le conseguenze, sono quelle precedenti: lo spettacolo. Un grande spettacolo.
E infatti, Penn centra in pieno il bersaglio. Non è uno sprovveduto. È innanzitutto un grande attore. Ha fiuto. Ce l’hanno avuto tutti, il fiuto, in questo film. A cominciare da Eddie Vedder, autore della magnifica colonna sonora, che ha accettato il lavoro senza neppure sapere il soggetto del film, pur di lavorare con Penn. Poi ne è venuto a conoscenza, della storia, e ha dato il meglio.
E quindi Into the Wild è uno splendido film che si concede soltanto piccole sbavature. Ottimo lavoro. Ottima fotografia, ottimo interprete: Emile Hirsch, che ha perso diciotto chili per entrare nel personaggio. Adoro quando succede. Quando accade che attore e personaggio coincidano, nella mente e nel fisico. I risultati sono più che visibili, eccelsi.
Quello che non apprezzo è l’aura di santità che aleggia intorno a questa storia e al personaggio a cui si ispira (quello reale). Dal momento che il film, al contrario, riesce a serbare uno straordinario distacco, di fatto né condannando, né assolvendo il protagonista di questa triste storia.
È proprio vero che il successo di alcune opere va al di là dei meriti (pur evidenti, come in questo caso), ma è costruito solo sull’infinita marea di chiacchiere vuote che su di esse si fanno. Chiacchiere che, pensando a Chris McCandless, sono proprio l’antitesi di quello che andava predicando e per cui ha fatto quel che ha fatto: sparire. Per allontanarsi da tutto questo. Dall’umanità.

***

Il ventiduenne Chris s’è appena laureato, quando decide di mollare ciò che è stata la sua vita fino a quel momento e di mettersi in viaggio, senza soldi, potendo contare solo su di sé, avendo in mente quale meta finale l’Alaska, l’ultimo territorio selvaggio in cui vivere lontano dalle sovrastrutture con le quali l’umanità ha ingabbiato se stessa. Sorretto da caparbietà, arroganza e forza d’animo, impiega due anni per raggiungere il suo obiettivo e le estreme conseguenze.
In questi giorni, volendomi documentare oltre la semplice visione del film, in rete ho letto di tutto. Quasi tutti quelli che parlano di Into the Wild lo considerano un’esaltazione del coraggio e un’epopea del superuomo. Cosìcché giudizio su film e sul percorso di vita del protagonista divengono apologia di entrambe.
Nulla di più sbagliato.
Sean Penn imbastisce la storia per quel che è, descrivendola attraverso le vicende di Chris e la voce narrante della sorella di questi, Carine, rimasta a casa aspettando inutilmente un contatto dopo il volontario esilio.
Il viaggio in sé è esperienza formativa, al di là di chi lo compie. Ragion per cui, come tutti i viaggi, anche quello di Chris, compiuto in strada, a piedi o sollevato da occasionali passaggi in auto, è avvincente. Nella continua ricerca di esperienze liberatorie e luoghi incontaminati, sorretti dalla fotografia, ci si appassiona al coraggio e all’inconscienza di questo ragazzo, e ci si chiede perché non scelga mai di fermarsi, se non nel posto più duro e inospitale del pianeta. La ricerca di sé è una brutta bestia. Una chimera che non lascia che brandelli. E, quel che è peggio, genera emuli insignificanti.

