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Inferno (1980)

by Germano on 18/01/2010
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La terza è Mater Tenebrarum, la più giovane e la più crudele, l’onnipotente. Il cui nome deve essere sussurrato con paura; il cui regno ha una durata limitata, altrimenti non vi sarebbe più vita che non finirebbe negata dall’operare della strega, fino alla distruzione assoluta di ogni creatura.
Dario Argento dedica il secondo film della sua personale trilogia horror a lei, la Madre delle Tenebre, personaggio di fantasia, lo ricordo, nato dalla penna del giornalista e scrittore inglese Thomas De Quincey; lo fa confezionando, tre anni dopo il grande successo di Suspiria, Inferno (1980), pseudo-seguito che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto confermare tutto il geniale e visionario talento del primo episodio, ma che, a conti fatti, è un’opera stentata e confusa che mostra solo sprazzi di talento che finiscono fagocitati dall’abbondante approssimazione che, di contro, domina i circa 100 minuti di durata della pellicola.

[ATTENZIONE! ALLARME ANTICIPAZIONI!]
La finzione letteraria delle Madri ci è svelata da un libro, The Three Mothers, anch’esso fittizio, scritto da un sedicente alchimista e architetto, tale Varelli, che ha conosciuto le tre sorelle streghe ed ha eretto per ciascuna di esse una dimora, che è anche simbolo e veicolo del loro potere sul mondo, in altrettante città, Roma per Mater Lacrimarum, la più bella delle tre, Friburgo per Mater Suspiriorum, sotto le mentite spoglie di un’Accademia di Danza e New York per la terza, Mater Tenebrarum.
Il libro è finito tra le mani di Rose Elliot, poetessa newyorkese, che l’ha acquistato da un antiquario proprio sotto casa. Ella, leggendolo, si è convinta dell’autenticità della storia e della possibilità che il condominio del 1910 dove ella risiede possa essere effettivamente il nascondiglio di questa forza maligna. C’è, infatti, un tanfo dolciastro persistente nel quartiere in questione, e questo è indicato da Varelli come uno dei possibili segni rivelatori della presenza infestante delle tre entità.
Rose Elliot, intepretata da Irene Miracle, non tarderà a scoprire il secondo segno, ovvero, sempre secondo quanto scritto da Varelli, il nome della Mater scritto da qualche parte nei sotterranei della casa dove risiede. Rose ci arriverà dando vita ad una delle scene più suggestive mai concepite, ma che nasce, ad ogni modo, da presupposti assurdi.
Ve la ripropongo qui di seguito:
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Non so voi, ma la prima cosa che farei io, resomi conto della presenza di un sotterraneo completamente allagato nel palazzo dove abito, sarebbe avvertire i vigili del fuoco per scongiurare un possibile crollo dovuto a una tale infiltrazione; in secondo luogo, ammesso che la curiosità avesse il sopravvento e mi impedisse di telefonare, ci penserei due volte prima di immergermi in una pozza di acqua sudicia dove, con ogni probabilità, ci troverei, più che cadaveri putrefatti, topi grandi quanto i gatti che danno loro la caccia. Sia come sia, dato il carattere fiabesco di questa pellicola costruita, come la precedente, più sull’impatto scenico che su una reale congruenza dell’intreccio, ci può anche stare. La scena del sotterraneo allagato, infatti, è più fiabesca che razionale, stava a rappresentare, se non erro, una delle fobie del regista che così volle rappresentarla -ed esorcizzarla-, esalta le qualità visionarie di Argento, e la scelta di averla privata di accompagnamento musicale, eccetto i suoni ovattati subacquei, la consacrano e te la inchiodano nella memoria. Prima di rivedere Inferno per scrivere questo articolo, infatti, serbavo dello stesso solo pochi frammenti, uno fra tutti questa scena di Irene Miracle, ex-nuotatrice, fattore, questo, che fu determinante nell’attribuirle il ruolo.
Sia come sia, Rose riesce a fuggire e a scrivere una lettera al fratello Mark -che vive a Roma (da Mater Lacrimarum)- per informarlo dell’accaduto e dei suoi sospetti.
Il film vero e proprio inizia ora e Dario Argento, nello sgangherato susseguirsi degli eventi, si diverte a eliminare, uno dopo l’altro, tutti i suoi personaggi, interpretati da attori annunciati a caratteri cubitali nei titoli di testa.
Sara (Eleonora Giorgi) studentessa di musicologia e compagna di corso di Mark Elliot, viene a conoscenza delle tre madri perché, impicciona, ha letto la lettera che Rose ha spedito al fratello e che quest’ultimo ha provvidenzialmente dimenticato in aula al conservatorio. La Giorgi ha il tempo di recarsi in Via dei Bagni n. 49, una biblioteca (secondo me la casa di Mater Lacrimarum), mettere le mani su una copia del libro maledetto di Varelli, The Three Mothers, ed essere quasi cotta viva da un simil-orco incontrato nei sotterranei dello stesso edificio mentre annaspava per trovare l’uscita. L’orco, che stava cucinando strane misture giallastre ribollenti tra innumerevoli fuochi e pentoloni, per la fortuna della nostra bella, è più interessato al libro che a lei e la lascia andare; ma la buona sorte di Sara è destinata ad avere breve durata, di lì a poco, infatti, tornata a casa dopo aver rimorchiato un tipo (Gabriele Lavia), il primo che le è capitato sotto gli occhi, in ascensore, con la scusa di essere impaurita ed esserselo portato a casa per, a suo dire, avere un po’ di compagnia, viene fatta fuori insieme al povero cristo probabilmente dal potere di Mater Tenebrorum e/o Lacrimarum, oppure da un maniaco che, sempre per caso, uscito da Profondo Rosso (1975), si è ritrovato in Inferno per uccidere Lavia, qui ancora nel ruolo di Carlo. E già che c’era, il gusto di assestare una coltellata alla Giorgi, così carina, non glielo poteva certo levare nessuno.

