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Dust Devil – The Final Cut

by Germano on 08/03/2012
Book and Negative
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Se penso a Richard Stanley, mi vengono subito in mente promesse infrante e sogni buttati alle ortiche. Pochissimi registi infatti hanno ricevuto una punizione così dura per la propria intransigenza creativa. Un atteggiamento che gli è costato carissimo, non solo in termini di una carriera che avrebbe potuto fare di lui uno dei più grandi nomi del cinema di genere, ma anche per come il film che rappresentava la sua ossessione sin da bambino gli è stato portato via e mutilato da una produzione cieca e sorda. Dust Devil, così come lo abbiamo visto al cinema nel 1992 non è il film di cui andremo a parlare oggi. È un’altra cosa, è un buon horror con degli spunti interessanti, un onesto prodotto fatto uscire senza il consenso del suo autore, costretto su un set funestato da una miriade di problemi, e da ingerenze sempre più pesanti, a firmare un contratto che gli impediva di bloccare il film, qualunque decisione avessero preso i produttori in merito. Un contratto che Stanley firmò per protesta col sangue, dopo essere stato minacciato della sospensione delle riprese. Un anno dopo, riuscì a recuperare il girato e, investendo di tasca sua, si chiuse in moviola e rimontò il tutto. Dust Devil – The Final Cut, rilasciato solo in dvd, mai visto in Italia. La storia del Demone della Sabbia, così come Stanley l’aveva concepita e sognata.

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Richard Stanley l’ho già affrontato: Hardware, girato a ventiquattro anni, cosa che, a vederlo, lascia impietriti. Dust Devil arriva due anni dopo, con tutta la brama di stupire, più che giusta a quell’età, tipica di chi è sicuro della propria maestria innata e vuole mostrarla. Ma ecco che, metacinema, l’intreccio con elementi fantastici sconfina, ancora una volta, nel mondo reale e, com’è successo ad altri, travolge Richard Stanley, il suo lavoro, il suo avvenire. Sui perché, inutile stare a discutere. Non vorremmo che simili cose accadessero. Mai.
Eppure, alla fine, ciò che resta è un film recuperato proprio grazie alla caparbietà del proprio autore, che non s’è arreso alla sorte avversa, né alla malvagità degli uomini. Un po’ come se Stanley, laggiù in Namibia, avesse davvero incontrato il Demone della Sabbia e se questi, impossibilitato a cogliere la sua vita, avesse deciso di coglierne il riflesso, il suo lavoro, nel momento più brillante, la nascita e la consacrazione immediata (così sarebbe stato, di certo), il suo film.
E Stanley trasferisce sullo schermo quello che tutti i narratori portano: le paure dell’infanzia. Sceglie la Namibia come location di un’Africa insieme arcaica e furibonda, spaccata dal caldo e bagnata dal sangue delle guerre civili e dall’odio per l’uomo bianco.
L’Africa è un set magnifico. L’occhio di Stanley ne coglie insieme alle onde di calore, le sfumature di colore e la poetica. Le fa proprie e ce le regala: il punto di vista del demone; il punto di vista dei poliziotti biondi e ariani, il punto di vista dell’uomo di mezza età, di colore, che proprio in un’età in cui non si crede più a nulla e si comincia a guardare indietro più che avanti, è scosso dai sogni e da leggende che non aveva mai creduto reali.

