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From Beyond – Terrore dall’Ignoto (1986)

by Germano on 23/07/2011
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A differenza di molti, non reputo questo film un capolavoro, né lo giudico ben recitato o perfetto per ciò che concerne la “credibilità” (e vi assicuro che utilizzo questo termine con cognizione di causa) di alcune scene.
Gli ostacoli maggiori al gradimento di From Beyond da parte del sottoscritto non sono certo i precedenti: quelli sono sassolini, li getti nello stagno e, dopo un po’, non li vedi più.
Il primo, vero impedimento sta nel gusto. Mai andato pazzo per la carne, o meglio l’horror che diviene carne fremente, fetida e pulsante, che tende a sostituirsi alla psiche, secondo fantomatiche vie parareligiose. Tutti a criticare le religioni e, intanto, se alcune di esse non si fossero concentrate così tanto sui simboli e sulla carne e sul cibo, noi non staremmo qui a spararci le pose sui significati reconditi del film.
Non sono un vegetariano, questo no, ma prediligo la psiche sulla carne, in campo horror-fantascientifico. Ciò che nella carne appare come escrescenza tumorale di chissà quale disagio interiore o metamorfosi, può essere altrettanto ben suggerito dalle mirabili evoluzioni della mente, senza confini, né materia.
L’unica carne che mi piace, sempre parlando di horror, rappresentazioni assortite e cosmogonie varie ed eventuali, è quella di Cronenberg. Quella sì.
E poi c’è la questione della sospensione dell’incredulità. E stavolta, a vedere i grovigli finali di quarti di bue che si divorano a vicenda, be’… sono restato piuttosto indifferente. Il ché è male. Tanto splatter e nessuna reazione… Siamo ben lontani dall’occhio bovino tagliato dal rasoio. E già quello solo bastava.
Per cui ho a che fare con un film che non mi piace, né mi coinvolge, ma che fa riflettere. Il punto è che non si deve essere un critico cinematografico con papillon e mano stretta a pugno sotto al mento, per vedere certe cose. Sono palesi.
Quindi mi stuzzica dal punto di vista intellettivo e mi lascia vuoto di sensazioni emotive.
È amorfo, From Beyond, non enigmatico come si crede. E proprio per questo è un film riuscito.

***

Non fosse stato per Lucia, l’avrei lasciato riposare nei meandri della mente, la mia cara psiche, dopo una visione ventennale, quando ero bambino, su qualche canale televisivo di provincia. Cosa volete che fosse, Barbara Crampton versione sadomaso trasmessa in prima serata, per i rampanti manager d’assalto proprietari di tv private? Era educativa, e basta.
Di acqua ne è trascorsa e, nel frattempo, Barbara è approdata persino a Beautiful (non chiedetemi come faccio a saperlo). Eppure, la sua versione da educanda, mirabile nella prima mezz’ora del film, mi ricordava qualcuno…

Stuart Gordon alla regia e Brian Yuzna alla sceneggiatura che s’è divertito ad adattare un racconto breve di H.P. Lovecraft.
E sembra, per questo nome, Lovecraft, che ci si debba prostrare o usare iperboli sintattiche. Ma io no, non sono il tipo da usarle.
L’idea è la forza di Lovecraft, la sua potenza il non-detto, da sempre. E non importa quello che mi venite a raccontare, quando Lovecraft mostra, fallisce. I suoi incubi tentacolari, che sono anche la sua catarsi, sono la mia delusione da lettore/spettatore. Non c’è molto altro da discutere su questo.
Infatti, tornando al film, amo l’introduzione. Quel Risonatore, apparecchiatura che, tramite risonanza e diapason riesce a mettere in comunicazione esseri di mondi diversi che si ignorano è pura estasi narrativa. A maggior ragione quando, dopo la prima apparizione, un pesce o qualcosa di affine, questo si dimostra ostile nei confronti del suo ospite (o evocatore).
L’ostilità è una forma di purezza, è conseguenza della paura e, persino, innocenza, quella del vivere secondo natura, una natura aliena.
E, se proprio dobbiamo concederci un bel balletto nell’universo della simbologia, appropriata risulta la scelta del pesce, come prima creatura incontrata. Un simbolo cristiano e, andando oltre, simbolo divino.
Dimensione altra, quindi, la cui separazione preclude la conoscenza del divino, assumendo come dato di fatto che la nostra dimensione quotidiana sia, al contrario, ciò che a noi è concesso a misura d’uomo: il “reale”.

