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Ho camminato con uno zombie (1943)

by Germano on 18/03/2011
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Ho camminato con uno zombie (I walked with a zombie), 1943, della RKO non ha bisogno di presentazioni.
Lo conoscete quasi tutti. Il ché è singolare per un film così lontano nel tempo e dalla concezione moderna dell’archetipo del morto che cammina. Moderna, certo, ma non così distante. La Notte dei Morti viventi ne è separata solo da venticinque anni.
Cinque lustri per trasformare un particolarismo della religione voodoo in una creatura senza padrone, mossa dall’istinto e antropofaga, senza averne necessità. Ovvero, una cosa giunta dall’entropia.
Ma questo film, proprio questo, è fascinoso come pochi. Sempre accarezzando quella poesia sepolcrale, ciò che unisce le passioni terrene alla caducità delle cose umane.
E certe volte, dopo giorni troppo colorati, pompati da musica techno, fa bene scoprire quelle melodie stridenti, a volte fastidiose, perché coi loro ritmi crescenti rivelano allo spettatore che qualcosa sta per succedere, una svolta; per di più stonate, quelle distorsioni nel suono date dal tempo che ha toccato le bobine, mettendoci il suo marchio. Ok, è un film vecchio e in bianco e nero.
Ma quest’ultimo, questi due colori, hanno una casa qui. Un rifugio sicuro.

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Allora, più che la trama, impostata su rigidi schemi classici, che vede due fratelli agli antipodi, uno rigido e inflessibile, l’altro vanesio e impulsivo, in contrasto tra loro, e vari amori sofferti e impossibili, il tutto su un’isola, San Sebastian, impregnata dalla religione dei nativi, il voodoo, e da una spettrale piantagione di zucchero, è bene sottolineare l’atmosfera unica nel suo genere.
Un’isola è un’isola solo se la si guarda dal mare, diceva Roy Scheider. E infatti San Sebastian è stata costruita in pochi, ricchissimi set.
Spesso mi domando come questi dovessero apparire agli occhi di chi ci ha lavorato, attori, troupe, comparse. Quali colori dovessero avere. E se essi,  i colori, fossero scelti in virtù della loro resa su pellicola. Gli spettatori avrebbero, in ogni caso, potuto scorgere solo diversi gradi di grigio.
E allora, della ricca vegetazione, e delle case del mercato, non restano che rami scuri e fiori che al più risultano bianchi, o grigi, per l’appunto. Il fascino del chiaroscuro resta senza tempo, e trasporta tutto sotto una luce che si decompone.

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I colori non sono mai stati importanti, quindi, o fondamentali. Eppure essi si distinguono dal bianco e nero, quando Jacques Tourneur, il regista, s’impegna a valorizzarlo. Questo accade quando si fa filtrare la luce dalle persiane, o si frappone, più in generale, un oggetto tra la fonte di luce e il soggetto inquadrato.
A risaltare, qui, è Frances Dee, la protagonista nel ruolo di Betsy Connell, un’infermiera chiamata ad assistere la moglie del padrone della piantagione, insana di mente. Frances veste sempre di bianco, il suo viso rigato dalle ombre orizzontali delle persiane o da quelle floreali delle inferriate. In tutto quel buio, lei finisce per risplendere. Questo non ha mai voluto essere colore, come il resto dei set inneggianti alla natura selvaggia e decadente.
Altra suggestione, i suoni e i rumori che, come tutto in quest’isola, devono essere interpretati alla rovescia, in una sorta di realtà parallela, ma capovolta, in cui i nativi piangono quando viene al mondo un bambino, perché la sua vita sarà caratterizzata da sofferenze indicibili e usano, invece, cantare e far festa ai funerali.
E allora, basta il suono del vento, anche questo artificiale, che scuote le fronde degli alberi, e le parole degli attori che lo definiscono caldo, a creare la suggestione, a farcelo sentire addosso, sulla pelle. E sono sufficienti un pianto notturno e il tambureggiare di riti pagani, a creare la tensione di arcani e incomprensibili rituali.

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Si tendeva a spiegare, a conciliare i dubbi e gli interrogativi dello spettatore, all’epoca, che doveva essere informato dalla voce narrante, spesso quella del protagonista, persino dello stato d’animo e delle intenzioni del personaggio. Se fosse innamorato o meno e cosa, di lì a poco, si sarebbe apprestato a fare. Tali scelte smorzano la tensione e appaiono, oggi, lesive della buona riuscita del film. Ma esse sono come l’accompagnamento musicale. Il mostro, qualunque fosse, a quel tempo lo si doveva sentire arrivare al cambiamento di ritmo musicale.
Il mostro, ovvero il prodigio di questo film è che esso atterrisce quando deve, in una brevissima sequenza che richiama il romanzo gotico. In cui la creatura, la cui natura resta nel dubbio fino all’ultimo, si limita a camminare lenta, quasi fosse un’apparizione.
Gli zombie non sono creature fameliche, abbiamo detto, ma rimaste intrappolate e incoscienti, in un corpo che si limita a sostenerle. Impauriscono perché, come il colosso nero nel finale, le loro intenzioni sono imperscrutabili, non empatiche, meccaniche. Ma allo stesso tempo sollevano dubbi e impietosiscono, perché se ne riesce a percepire l’assenza e, con essa, la loro esistenza innaturale.

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Adoro i film come questo, ma allo stesso tempo li detesto. Sto qui quasi settant’anni dopo a tesserne le lodi, e mi rammarico dell’assoluta incapacità del cinema contemporaneo di evocare tali riflessioni, su un intreccio che, oggi, al più strapperebbe ai produttori un sogghigno compiaciuto e carico di disincanto. Una trama così non fa soldi.
Già li vedo, tronfi della loro ingordigia.
Alle volte, credo, il cinema debba essere considerato solo una sublime ricapitolazione di ciò che è già stato fatto. Finché esso resterà nelle mani di certi signori, non avrà più vitalità degli zombie di questo film e quel che più rammarica, senza un briciolo del fascino di questi ultimi.

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