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Piantagrane, rompiscatole, impiastro. Magari è così che i produttori definiscono Stanley. In fondo, non gli avevano chiesto molto: solo di eliminare qualsiasi riferimento mistico e onirico, solo di svuotare il film di ogni elemento che avesse a che fare con la religiosità e la magia africane. Dust Devil doveva essere, in maniera molto semplice, un film dell’orrore su un autostoppista maledetto. Qualche scena di sesso, un paio di effettacci, una donna che fugge. E nemmeno era l’attrice che Stanley avrebbe voluto (a lui sarebbe piaciuto continuare a lavorare con Stacey Travis). Oggi ci sembra normale, dato che quasi tutti i registi cosiddetti “popolari” sono dei cagnolini al guinzaglio del Michael Bay o del Weinstein di turno. Ma Stanley è diverso. Lui voleva fare film d’immaginazione e voleva essere un autore, se per autore si intende colui che inserisce nelle sue opere quel marchio di fabbrica unico e irripetibile che le rende speciali e che te le fa riconoscere tra mille. Dust Devil, quello del ’92, non è del tutto un film di Richard Stanley, anche se la sua mano è chiaramente visibile. Ma Stanley è un piantagrane, è un rompiscatole, è un autore, e non gli basta. Stanley vuole il suo film: Dust Devil – The Final Cut, ed è disposto a spendere 40.000 dollari pur di vederlo realizzato, con i colori che aveva scelto (la produzione aveva modificato anche la fotografia), con i dialoghi che aveva scritto (tagliati perché ritenuti troppo complessi), con le scene che riteneva necessarie e con la storia completa del vecchio poliziotto che si lascia ossessionare dalla figura del demone, perché in fondo, dopo aver distrutto la propria vita con le sue stesse mani, vuole solo morire, e ha bisogno dell’aiuto di qualcuno.

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Stanley cura la messinscena, dettagliatissima. Caratteristica questa, i dettagli, che non è comune. Ci sono tre scene in particolare che lo testimoniano:

1) la sequenza nella prima casa; la camera da letto della donna ricolma di oggetti, di passato, di colpe e sogni infranti (dettaglio funzionale all’intreccio, dal momento che il demone favorisce il trapasso di coloro che vogliono morire) e, dopo, scena del sacrificio, condotto secondo antichi rituali di sangue. Ossessivo il simbolo della spirale. Simbolo magico, rappresenta l’espansione, la crescita, lo sviluppo. Ma, come sempre, dipende dal verso in cui lo si guarda.

2) La serata all’aperto trascorsa insieme dal Demone e da Wendy. Musica in sottofondo e, lontano, all’orizzonte, un’esplosione. Immagina poetica di per sé, che unisce vita, la donna, corruzione, il demone, morte, il fuoco della deflagrazione. Dust Devil è incentrato sui simboli, è vero, ma non solo su quelli evidenti, disegnati.

3) L’incidente automobilistico. Sono coinvolti diversi autoveicoli, tra cui un camion per il trasporto del bestiame. Scena difficilissima, soprattutto se si ha il coraggio, come Stanley, di insistere e sulla durata, e sulla dinamica non proprio fluida dello stesso incidente, e sulle conseguenze. Morti e bestiame che fuoriesce terrorizzato dopo l’apertura del portellone posteriore. Qui non ci sono simboli, ma ricchezza e mestiere. Cinema.

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Lo Spirito del Deserto, identificato col nome che si dà ai temibili venti africani, è un incubo ricorrente di Stanley da bambino, avvalorato da una serie di misteriosi omicidi avvenuti nel distretto di Bethany. Il regista ci mostra questa entità malevola intrappolata nel corpo di un uomo e costretta a chiedere passaggi ad anime ancora vive e tuttavia già condannate. “Io vivo dall’altra parte dello specchio”, dice l’autostoppista alla protagonista del film. Ed è lì che intende tornare, ma per farlo ha bisogno di una certa quantità di macabre vestigia, strappate ai cadaveri delle sue vittime. È un essere inquieto, che si porta dietro una profonda disperazione, che assume e subisce le caratteristiche prettamente umane del corpo in cui è obbligato ad abitare. È un demone che si innamora, che piange addirittura, pieno di debolezze e affranto dalla consapevolezza di non poter essere capito da nessuno. Sulle sue tracce, il vecchio agente di polizia che ha perso tutto e che cede all’irrazionalità, alle antiche tradizioni della sua terra, soccombe alla magia e si lascia guidare dagli incubi e da uno stregone senza un dito. Ed è nelle sequenze dedicate ai demoni personali del poliziotto che la frenesia creativa di Stanley esce allo scoperto, con una potenza devastante. Il mondo disegnato dalla macchina da presa del regista è un mondo imbevuto di magia e di misticismo, un mondo che perde ogni appiglio con la logica e rivela la sua natura di luogo misterioso e immenso, in cui ciò che ci è consentito vedere non è altro che un fragile paravento di cartone. La realtà che va in pezzi, annega nell’ocra della sabbia e nell’azzurro degli occhi dell’uomo che uomo non è. La fotografia voluta da Stanley non è quella tutta filtrata di rosso che appare nel Demoniaca italiano, è una fotografia che asseconda l’andamento da sogno che pervade ogni fotogramma del film. È realistica nei minuti iniziali, per poi scivolare sempre più in un delirante impasto di colori man mano che l’incubo procede. E quando vediamo Wendy (Chelsea Field) lasciarsi sommergere dalla polvere, rannicchiata in posizione fetale, mentre la tempesta evocata dal demone le infuria intorno, Stanley ci fa sprofondare con lei. Da quei riti, da quel misticismo ancestrale, non c’è ritorno.