***

[contiene qualche anticipazione]

Resta impressa, guardando il film, la grassona con la retina per capelli e barboncino che insegue, all’apparenza, lo scienziato responsabile del’esperimento. I poliziotti che arrestano lui, l’inseguito. La poco credibile scelta da parte della dottoressa Barbara Crampton, ancora in versione educanda, di continuare un esperimento che 1) ha già mostrato la sua natura sconvolgente e 2) oltre che sconvolgente e inedita anche nociva ed esiziale.
E, ok, c’è la scusa della stimolazione della ghiandola pineale, causata dall’apparecchiatura quand’è in funzione, che provoca dipendenza. Ma regge fino a un certo punto. Più che la ragione dovrebbe essere la paura e l’istinto di autoconservazione a impedire una repentina e irresponsabile ripresa degli studi che, com’è ovvio, sfuggono al controllo apparente, un’illusione di dominio mai avuta.
Ma anche questa è una questione di scarsa importanza, così come i dialoghi di chi, alle prese con presunte turbe psichiche, messo di fronte all’impossibile divenuto realtà, si mette a preparare la colazione e a parlare del più e del meno. Scarso rilievo assume anche la sfumatura sessuale dell’intreccio. Dicono che sia coinvolgente, ma in realtà lascia piuttosto freddini.
Conseguenza ovvia, dopo le eleganti sparate sull’erezione di Ken Foree, è una brusca piega metaforico-carnale, tanto attesa quanto disattesa. E parlo non tanto di buchi logici che, a dire il vero, sono assenti, quanto di coinvolgimento emotivo.

***

Dimensione altra, e perciò stesso divina, abbiamo detto. Chiunque, come il Dott. Pretorius, inventore del Risonatore, riesca a oltrepassare la soglia, assume una nuova consapevolezza che, in questo caso, si identifica in un controllo totale, a livello molecolare, del proprio corpo che, proprio in quanto tale, risulta essere superfluo; umano, troppo umano e caratterizzato da un forma finita, costante, semplice.
Simbolo di questa metamorfosi è l’estroflessione del terzo occhio: peduncolo semovibile che si insinua, esplora, vede, fino a quanto viene strappato, con un morso.
Altra simbologia a manetta nell’abboffata finale di carne, quando si assiste a una rinascita inversa si Crawford (Jeffrey Combs), assistente di Pretorius che, dopo aver rinunciato alla sua evoluzione, riemerge da una sacca di carne, una sorta di utero, acquisendo per qualche istante, di nuovo, una stanca e noiosa forma umana.
Interessante la metafora del cibo e del nutrimento che, però, ribadisco, non avrebbe la stessa forza iconoclasta senza il tanto criticato background culturale e religioso. Ogni creatura è cibo. In questo senso neppure l’uomo si sottrae a quest’assunto. Egli mangia e, stranamente, viene divorato. D’altronde, per una creatura che fa della sua salvezza il cibarsi del proprio Dio, tale conseguenza appare essere un giusto contrappasso.
Ma il cibarsi dell’altro è anche metodo di unione fisica e psichica, che trascende l’appagamento sessuale per ottenere l’unità assoluta, perfetta, che non ha più coscienza.
È un film che fa pensare, From Beyond, e pure parecchio, ma che non coinvolge e men che mai sconvolge.
Ricco di simbolli che risulta impossibile non vedere, almeno per chi ha fatto certe letture, come me e molti altri. Ma sono elucubrazioni che restano lì, appioppate, non si sa quanto spontaneamente, alle immagini che, a parte il lato tecnico, non suscitano alcuna reazione, né disgusto, né piacere, né altro. La storia è poco più di un pretesto, i personaggi anonimi nella loro psicologia, quanto appariscenti nelle loro metamorfosi esterne.
In conclusione, From Beyond è esperimento riuscito perché in poco più di un’ora e venti, complice o meno il background lovecraftiano, induce al ragionamento e alla gustosa ricerca di indizi. Ma è altrettanto freddo, inerte, nonostante l’orgia di carne e sangue con la quale pretende di colpire.

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