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Ora, ho letto che questo è un film su un “maestro di vita”. Il maestro dovrebbe essere Chris McCandless. Ebbene, anche questa è una distorsione. Penn ci mostra Chris per quel che era, un ragazzo intelligente e avventato che getta nella disperazione una famiglia di cui, in effetti, non gli importa nulla e che decide di cambiare la propria vita, fallendo nel tentativo e pagandone in prima persona.
Quel che più conta, è che Penn non ci ricama sopra una facile morale, o l’apologia dell’eroe triste e sfortunato, incompreso da tutti tranne che da se stesso, e forse manco lui. Ce lo fa addirittura odiare quando rifiuta, testardo, i piccoli aiuti che gli vengono offerti di volta in volta. E addirittura ci è quasi indifferente la sua sorte, quando ormai inutilmente, egli si decide a lasciare traccia di sé, attraverso biglietti affissi nella foresta o sul pulmino che occupava, quali richieste di soccorso. Quello che lo trasforma in una figura lirica è lo spettacolo del cinema e le canzoni struggenti di Eddie Vedder che, montate ad arte su video, avrebbero il potere di far passare chiunque per un grande eroe. E fanno scorrere fiumi di lacrime. Eddie Vedder ci sa fare.
La regia di Penn, quindi, presa da sola, è esemplare e fa il suo lavoro. Lo fa persino bene, pur essendo ben conscia di aver compiuto una scelta che è spettacolo: la morte giovane e stolta ripaga in termini di pubblico e polemiche. Fallisce invece, ecco la sbavatura alla quale mi riferivo, quando si tratta di inscenare le motivazioni, i tristi eventi familiari, alla base della scelta di vita del protagonista: la violenza domestica che regnava in casa McCandless. Le scene, sottoforma di flashback, sono poco incisive e scorrono placide, tant’è che ci si interroga sul fatto se questo Chris non fosse davvero troppo sensibile di suo, per arrivare a reagire così, oppure se il suo passato, non tanto orribile, a conti fatti, non sia stato solo un pretesto al suo agire.

***

In ogni caso, Chris MacCandless ha compiuto una scelta personale, per di più solitaria, ovvero senza coinvolgere nessuno nel suo viaggio. E come tale la si deve considerare: una scelta. Condivisibile o meno, non importa ai fini della resa del film. Lo si può considerare un valore aggiunto. Into the Wild è un film che fa discutere, anche con toni aspri. Certe storie lo fanno. È un merito che va al di là dei singoli.
Non concordo però nel considerare, come molti, essenziale il cambiamento che egli apportò alla sua esistenza. Si dice e si legge spesso: lui ha fatto un tentativo di cambiare le cose, l’importante è questo.
Io dico che il cambiamento, come sempre, è incidentale. Il risultato finale è ciò che conta, sempre. Ciò che si è fatto per arrivarci è interessante analizzarlo dopo, a conti fatti. Qui il risultato di tale cambiamento è l’autodistruzione, inutile. Ad altri asceti, magari un po’ più saggi, meno arroganti e meno avventati di lui, e magari anche più fortunati, è andata meglio. Quindi, maestro di non-vita, secondo me. Rispettabile finché si vuole, ma anche criticabile, soprattutto per la fretta che lo ossessionava e l’arroganza dimostrata.
Prendersi un altro paio d’anni per organizzare il soggiorno in Alaska, ad esempio, non sarebbe stata una cattiva idea. E a quest’ora, magari, sarebbe ancora qui per raccontarlo e si starebbe intascando, giustamente, una percentuale sugli incassi del film sulla sua vita. O magari, conoscendolo, no. Però quello lì è il Chris di vent’anni, solo lui abbiamo potuto vedere. Ora ne avrebbe avuti il doppio. E il tempo cambia le persone.
Into the Wild è un film che spiazza. Fa sognare l’incoscienza di una scelta che, alla fine, stupida o giusta che sia, pochi farebbero davvero (io non lo farei, a meno che non ci fossi costretto, e non nei modi e nei termini in cui Chris l’ha fatta), e offre grande cinema. Emile Hirsch faccia a faccia con un orso che è dieci volte più grande di lui, di questo parliamo. Kristen Stewart che sa persino recitare, anche se al suo posto ci doveva essere Amber Heard (per davvero) e grande, grandissima musica su immagini vivide.
Il resto, è quello che capita a tutti: la vita.

Bonus track by Eddie Vedder, qui.

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