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I Figli degli Uomini

by Germano on 01/03/2010
Book and Negative
Contents

AEDH WISHES FOR THE CLOTHS OF HEAVEN

Had I the heavens’ embroidered cloths,
Enwrought with golden and silver light
The blue and the dim and the dark cloths
Of night and light and the half night,
I would spread the cloths under your feet:
But I, being poor, have only my dreams;
I have spread my dreams under your feet;
Tread gently, because You tread on my dreams.

***

EGLI DESIDERA IL TESSUTO DEL CIELO

Se avessi il drappo ricamato del cielo,
E intessuto dell’oro e dell’argento della luce
I drappi dai colori chiari e scuri del giorno e della notte,
Dai mezzi colori dell’alba e del tramonto,
Stenderei quei drappi sotto i tuoi piedi:
Invece, essendo povero, ho soltanto sogni;
E i miei sogni ho steso sotto i tuoi piedi;
Cammina leggera, perchè cammini sopra i miei sogni.

William Butler Yeats (1865-1939)

Si dice che il futuro sia nei bambini. Nei figli. I figli degli uomini. Voglio parlarvi di un film che suscita giudizi contrastanti. In quattro ne abbiamo parlato e quattro erano le opinioni a riguardo. Abissali le distanze tra di esse.
E’ un film sull’apocalisse. Un’apocalisse silenziosa che è già in atto da diciotto anni e che durerà, auspicabilmente, per altri cinquanta. Dopo di ché, nell’arco di tempo di due generazioni, il mondo dell’uomo si spegnerà, lasciando dietro di sé vuoti simulacri della sua stolida esistenza.
Ne I Figli degli Uomini (Children of Men, 2006) di Alfonso Cuaròn, tratto dall’omonimo romanzo di P.D. James dal quale si discosta nel suo elemento fondamentale, tutte le donne sono divenute sterili (nel libro sono gli uomini ad esserlo). Conseguenza, la razza umana è condannata ad una lenta e decadente estinzione.
La società è collassata. Le nazioni sono crollate sotto la spinta di movimenti nichilisti, ribellioni, follia collettiva, incidenti nucleari. L’Inghilterra sopravvive come nazione, destinata alla fine insieme coi suoi abitanti, sotto una dittatura xenofoba, facendo del suo meglio per portare avanti una parvenza di normalità.
Eppure, nulla ha più senso. Né il lavoro, né il divertimento, né l’arte. Perché è agghiacciante sapere che tutto è destinato a perire nell’oblio.
Nessuno ammirerà più Guernica di Picasso o il David di Michelangelo. Nessuno ascolterà più le melodie sinfoniche che hanno arricchito la storia dell’umanità.
Senza memoria non c’è futuro, non c’è pensiero, non c’è pianificazione, non c’è speranza.
Theo Faron (Clive Owen) si lascia vivere. Continua a lavorare, a pagare le tasse e l’affitto, vantando persino amicizie altolocate. La più giovane persona del pianeta è stata uccisa da poco in una rissa. Aveva diciotto anni. Il mondo ha percorso un altro passo in avanti verso la fine.
Una sua amica, Julian (Julianne Moore), leader di un movimento indipendentista, lo contatta affinché egli, sfruttando le sue conoscenze, le procuri un permesso di transito che servirà ad una sua compagna di lotta per lasciare l’Inghilterra.
Costei, di nome Kee (Clare-Hope Ashitey), di etnìa africana e perciò immigrata irregolare, reca in sé una flebile speranza e un barlume di futuro possibile: un bambino.
Cuaròn ci regala, nelle sue stesse parole, l’anti Blade Runner. Una sontuosa, per quanto malmessa visione di un futuro destinato a perire.
Il futuro è una cosa che appartiene al passato.
Al di là della storia in sé, di Michael Caine, vecchietto hippie che ascolta i Rolling Stones e si fa di acidi e canne e porta degli indecenti capelli lunghi, e del resto del cast che pure offre un’eccellente apporto alla costruzione di questo spettacolo, è la scenografia la vera protagonista de I Figli degli Uomini.
L’anno è il 2027, il futuro è arrivato, ci sono stati limitati progressi scientifici e poi è sopraggiunta la catastrofe biologica che ha ammantato il tutto di una coltre di grigio. Tutto è fatiscente e la colpa non è da attribuirsi solo alla Dittatura e all’oppressione. Una lugubre tetraggine è dentro il cuore degli uomini, oltre che nella consunzione degli oggetti e nei rifiuti di cui sono ingombre le strade.
I colori cupi si riflettono sui volti degli attori e delle comparse e, per una volta, divengono parte funzionale del racconto, contribuendo in maniera determinante a comunicare il senso di profonda disperazione che aleggia in tutto il film.

Bellissima la percezione dell’inutilità dell’espressione artistica, sentimento che trova sfogo nella distruzione di tutte quelle opere il cui valore simbolico, oltre che la mera bellezza, è percepito ormai come oltraggio e sberleffo. Il Governatore dell’Inghilterra si ostina a non riflettere e non considerare la situazione globale e, parimenti, a salvaguardare tutte le opere d’arte che gli riuscirà di salvare, avendo trasformato la sua lussuosa dimora in un enorme museo nel quale campeggia la statua del David, con una gamba fratturata dalla furia della gente e, nella sala da pranzo, Guernica, l’urlo alla follia di tutte le guerre. Una collezione a difesa dell’umano ingegno allestita più per egoismo che per filantropia. Egli, come pochi altri, sovrintende ad una società nella quale gli squilibri sociali sono più forti che mai, nella quale lo Stato si preoccupa di distribuire casa per casa kit personali per un dolce suicidio, da compiere in estrema rilassatezza, accompagnati da melodie soavi, in cui la speranza di un avanzamento sociale è pressocché nulla, se ancora la carriera e i soldi contassero qualcosa.
Il lusso della vita/non-vita del Governatore inglese, in opposizione alle scuole deserte, abbandonate da anni perché vuote, sono il vero epitaffio all’inutilità. Degno elogio della follia.
Il bambino che verrà, anzi, la bambina, è oggetto del contendere quando è ancora nel grembo materno, oggetto di ambizioni del Movimento Indipendentista, in questo non migliore rispetto alla Dittatura che esso combatte, simbolo di nuove guerre e di futuri lutti e, se cadesse nelle mani del Governo, simbolo di una falsa rinascita sociale, sfruttata per consolidare il potere sempre più vacillante della casta.
Alla fine, neppure il miracolo della vita, piovuto nel bel mezzo di un campo di battaglia, riesce a distogliere per più di qualche istante dalla spirale di autodistruzione nella quale è precipitata l’umanità.
Cuaròn ci regala un lavoro eccellente, forse con qualche eccesso nelle sue analogie religiose, apprezzabili o meno, ma a mio avviso comunque superflue pur non ritenendole inopportune, che nulla aggiungono alla qualità generale della pellicola, e qualche svista, ma solido e sorretto da tecnica e mestiere, corroborato da sequenze fiume, prive di stacchi, faticose e lavorate sul campo, senza ricorrere alla facile scorciatoia dello schermo verde.
Bellissimo film, girato con arte e mestiere, latore di un messaggio di speranza che non è così ottimista come può sembrare a un primo sguardo.
Alla fine, il futuro sembra essere ancora più nero.

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