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L’Africa è un continente insanguinato. Negli Anni Novanta era cambiato davvero poco. Spettri di massacri e morti sono tutti lì, evidenti. Stanley ci mette del suo, mostrando l’orrore in piena luce. Lo faceva Kubrick, lo fa anche lui. È ancora retaggio di pochi. Il rinvenimento della mano mozzata nel camper da parte dei due sbirri ariani, mano che ancora gocciola, con la camera che guarda dall’interno, quasi che l’orrore scrutasse gli uomini, fuori, che si avvicinano. E poi i rimasugli carbonizzati della prima vittima, e il particolare dell’orologio, infilato dove c’è vita. Altro simbolo, in quanto il demone, essendo quasi eterno, proprio il tempo non concepisce. Di fronte all’eternità, costretto in un corpo mortale, la percezione limitata del tempo diventa follia e disperazione, un concetto che non può essere compreso appieno perché limitato dalla propria essenza mortale.
E dunque, bianchi e neri che si disprezzano, ma che continuano a convivere, e un demone che viaggia, spostandosi di continente in continente, su strade infuocate, portando un limite al nostro stesso concetto di vita, in giovane età smisurato.

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Dust Devil – The Final Cut, è un’opera con i tratti di un antico poema. Non tutto è comprensibile, non tutto deve esserlo, ché la comprensione della nostra stessa realtà ci sfugge. Esiste qualcosa di profondo, quasi dimenticato e terribilmente vecchio e stanco, che riposa nelle viscere della terra. Se ci tocca, siamo spacciati, ma ci tocca solo se desideriamo essere toccati. Ed è questo, forse, l’elemento più spaventoso e intimo allo stesso tempo del film di Stanley. Non è un problema di bene contro il male. È un problema di scelte e di responsabilità individuale. E a cosa servono le semplici nozioni di bene e male quando si ha che fare con chi vive dall’altra parte dello specchio?
Stanley era laggiù, in Namibia, inutile domandarsi il motivo della scelta. Modernismo e arcaismi convivono, privi del passaggio graduale. E così, maggioloni rossi si accostano a giardinetti fatti da mezzi copertoni dipinti di bianco e, infine, Kolmanskop, la città moderna ripresa dal deserto, sommersa dalla sabbia, set ideale per suggestione naturale, quale può essere quella del luogo abbandonato, e cornice perfetta per la teoria del demone, dell’immortalità, per mettere in scena il concetto di tempo, di passaggio, di evoluzione, la spirale, insomma o il cerchio che si chiude, il serpente che si morde la coda.
E che tutto questo, coi suoi colori vivi e vibranti, cangianti a seconda dell’umore, fosse appannaggio di un regista così giovane sa di fenomeno unico, di stoltezza altrui, da parte di coloro che l’hanno intralciato, di occasione perduta per il cinema. Di pochezza, in definitiva.
E noi lo guardiamo, Dust Devil, come la testimonianza di qualcosa di unico, un residuo di un passato recente, con tutta la potenza del classico, ascoltandone la musica, sentendo sulla pelle il caldo bruciante di panorami di desolazione.

Hell & Lucy

Link utili:
Il blog di Lucy
Hardware recensito da me
Hardware recensito da Lucy

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E ora, una carrellata di immagini dal Kolmanskop, Namibia.

 

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