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In Compagnia dei Lupi (1984)

by Germano on 10/01/2012
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Sul set di Neil Jordan, regista, giravano solo due veri lupi, le restanti “belve”, ritratte come tali, in una sequenza addobbate con abiti settecenteschi, da fiaba, erano semplici Pastori Belga. Spese contenute, i lupi costavano.
Agli Shepperton Studios, però, giravano anche due cecchini armati di fucile. Perché c’erano i lupi. E i lupi non vengono mai addomesticati completamente. Siccome la protagonista, Sarah Patterson, doveva interagire con uno di essi, sul finale, nessuno era tranquillo.
Stephen Wolley, il produttore, disse a uno dei cecchini di sparare prima al lupo e poi a lui stesso, se l’animale avesse toccato la ragazzina.
Eppure, era quello stesso animale che s’era spaventato allo starnazzare dell’anatra, in un’altra scena. Buffa creatura, ancorché selvaggia.
In Compagnia dei Lupi (The Company of Wolves), tratto dalle storie “di licantropi” comprese nella raccolta La Camera di Sangue di Angela Carter, è radicalizzazione della favola di Cappuccetto Rosso. Allo stesso tempo interpretazione e arricchimento di essa, tramite l’applicazione di simbolismo e connotati ambigui, sessuali, come sappiamo aderenti alla versione originaria della favola, medievale, e persi via via col trascorrere dei secoli, in luogo della sua collocazione nell’ambito scolastico-educativo, di intrattenimento per l’infanzia. Destino comune a tutte le favole.
Cappuccetto Rosso, poi, si presta anche più di tutte le altre fiabe, a radicare nell’inconscio, non foss’altro per la forza dell’immagine duale della ragazzina vestita del colore della passione, “del Sangue”, contrapposta alla ferocia incoercibile della belva che, lungi dall’essere rappresentata con connotati diabolici (se non verso la fine del racconto), del diavolo adotta la capacità mimetica, il travestimento, onde irretire la vittima e portarla a cedere volontariamente alla violenza e alla fine.
Ora, tutto questo è favola. Lontana dalle sciocchezze edulcorate con le quali hanno nutrito il nostro fantastico.
Neil Jordan s’impegna, nel 1984, a fornire la sua versione della fiaba, non banale, ricca, ricchissima del suo talento visionario, che si bea di quest’immaginario potenzialmente infinito, riuscendo in rappresentazioni di raro impatto.

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In Compagnia dei Lupi spiazza e affascina, conquista con le sue melodie e le immagini artefatte e oniriche, limitate, purtroppo, sia dagli esigui denari della produzione, che dalla scarsa evoluzione tecnologica. Nulla, però, mi fa supporre, viste le recenti “prodezze” di revisione fabulistica, che le maggiori capacità attuali in campo di CGI possano sopperire laddove il film di Jordan soffre. Ed è in ogni caso sofferenza passeggera, fagocitata dalla poetica e dal simbolismo sovrabbondante, di cui è pregna quasi ogni inquadratura.
E trattasi, quasi sempre, di simboli oscuri, dato che l’unica luce pura, che deve subire il fascino del male, suadente tanto da cedervi, deve essere Rosaleen (Sarah Patterson), la giovane protagonista. Bravissima interprete, all’epoca dodicenne, tanto da convincere Jordan ad affidarle il ruolo, sebbene ricercasse un’attrice più adulta, in modo da farle interpretare scene e interazioni che la sua giovane età non permettevano. Ma, per lei, si riscrissero le scene, e il risultato finale è, se possibile, ancor più sottile e carico di venature e significati reconditi, tali da renderlo perfetto.
Una storia simile alle scatole cinesi, tante storie incastrate nella storia, che conducono a una conclusione che sembra, in verità, un nuovo inizio, ma che, al contrario, non disorientano, ma ti portano là dove l’affabulatore vuole.
Rosaleen è la purezza disarmante, dinanzi al cui incanto ogni tentatore è coinvolto e, per paradosso, spinto a esercitare la propria natura selvaggia, da predatore. Una sorta di serpente che si morde la coda, dove la bellezza incontaminata è fonte stessa di guai. In questo mondo fiabesco di là delle colline, ottenuto tramite la semplicissima tecnica della sovrapposizione di immagini, tale che il panorama appare incorniciato tra rovi e arbusti, si confondono, con l’amenità delle bellezze naturali e l’innocenza di Rosaleen, i simboli del male.

