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Dracula di Bram Stoker (1992)

by Germano on 01/01/2012
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“Coppola non ha indossato il cappello a cilindro per dirigere il film, né si è fatto crescere dei discutibili baffi a manubrio: trattandosi dei primi anni ’90, ha fatto tutto indossando ancora più discutibili camicie a quadri. Perché pur abbracciando la prospettiva decadentista, Coppola la vede comunque col senso della prospettiva di un uomo moderno.”

Le parole qui sopra sono della mia amica Poggy, estratte dal suo monumentale (per fine e conclusioni) articolo dedicato a Dracula di Bram Stoker cinematografico, di Francis Ford Coppola, articolo che troverete linkato in fondo. Le trovo perfette, perché stamane ho scoperto che questo film, a distanza di vent’anni, è capace di suscitare discussioni. Non so come lo intendiate voi, questo fatto, ma per me è importante. C’è chi addirittura lo considera offensivo, verso l’opera di Stoker in primis, verso Stoker stesso, probabilmente verso il vittorianesimo e sicuramente verso gli spettatori. E non credo sia giusto, intenderlo così.
Dubito si possa metter su uno spettacolo come questo con intenti offensivi. Se poi questi si siano sviluppati dopo, con la ricezione del film da parte degli spettatori, non posso dirlo. Non è il mio caso, in fondo.
Posso dire di amare questo film. E non perché sia un capolavoro, ma perché ne apprezzo il lavoro, le intenzioni e l’esito finale. L’esito: uno spettacolo. Cosa, che, di solito, al cinema si cerca convinti di trovarla. Ecco, qui succede. Mi sovviene, a questo punto, l’allucinazione dell’assenzio, le sue bollicine che rammentano globuli rossi.
Una visione stupefacente, un sogno d’oppio, accompagnato dalla musica di Kilar. Sognare il cinema e farlo mettendo in scena un classico. Non ricordo che terribili camicie a quadri indossasse Coppola, ma di sicuro quelle hawaiane, dai colori obbrobriosi.
Coppola, uno che torna al suo paese, con la figlia ormai regista quasi più brava di lui, a vedere le processioni e le statue della Madonna in cartapesta. È qui, dietro l’angolo, a pensarci. Basterebbe mettersi in testa di andare a trovarlo. Ed era anche il 1992, di anni ne avevo sedici. E volevo vedere Dracula.

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Non un horror, neanche allora. Neanche il romanzo. Stoker lo avevo letto e capito come può un ragazzo a quell’età. E non credo fosse un horror. Cast giovane, Reeves, Ryder, Oldman e il cannibale Hopkins.
Coppola stesso lo dice, che ha scelto Keanu Reeves perché era giovane e voleva un aggancio sicuro col pubblico femminile. Perché la sua Zoetrope, casa di produzione, aveva 27 milioni di dollari di debiti e lui da ‘sto film ci doveva guadagnare il più possibile. E i cinema dovevano essere pieni di ragazzine, in tempi che di Tuailait non se ne sentiva manco il bisogno.
La colpa di Dracula, lo sappiamo, è di Winona Ryder. Fu lei a portare a Coppola lo script. E lui si convinse subito. Era quello che ci voleva. Un film decadentista, forse, uno sguardo teatrale sull’ottocento, una circostanza, un omaggio divertito, una rilettura. Quel che volete, ma senza effetti digitali.
E non ci andava per il sottile; Francis silurò tutti i suoi collaboratori, vanto del modernismo, che ritenevano impossibile realizzare con l’artigianato ciò che lui desiderava per il suo Dracula.
Adesso lo sappiamo, Dracula detestato fin dal titolo. Non è il Dracula di Bram Stoker, è il Dracula di Bram Stoker. Coppola lo voleva intitolare semplicemente “D.”, quindi andiamoci piano a chiamarlo usurpatore e violentatore della letteratura. Poi s’è optato per il titolone, per far soldi, sì, e per non farsi fare causa dalla Universal, ché il Dracula lo potevano filmare solo loro. Le solite storiacce legate all’interpretazione e le estensioni dei diritti d’autore.