Ora, insisto sul fatto che questa trasferta romana introduca Mater Lacrimarum per due motivi:

a) la Giorgi scesa dal taxi che l’ha condotta in biblioteca, dichiara di avvertire un odore dolciastro nell’aria, simile a quanto dice di sentire Rose Elliot, a New York, vicino casa sua.

b) la voce narrante all’inizio del film che legge dal libro di Varelli ci dice che le tre sorelle sono stanziali e, quindi, a Roma non può agire la madre che vive a New York, ma quella che vive lì. E, inoltre, il tanfo caratteristico che si avverte sia a Roma che a New York indica la presenza in loco delle streghe e non il loro operare in traferta…

Credo anche che Ania Pieroni, la bonona che Mark incrocia spesso nel suo soggiorno romano, in occasione delle sue disgrazie, interpreti proprio Mater Lacrimarum, e non un’inviata di Mater Tenebrarum, nonostante la sua passione per i gatti, comune alla madre delle Tenebre, anche se nei titoli è accreditata come semplice studentessa. Nessuna conferma circa la mia teoria, quindi, che rimane una mia personale elucubrazione prestabile a smentite.

In questa parte del film ho, inoltre, ravvisato tre omaggi autoreferenziali di Argento:

1) la scena di Eleonora Giorgi a bordo del taxi mentre fuori diluvia è il remake -meno bello- della scena iniziale di Suspiria; il tassista è addirittura interpretato dallo stesso attore, Fulvio Mingozzi.

2) Eleonora Giorgi, entrando in biblioteca, scosta un pesante drappo rosso, con l’inquadratura in soggettiva che ci mostra l’interno, proprio come avviene in Profondo Rosso, quando l’assassino entra nel teatro dove si sta svolgendo la conferenza di parapsicologia spostando, per l’appunto, un drappo rosso e rivelando così la platea.

3) Gabriele Lavia è Carlo in entrambi i film, Inferno e Profondo Rosso.

C’è una cosa poco chiara, o folle, fate voi: Mater Tenebrarum è così minchiona da far sì che in prossimità della sua dimora ci sia una libreria che custodisce non una, ma ben quattro (!) copie del libro di Varelli che, di fatto, rivela al mondo la sua esistenza e anche il metodo per ucciderla (dettaglio ripreso ne La Terza Madre, 2007), salvo poi rendersene conto e decidere di far fuori il libraio amante dei gatti…

Ma torniamo al film.

Sara, prima di morire, ha telefonato a Mark per dirgli della lettera che ella ha rubato trovato, pregandolo di venire a casa sua in modo da potergliela restituire. Cosa che Mark fa per poi trovarla ammazzata insieme a Carlo e per avere una buona scusa per volare preoccupato dalla sorella a New York che, nel frattempo, è sparita.
Nella grande mela, Mark si stabilisce nell’appartamento della sorella scomparsa e da lì inizia ad indagare per ritrovarla, facendo la conoscenza di tutta una serie di personaggi strambi, per lo più inquilini dello stesso stabile, tra cui Alida Valli (presente anche in Suspiria) che finiranno, pure loro, in un crescendo che vorrebbe essere wagneriano in quanto a morte e distruzione, ma è solo delirante, uccisi ad uno ad uno, fino a quando un incendio scatenato da Leopoldo Mastelloni  e Alida Valli, ammazzati entrambi dalla strega, non mette fine a tutto il discorso e anche alla Mater Tenebrarum, poco dopo la decisione di quest’ultima di tramutarsi improvvisamente in Fantaman…

Come ho scritto all’inizio, una trama ai confini della razionalità che tiene a mala pena a bada tutta una serie di scene che paiono voler andare per conto loro.
Il tocco registico e visionario c’è ancora e si vede nella capacità di Argento di imprimere qualità e spessore alle riprese, anche questa volta realizzate con gusto e cura estremi.
La scenografia di nuovo di Giuseppe Bassan è, come al solito, eccellente e ricca di riferimenti architettonici, nonché suggestiva, ma non riesce a raggiungere quei vertici di colore e simbolismo propri di Suspiria.
La musica, inoltre, è l’altro punto dolente del film; affidata a Keith Emerson, storico tastierista rock, che di certo non riesce a ricreare le atmosfere sulfuree e cariche di angoscia dei Goblin.
Il film fu girato a Cinecittà, non a New York, tant’è che i grattacieli dovettero essere sovrimpressi successivamente.
Argento ebbe come collaboratori Mario e Lamberto Bava, il primo curò gli effetti speciali, il secondo fu assistente alla regia.
Inferno strizza l’occhio a Suspiria, invece di assumere peculiarità del tutto autonome, e per di più non riesce ad emulare lo straordinario affresco di sangue e stregoneria che ha incarnato il suo predecessore; laddove il primo sopperiva alle leggerezze della sceneggiatura con un palpabile impegno e con un gusto sopraffino nella realizzazione scenica, questo si adagia su sé stesso, peccando di vanità. E quelle stesse luci rosse e azzurre che tanto arricchivano le inquadrature di Suspiria, qui sembrano fini a sé stesse, in quel che si può considerare puro manierismo, realizzato con molta tecnica, ma senz’anima. Peccato.

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