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Giochi di Morte (1989)

by Germano on 17/09/2010
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Nel futuro remoto gli uomini se la passeranno piuttosto male, si sa. Ma mai quanto i cani che diventeranno il nostro cibo. I loro teschi, inoltre, saranno utilizzati, al posto dei palloni, per uno sport brutale detto “Il Gioco”, dove atleti viandanti detti “Juggers” sfidano, nel loro girovagare senza sosta, le squadre locali per ottenere cibo, donne e… la gloria.
Ma per quanta gloria i vincitori possano ottenere, questa non sarà mai pari a quella degli iscritti alla Lega, dove si pratica lo sport che conta. Dove gli atleti sono considerati eroi.
Ormai dovreste saperlo, amo le apocalissi. Radiazioni, deserto, violenza e sopraffazione, se inscenate in un film, mi esaltano. Da tempo ho smesso di chiedermi perché.

“Tuttavia, la razza umana era sopravvissuta”

Molti di voi questa frase l’hanno già sentita. È, forse, il motivo che mi spinge a prediligere le ambientazioni post-apocalittiche. Tradotto in termini pratici: non importa quanta sia la merda in cui ci troviamo, noi esseri umani ce la facciamo sempre e ci divertiamo anche nel tentativo.
In questo film, Giochi di Morte, all’estero noto come “The Salute of the Jugger”, ma anche con il titolo “The Blood of Heroes”, c’è, per l’appunto, il deserto, fatto di strane dune, dei coni sparpagliati a mucchietti, qua e là, ma anche distese di sabbia e roccia, c’è la brutalità, sociale, ma che si esprime al meglio, perché legalizzata, nelle arene attraverso il Gioco, e c’è un sopraffino sorvolo sulle implicazioni sentimentali. Cosa, quest’ultima, che me l’ha fatto apprezzare, avendolo rivisto l’altra sera dopo forse più di dieci anni. Niente sentimenti futili. E quindi niente male.

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Sport e Distopia

Regia di David Webb Peoples, uno che da sceneggiatore ha firmato capolavori come “Blade Runner” e “Gli Spietati” e anche cose così così, alle quali continua a legarmi l’affetto, come “Leviathan“; il suo “Giochi di Morte” offre spunti interessanti, ma dura solo un’ora e tre quarti. Scorrono via veloci, per cui sì, questo film è una di quelle rare eccezioni delle quali si sarebbe voluto vedere di più. Perché la sua apparente brevità ha impedito il corretto e appagante approfondimento di una società distopica intrigante, ma che inevitabilmente rimane appena abbozzata, perdendosi dietro alle partite del gioco.
“Giochi di Morte”, in definitiva, appare un film sullo sport, dove il panorama post-nucleare è accessorio e decorativo. Ora c’è la desolazione desertica, ma ci sarebbe potuto essere il ghiaccio dell’antartide, o le giungle equatoriali o una civiltà moderna e raffinata come in “Rollerball“. La trama sarebbe calzata a pennello ovunque si fosse deciso di inserirla.

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Rutger il Buono

Rutger Hauer è un attore interessante. Suoi alcuni dei ruoli che sono maggiormente rimasti impressi nel mio immaginario, Roy Batty, il Nexus 6 e l’autostoppista di “The Hitcher“. È estremamente interessante anche per il modo in cui non è mai riuscito a ottenere, complici apparizioni in film da dimenticare, il successo che avrebbe meritato. Qui è Sallow, credo “Sharko” nella versione italiana, perché forse il nome Sallow a quei geniacci dei doppiatori dell’epoca deve essere sembrato insipido. Follie & Sapori a parte, Sallow è un personaggio che si guadagna il pane menando mazzate, “giocando”, destinato a vagare tra le dog town, le città di frontiera dove vengono allevati i cani al posto dei maiali, per un banale scandalo sessuale. Sallow era un giocatore della Lega, quella che ha sede nelle Nove Città, situate sotto terra, il centro del potere aristocratico, quella dei numeri uno. Lui era un Eroe, viveva nel lusso sfrenato, giaceva con donne senza cicatrici e veniva trattato quasi come un aristocratico, finché non ha iniziato a sbandierare la sua relazione con una donna di nobile stirpe. Inutile dire che certe cose non si fanno.
Esiliato, per queste ragioni, dalla Città Rossa, egli si fa convincere da Kidda (Joan Chen), il nuovo qwik della sua squadra, il giocatore che porta la palla/teschio, a ritornare alla Lega per sfidare una delle squadre locali, ed avere così la possibilità di essere selezionati dai talent scout per giocare tra gli “eroi”.

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Il vero Jugger

E il Gioco, o Jugger, pare essere divertente, violenza e pestaggi a parte. Dalle scarne informazioni desunte dalle scene e dai dialoghi presenti nel film, le squadre sono composte da cinque elementi che si fronteggiano fino a un massimo di tre tempi di cento pietre ciascuno, ovvero il tempo sufficiente a scagliare cento pietre contro una lamiera. Il gioco viene in ogni caso interrotto quando una delle due squadre riesce a segnare, ovvero a ficcare il teschio del cane su un palo appositamente predisposto. Il Qwik (Kidda) è il giocatore che porta la palla, assistito e protetto da un altro giocatore armato di catene che il medesimo fa roteare. Altro ruolo fondamentale di copertura e difesa sembra essere lo Slash o Slasher, riservato a energumeni che imbracciano armi doppie bilanciate, il ruolo di Sallow.
Come spesso accade, la finzione ha germinato nella realtà. Lo Jugger è divenuto una disciplina sportiva nel mondo reale, serbando intatta la struttura, ma essendo inevitabilmente epurata dai suoi aspetti più etnici, se vogliamo, a cominciare dai teschi.
QUI la ricchissima pagina di Wikipedia inglese dedicata a questo sport.

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Sangue e Arena

“Giochi di Morte” vanta un cast di tutto rispetto che oltre a Hauer e a Chen, vede Delroy Lindo e Vincent D’Onofrio (il soldato Palla di Lardo di kubrickiana memoria) nella squadra di Sallow.
Seguire la scalata al successo e le ambizioni del team è piuttosto facile e mai noioso. Apprezzabile, come dicevo sopra, la totale assenza di introspezione psicologica.
Una società semplice, come pretende di essere questa inscenata, prevede divertimenti semplici [il gioco] e relazioni sociali ancora più semplici. Non c’è differenza, per una volta davvero, tra uomini e donne, infine in posizione paritaria, ma svantaggiosa per entrambi, e l’unica fonte di distrazione dall’allevamento dei cani è contendersi i loro teschi in un gioco violento che è anche e soprattutto valvola di sfogo per un mondo oramai al collasso proprio a causa di quella stessa violenza, presente e passata.
L’arena in questo caso è organicamente simbolo di riscatto sociale, metodo di elevazione, strumento per uscire dall’anonimato e da una vita insulsa. Sembra quasi appetibile, in un paradosso estremo, nonostante sia macchiata del sangue di chi vi mette piede.

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