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Essi vivono (1988)

by Germano on 24/10/2011
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Siamo sempre in compagnia di Carpenter, il miglior regista e i migliori film, quando si cerca puro intrattenimento. Oggi tocca a They Live.
Che poi, sono anche le cose che oggi gli rimproveriamo, a John, ché si vede che non si diverte più a dirigere. Ma qui siamo nel 1988, Roddy Piper era un campione della WWF, quella World Wrestling Federation, prima dei dissidi e dei vari raggruppamenti in stile Uomo Tigre.
Roddy Piper se ne andava in giro in kilt e a recitare la parte del duro extra-figo, nelle interviste a bordo ring, quelle piene di adrenalina, con gente che si azzuffava e il povero commentatore pelato con baffetti ci andava di mezzo puntualmente.
Proprio per una di quelle, ancora sulla carta, Roddy Piper aveva preparato la battuta:

“I have come here to chew bubble gum and kick ass, and I’m all out of bubble gum”

Ed è così che ce la ritroviamo nel film, marchio di fabbrica e di figaggine di un personaggio senza nome, accreditato come Nada (niente in spagnolo), per il solito western di John Carpenter, che western non è. Sbagliati sono infatti il tempo e la messinscena, o forse no. John, con questa scusa, ha dato vita a un genere tutto suo, marchio di fabbrica. L’anti-eroe, perché sempre di anti-eroe si tratta, scazzato, costretto da una serie di vicissitudini a schierarsi, che uccide in un soffio, perché persuaso della bontà della propria causa e di ciò che ha visto.
Ecco, Carpenter era persino capace di prendere un wrestler di professione, in questo caso Piper, ma avrebbe potuto essere Hulk Hogan o chiunque altro, e di farlo sembrare credibile nei panni del giustiziere.

***

Il segreto è restare concentrato sulla trama, senza concedersi deviazioni di sorta, riflessioni scialbe. Regia al servizio dell’intreccio, insieme agli attori.
Accanto a Roddy Piper troviamo Keith David (reduce da La Cosa) e Meg Foster, quella con gli occhi di ghiaccio, che a guardarla più di due minuti si rischiava un colpo. Sconvolgente.
La trama è ambiziosissima, tanto che per varietà di ipotesi e situazioni, meglio si sarebbe prestata a una serie televisiva, o a una trilogia. Eppure, eppure, a parte le necessarie ingenuità, arrivati alla fine si ha la sensazione di aver assistito a uno spettacolo completo, maturo, supportato, come sempre, da una solida mano che mai perde il controllo.
E che regia, cavolo. Quella che arriva a concedersi ben cinque minuti e venti secondi su 93 in totale di rissa furibonda tra Piper e David. Una delle scene di lotta allo stesso tempo più cazzona, epica e divertente che si siano mai viste: oggetto del contendere, un paio di occhiali neri che Nada vuole far indossare a Frank (David). Se le suonano con lena e testardaggine. Si riducono in pezzi, sporchi di fango e merda del vicolo della grande città. Ma alla fine, facce gonfie e tumefatte, Frank li indossa quei benedetti occhiali, e vede il mondo con altri occhi…

***

Essi vivono, una stirpe di alieni dal volto scheletrico che, tramite un sofisticato congegno di controllo mentale, s’è mimetizzata tra gli esseri umani, schiavizzandoli nel modo più brillante possibile, operando infatti per garantirne il successo economico, il benessere, in modo tale da avere l’opportunità di testare sul nostro pianeta, tutti quei prodotti potenzialmente nocivi che, solo dopo, saranno utilizzati sul loro mondo natale. In una parola: geniale.
Gli occhiali sono stati creati da un movimento sotterraneo di resistenza e, se indossati, interferiscono con le frequenze dell’apparecchiatura aliena, permettendo di distinguere gli esseri umani dagli extraterrestri.
Non solo, gli alieni controllano le nostre menti e, tramite la suggestione, ottenuta mediante messaggi subliminali, controllano il nostro modo di vivere a lungo termine, impedendoci di ribellarci, di covare nuove idee, di essere indipendenti da questo stolido modo di vivere.
Sequenza magnifica, quella della rivelazione. Roddy Piper, figlio disperato e senza lavoro dell’ennesima crisi economica, si muove in un mondo nuovo, quel mondo reale. E si guarda intorno intontito e confuso. E tutto questo senza la pillola rossa di Morpheus.
Gli esseri umani sono schiavi, e qualcosa dentro di lui gli fa accettare subito la verità. Lui non è nessuno, un niente, ma è ancora un uomo.

***

Guizzi di regia, da vero maestro, che arrivano inattesi. Due in particolare, il volo dalla finestra e l’esplosione della bomba. Bellissimi, perché del tutto imprevedibili, giungono proprio nei momenti di maggiore rilassatezza, catturando l’attenzione, in netto contrasto con le situazioni. Nella seconda sequenza, ad esempio, la deflagrazione arriva a interrompere una scena in cui si discerne di sentimenti. Quasi a rottura degli schemi, un richiamo all’azione, alla praticità, al cinismo. Scelta, quest’ultima, mantenuta fino alla fine, quando si tratta di premere il grilletto contro ogni previsione, per prendere una decisione difficile e estrema.
Colonna sonora come sempre fornita da Carpenter stesso, ricca di bassi e fisarmoniche; contaminazioni western a partire dalla musica. Qualche inside joke da paura, arte del riciclo e omaggio insieme (le guardie utilizzano come radar il rilevatore di spettri di Egon Spengler in Ghostbusters), o i riferimenti a Carpenter o a Romero, quali cineasti amanti della rappresentazione violenta fine a sé stessa, secondo la critica del periodo (sono gli alieni a pronunciare tali osservazioni, ndr).
Armi, tantissime e usate senza paura. Critica sociale implicita, stavolta troppo evidente per non essere intenzionale.
Singolare la scelta del colore, o dell’assenza di esso, il bianco e nero, per mostrare la vera realtà, al di là della maschera. Un po’ come a dire che il mondo vero è un postaccio, grigio e senz’anima. E noi ci siamo dentro, come tante pecore, incapaci di vedere.
Essi vivono. Da sempre. Converrebbe svegliarsi.

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