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Hardware (1990)

by Germano on 13/09/2011
Book and Negative
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Nuove stagioni per nuovo cinema, anche se vecchio di vent’anni. Io e Lucia riscriviamo, perché certe cose è giusto recuperarle, guardarle con occhi nuovi. Grazie anche a Luca, lui sa perché.
È una polverosa Vigilia di Natale. Il mondo, come al solito, è finito. Le wastelands, le terre perdute, stanno lontane, cinte di filo spinato, celano sotto le dune esperimenti scientifici in forma di cyborg. Test, come se ne fanno prima di rendere pubblico un qualsiasi progresso della tecnica e della scienza. La ricchezza è lì, a portata di mano, basta camminare e prenderla. C’è soltanto un piccolo costo da pagare: radiazioni. E la certezza di mettere al mondo figli deformi. È una realtà come ogni altra, come il cancro o come un divorzio costoso. C’è ancora l’arte, in questo mondo distrutto. Si salda il metallo in sculture che si ispirano agli insetti.
Hardware, b-movie lirico. Qualcuno direbbe fottuto capolavoro. Penso che sia entrambe le cose. E che un 5.7 su IMDb sia un voto stupido, tipico di chi certa fantascienza strappata, cyberpunk, che mette insieme carne, metallo e sangue, e non sempre si tratta di innesti indolore, proprio non la digerisce, preferendo a essa una confortevole ovvietà.
La follia di questi film, l’ho già detto, è che il mondo è schifoso, sporco, ingiusto e inquinato. Proprio così, uguale al mondo in cui viviamo. C’è solo un però, ed è che sotto quel sole arancione, che tinge tutto di sangue, persino lo smog che soffoca i grattacieli, c’è molta più vita (e stile) e passione che in questo. Di sicuro, nonostante si debba indossare una maschera anti-gas, ci si sente più liberi.

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Suggestioni, senza dubbio. Ma certe suggestioni sono dure a morire. Si trasformano in idee, poi in ispirazione. E, a quel punto, diventano arte.
La prima frase che m’è venuta in mente guardando Hardware (1990, di Richard Stanley) è: che spettacolo!
La seconda è: è un trip. Di quelli che si fanno con le droghe pesanti messe sui pezzetti di carta. Poche gocce e vedi la luna che si scioglie.
La verità è che, tanto per cominciare, cosa non scontata a pensarci, è esperienza visiva. Uno spettacolo per gli occhi.
Il colore dominante è l’arancio, tendente al rosso. Quello della brace. Film nel quale si rivede Mad Max, nel vagabondaggio del nomade nel deserto, Terminator, negli occhi del cyborg, Blade Runner, nella metropoli inquinata, contaminata dalla contro-cultura cinese.
Un mondo dove ci si controlla col contatore geiger ogni qual volta si esce dalla città. Dove la voce di un dj, Angry Bob (la voce di Iggy Pop), scandisce le ore della giornata, polverosa e secca di giorno, scura e disperata di notte.
Non piove mai, in questa realtà. Le relazioni sociali sono sporadiche, ma intense. Si assumono droghe. Un modo come un altro per raggiungere uno stato di coscienza alterato. Qualcuno lo definirebbe superiore.

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Scena della doccia, c’è anche qui ed è puro cyberpunk. Moses Baxter (Dylan McDermott) stringe Jill (Stacey Travis) sotto la doccia, cingendola col suo cyber-braccio. Nudo metallo, come dicevo sopra, contro nuda carne. Moses ha portato alla sua ragazza Jill, come regalo di Natale, un cyborg rinvenuto da un ingenuo cercatore nel deserto, comprato con l’inganno per pochi spiccioli, mentre vale una fortuna. Jill è un’artista. Fonde forme di metallo in guisa di ragni, i suoi animaletti domestici. Gli animali, credo, siano estinti da tempo.
Moses e Jill si drogano, fanno sesso, vengono spiati da un maniaco dalla finestra, uno che riesce ad accedere alle telecamere di sorveglianza e che è pazzo di lei. Però, c’è Metallo e c’è anche Bibbia. Perché nella Bibbia ancora si cercano, e forse si trovano, parole di salvezza.
Il cyborg si anima nella notte, ricostruendosi. Jill è sola in casa, e il tutto diviene un survival horror. Inquadrature claustrofobiche. Lotta spietata tra final girl e mostro assassino caricato di derive sessuali.

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Inquadrature fetish, a ripetizione, con primissimi piani insistiti su tagli ed escoriazioni. Un tentato stupro robotico, con fallo rotante reciso nel finale. La tavola imbandita di una famigliola cinese, distrutta da una ragazza volata da una finestra, sembra un quadro impressionista. Pezzi di vetro, emoglobina e schegge di metallo fiammeggianti che intasano il pavimento di una casa che ricorda quella di Deckard, il Cacciatore di Androidi. Notte di Natale rossa, come non se ne vedevano da tempo.
Battutacce, dialoghi a volte surreali, trovate geniali e viaggi in stile 2001: Odissea nello Spazio. Hardware raggiunge vette incredibili di regia, accavallandole con baratri che ti strappano risate incredule e situazioni paradossali. Privo di queste ultime, sarebbe stato esempio di altissima cinematografia. Ma così non è. È un film che vuole restare sporco, che gode nell’ammazzare/torturare i suoi protagonisti, all’improvviso, e di trionfi del gore, fontane di sangue da arterie recise, porte metalliche che si chiudono tranciando incauti passanti e poi il cyborg, il Mark 13, che deriva il suo nome da un passo della Bibbia, Marco 13:20, nessuna carne sarà risparmiata; ma che indossa i colori degli Stati Uniti, stelle e strisce a verniciare (tramite Jill), il suo teschio metallico. Simbolico.
Puro cyberpunk. Sangue e mmerda. E nostalgia.

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