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Il Replicante (1986)

by Germano on 22/02/2011
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Me l’aveva profetizzato Luca, ieri, in un commento. Che mi sarei innamorato della Dodge M4S, il vero protagonista di questo film. D’accordo, vada per la Dodge, ma quel che più conta è Sherilyn Fenn. Quelli che hanno visto Twin Peaks sanno di cosa sto parlando. E se non lo sapete, vi consiglio di guardarvi Il Replicante. E subito capirete cosa vi siete persi.
Per fare pace col cinema, a volte, cercare il capolavoro è la mossa più sbagliata. Perché, proprio in quanto tale, esso deve spiazzarti, metterti a disagio, farti riflettere o torcere le budella. Deve persino piacerti.
In parole povere, un capolavoro è una decisione pessima.
Meglio un b-movie che, sapientemente quanto ci si possa aspettare da questo mondo tutto neon colorati, plastica lucida e cartongesso, arriva a mescolare il romance, la vendetta, il bullismo sulle strade, belle auto e bellissime donne, la gioventù bruciata e una spolverata di fantascienza.
Miscuglio indigesto, penserete voi.
In verità, come spesso accade, ci si sorprende nel constatare quanto queste trame sconnesse appaiano fattibili, in realtà.
La sospensione dell’incredulità vada a farsi fottere, per una volta. Chi ne ha bisogno quando si ha una Dodge e si è negli anni ’80?

***

Puro Sballo Punk

Spesso mi sono stiracchiato su questo concetto, gli anni ’80 e il cinema per paraculi. Quello in cui tutto era permesso. Si pensava a tutto e si realizzava. O almeno ci si provava, in un’epoca in cui la meccanica e i computer a fosfori verdi bastavano a far sognare di piegare spazio e tempo.
Acconciature ridicole, scene in notturna illuminate a giorno dai faretti. Cimiteri con lapidi di polistirolo e macchina per il fumo.
Fumogeni a manetta, in questo film.
Un po’ difficile, a rifletterci, la nebbia in Arizona. Ma, ehi, serve per l’atmofera, no? E infatti, contribuisce, insieme al punk, ai capelli a cresta di gallo. Ai segni tribali dipinti sulla faccia. All’assunzione di eccitanti di ogni genere, per via nasale. Puro sballo.
Ma non basta. Infatti, in questo deserto dove la locale gang di automobilisti spadroneggia imponendo la propria legge sulle strade che sono serpenti infuocati, come una cattedrale nel deserto, un chiosco di hamburger è centro di raccolta. Punto di cultura e società.
In un paese che conterà un migliaio di abitanti, il Big Kay’s Burger vanta ben cinque camriere che avrebbero potuto sfidare le bagnine di Baywatch in un qualunque giorno dell’anno. E stracciarle.

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Charlie e gli Altri

[contiene anticipazioni]

Protagonista, dai titoli, risulta un giovane e sbarbato Charlie Sheen, ventun’anni all’epoca. Dico che risulta perché il suo ruolo non è più attivo di quello di un protagonista di fotoromanzi. Appare, in paese, a bordo di una moto e fa subito il filo alla più bella tra le cameriere, Keri Johnson (Sherilyn Fenn). Naturalmente, questo lo pone in un insanabile contrasto con Packard Walsh (Nick Cassavetes), il capo della gang di automobilisti.
Insanabile perché appare chiaro che la banda di Packard non va per il sottile. Lui e i suoi scagnozzi, tra i quali un caratterista eccezionale, Clint Howard, sono soliti accerchiare su strade isolate i possessori di auto sportive, sfidarli a una corsa durante la quale commetteranno ogni genere di scorrettezze e vincere la vettura del malcapitato, in genere posta in palio della sfida.
Gestiscono ovviamente un’officina, nella quale modificano le proprie auto e che mantengono finanziandola coi proventi delle vendite delle macchine vinte nel loro sport preferito.
Su di loro, però, ricadono i sospetti di un fatto di sangue occorso anni addietro, e che vede coinvolta anche la bella Keri. Il fidanzato di quest’ultima è infatti stato ammazzato in circostante misteriose.
La tranquillità, si fa per dire, di questo sperduto paese dell’Arizona viene messa a dura prova, quando compare sulle strade una misteriosa macchina nera che sfida a più riprese il gruppo di Packard i cui componenti, di volta in volta, muoiono durante le gare in incidenti spettacolari.

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Esplosioni, Auto & Donne

La trama è tutta qui, incredibile ma vero.
Eppure, come ho detto, il risultato è godibilissimo. Film come questo sono finestre sul passato di attori che avremmo apprezzato più tardi. Sono scommesse. Sono occasioni per ricordarsi di aver già visto quel tizio in quell’altro film, tipo lo sceriffo Loomis, Randy Quaid, colui che la ficcava nel cu*o agli alieni di Independence Day, andandosi a schiantare col suo F-16 nell’unico punto vulnerabile della struttura, abbattendo così la prima astronave.
Note di merito, le esplosioni, che di certo andarono a costituire l’investimento più cospicuo dei 2.700.000 dollari di budget. Davvero ben realizzate, con volute di fuoco e fiamme che si inerpicano e si gonfiano in aria, dando sfumature gradevolissime; il cimitero degli aerei, con decine e decine di carcasse di aeroplani ed elicotteri lasciati ad arrugginire e invasi da vegetazione, Sherylin Fenn, se non l’avevate ancora capito, con la sua succinta uniforme da cameriera del Big Kay’s Burger e un’adorabile cavigliera e la Dodge M4S.
Quest’ultima sembra fosse un prototipo montante un motore Trans Four OHC 8 valvole I4 in grado di sviluppare una potenza di ben 400 cavalli (pochini, rispetto ai 600 della V8 Interceptor…). Si dice che costasse, all’epoca, ben un milione di dollari, ma anche che quella visibile nel film non sia un modello Dodge originale, bensì una replica, dato che di M4S ne furono prodotti solo 4 esemplari.
Per concludere, non si può non vedere questo film. Non avete scuse.

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