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Quindi Coppola è conscio di non stare omaggiando alcunché, ma di rileggerlo e di stare girando un film, adottandone i meccanismi classici con tutti i trucchi di cui è capace; un film che non può sbagliare. Scienza contro occulto? Forse, ma non è Van Helsing a schiacciare con l’occulto l’altro occulto, quello di Dracula? Un film romantico, quindi, uscito dal romanticismo, dai castelli gotici, dalle paure dell’anima. Forse, ancora una volta.
Un film che libera la figura della donna per attualizzarla insieme al mostro? Nulla di più lontano. In ciò fedele all’epoca storica, benché tinta di metateatro o metacinema, la donna è oggetto in questo film come mai prima. Unico accenno di volontà che essa dimostra è la scelta di Mina di farsi vampirizzare. Neppure la salvezza della propria anima dipende da lei, quanto piuttosto dal sacrificio del mostro. E badate, non è da condannare per questo, Dracula. È scelta estetica ben precisa, quella di mostrare donne in attesa del marito all’estero, intente a osservare il kamasutra su testi proibiti dalla morale pubblica. Eppure Lucy (Sadie Frost) fa la smorfiosa, oscena (come dice Mina), pronuncia battutine ammiccanti verso uomini, Quincey, Arthur Holmwood e il Dottor Seward, che non possono aspettarsi alcun rifiuto, eccetto che l’essere scartati e cedere il passo al prescelto tra di essi: questione di quarti di nobiltà, prestigio sociale, ricchezza. Però è sempre Lucy la devota discepola, quella concupita sulla panchina. Il sesso c’era anche nel 1800,  la scelta di non mostrarlo una convenzione.

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Quello che mi spinge ad adorare questo film è la capacità di essere finto e affascinante insieme. Artefatto, ma con gusto. Ogni dettaglio urla di messinscena. Troppo barocco, colorato e sfacciato, negli addobbi, nei vestiti, nei trucchi del Conte (Gary Oldman), nei dialoghi; troppi omaggi dispensati ai film che l’hanno preceduto per lasciare indifferenti. Ancora una volta, il segreto sta nella scena dell’assenzio, ma anche negli insetti divorati da Renfield, nelle parrucche e nei vestiti di Gary Oldman, nella rasoiata sulla lingua (Oldman girò quella scena ubriaco) o nella Bellucci che, seminuda, fa la moglie di Dracula, capace di sciogliere un crocifisso con un colpo d’alito.
Coppola immagina che, in presenza di un vampiro, le leggi della fisica non funzionino correttamente. Ed ecco allora spiegato tutto quel parco dei divertimenti o casa dei fantasmi che è il castello Dracula, con le ombre che si muovono di propria sponte, le gocce che cadono verso l’alto, i topi che scorazzano attaccati al soffitto. Le mogli, concubine inquietanti e sexy, doppiate quando lanciano urletti da una cantante lirica, inframmezzata col ringhio e i latrati dei cani. I vampiri non soffiano, sono odalische selvagge e letali. Insieme a loro, Coppola ci mostra quello che accadeva nelle camere da letto ipocrite di una società ispirata al vittorianesimo e filtrata e dal gusto del puro intrattenimento cinematografico e dall’obiettivo secondario dello spettacolo: divenire un classico subito sopo l’uscita e fare soldi a palate. Obiettivi centrati.

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Dopo anni siamo qui a parlarne, discutere e incazzarci. Questo è un film. O ciò che un film dovrebbe essere. Perché è vero, esistono i capolavori indiscussi, ed esistono anche cose come questa: manierismo, più che decadentismo, in atto. Un film fatto alla maniera di, confezionato, arricchito da musiche, quelle di Kilar, ancora adesso saccheggiate per accompagnare improbabili trasmissioni televisive a base i misteri buffi, e fantasmi, e cose che fanno paura.
Van Helsing che si atteggia a figo indagatore dell’incubo, i suoi compari che pronunciano quante?, poche frasi ognuno e te li ricordi ancora adesso, Quincey dal lungo coltello (a detta di Lucy) e dal cappello schiacciato dal Dott. Seward, il medico dei pazzi e morfinomane, annega nella droga il desiderio carnale per Lucy; Arthur Holmwood, che scalpella il cuore della sua amata, e già allora, ricordo le critiche: “Ma come? Usa uno scalpello di ferro e non un paletto di frassino? Tsk, tsk…”. Eh già, usa uno scalpello e sapete che c’è? Non me ne frega nulla. A tutt’oggi quella scena, quella di Lucy vampiro che entra nella cripta e vomita sangue su Van Helsing Hopkins è fighissima.
Il trucco di Sadie Frost realistico, la scena girata al contrario, per creare quell’effetto strano, di visione, di qualcosa non proprio giusta… E ancora Gary Oldman che maltratta Keanu Reeves, mummia prima e nobile principe un attimo dopo. E la nebbia verde e “costei è ora miiiia sposa!”. Riecheggiano.
Questa è maestria, messa all’opera di un fine terreno, i soldi. Che è diverso dal fare i soldi rimestando la merda a disposizione, che oggi è prassi. E siamo d’accordo, niente di più distante dal romanticismo e dalla nobiltà d’intenti. Ma alla storia che l’arte sia per i morti di fame e per la passione, non ci ha mai creduto nessuno. Questa cosa ha stufato e porta pure un po’ sfiga.
Meglio godersi lavori come questo. Alla maniera di, per l’appunto. Nient’altro.

Linko QUI la recensione di Poggy, consigliatissima.

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