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Rosaleen, quella vera, “reale” (si suppone), dorme in una dimensione che è la nostra, ma nel mondo al di là del sogno vive una vita parallela, in un villaggio tra i boschi. Jordan pone a vegliare il suo sonno una statuetta di un cane accucciato, tra le altre terribili che decorano gli scaffali della sua cameretta, pupazzi spaventosi e orsacchiotti, tutti difensori immaginari, come abbiamo detto, che la proteggono persino dagli affetti familiari, dalla sorella che osa disturbarne il riposo. Il cane è il guardiano dei sogni, ma anche delle porte degli inferi. Il dio Anubi. L’abbiamo visto in Stalker, lo rivediamo qui.
Il cane, il lupo, è quindi tramite per l’aldilà. Poi vediamo i rospi, altro simbolo satanico, i ragni e le falene che, ricordiamo, simboleggiavano le anime dei defunti. Il mondo di fiaba di Rosaleen cela, quindi, tutti gli aspetti che lo eleggono una dimensione ctonia, infernale, ricca di insidie che stanno in agguato al di là del cosiddetto sentiero, che tutti gli abitanti devono percorrere, pena la fine tra le zanne dei lupi.
Diavolo onnipresente, quindi, in perfetta armonia con le bellezze del creato, come fosse un paradiso terrestre. La violenza è portata dai lupi, che sventrano animali da fattoria. E diavolo che fa la sua comparsa (Terence Stamp), a bordo di un mezzo alieno, una Rolls Royce bianca, nella fantasia di Rosaleen che si pone alla guida di essa, dispensando tentazioni agli incauti viandanti, contemplando, tra le mani, piccoli teschi umani, essere o non essere, citando Shakespeare. Un teschio minuscolo che, sosteneva Neil Jordan, fosse un autentico teschio di pigmeo.

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Capite bene che la sistematica complessità simbolista sulla quale questo film è costruito non possa essere compresa a primo impatto e possa far sottovalutare la resa finale. Bassa, infatti, è la votazione che In Compagnia dei Lupi riceve su IMDb, ma da queste parti apprezziamo le varianti poco note di tutti i miti, come ripeto spesso. E godiamo di questo mondo reale, che fa convivere bene e male con tale naturalezza e magia, da affascinare.
Abbiamo opposizione manichea: la foresta di Rosaleen è un posto strano, accanto alle creature diaboliche, uccelli nidificano in cima agli alberi e dalle uova, schiuse, fuoriescono piccoli neonati di terracotta. Altra cosa inquietante, a ben vedere, o aliena. Oppure ancora, un modo in cui una ragazzina di quell’età, sogna e spiega la nascita di una nuova vita. Rappresentare l’innocenza, al cinema e in letteratura, vuol dire farla anche ingenua, non rinunciando alla potenza visiva.
Il successivo incontro con il Lupo, quindi, e il sentiero stesso, diventano molto più di ciò che vogliono rappresentare. Tappa obbligata nel percorso di crescita di ognuno di noi, ma anche dubbio e pericolo insito nella malvagità del predatore, colui che è lupo dentro.
I veri lupi, quelli che camminano a quattro zampe e dotati di pelliccia, “mostri” all’esterno sono, al contrario, creature sensibili, in grado anche di piangere. Il male, quello vero, è abituato a celarsi, mimetizzandosi.

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Oltre Sarah Patterson, rivista soltanto in un adattamento di Biancaneve e in due prodotti recenti già dimenticati, giganteggia Angela Lansbury, nei panni della Nonna. Jordan le offrì la parte senza casting, perché voleva una donna che sapesse esprimere bontà e inquietudine a un solo sguardo. Be’, osservatela, la Nonnina, mentre racconta le favole sui lupi mannari alla sua nipotina con la mantella rossa, e ditemi se restate indifferenti a quello sguardo, che a volte sembra essere lei il lupo famelico in incognito.
Set artificiali, quindi, per un film costruito e filmato interamente al coperto, ma proprio per lo stesso motivo eccelsi. Score e colonna sonora ricca di suggestioni e melodie medievaleggianti, perfetto e evocativo. Licantropi, per una volta, non solo inseriti in un contesto sociale, benché fiabesco, ma coerenti con la loro natura altra e con il tessuto del racconto.
E infine, il gusto di Neil Jordan di creare interrogativi, più di quanto gli piaccia fornire spiegazioni.
Alla luce dell’atmosfera sulfurea, benché mimetizzata, che aleggia sull’intero film, le cui riprese furono afflitte da innumerevoli incidenti e inconvenienti, il finale, che rappresenta come detto la chiusura del cerchio, coi lupi che tornano a esigere qualcosa che fino a poco prima custodivano, appare terribile, soprattutto accompagnato da quelle frasi, lette dalla voce fuori campo di Rosaleen.
Bellissima fiaba nera. Irrinunciabile.

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