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Distretto 13: le Brigate della Morte (1976)

by Germano on 04/06/2011
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Nel ’76 ci sono nato. Proprio alla fine. Gran bell’anno. Seconda metà dei Settanta. Quando Carpenter arrivò a mostrare la cosiddetta “scena del gelato”. Quella che mai era stata mostrata da nessuno.
Importante, per il realismo e la crudezza del film, Distretto 13 (Assault on Precinct 13) e per di-mostrare, ancora una volta se fosse necessario, come funziona la censura, ovvero solo con le chiacchiere. Se ne parlava qualche giorno fa nel blog di Alice, QUI.
Se avete visto questo film, sapete bene a quale scena si faccia riferimento: leggenda vuole che la Censura, trovandola scioccante, minacciò un divieto pesante. I produttori si limitarono ad avvertire John Carpenter della possibilità di tale divieto e successivamente distribuirono il film completo della scena in questione. Un po’ come fece Hitchcock con la scena della doccia in Psycho. Non ci furono tagli e, chissà come, la Censura si convinse del contrario.
Questo tanto per dire di quali bambocci essa, qualunque cosa sia, sia composta: moralisti e bacchettoni.
Ma ora parliamo del film, perché è ingiusto sottrargli altro spazio.
Carpenter, il maestro. Quello che ha voluto da sempre girare un western. L’ha sempre voluto. E l’ha sempre fatto, mascherandolo. Però, in questo film la trama è classica: difensori barricati in un edificio e orde di assalitori disumanizzati. Vi ricorda qualcosa?
Sì, siamo proprio nel territorio di un altro regista e di un genere sempre presente su questo blog: George A. Romero.

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Il gusto di questi film è la leggerezza e la spontaneità con le quali vennero girati. Ve la immaginate la scena? Ci riuscite davvero? Voglio dire, un tizio va da Carpenter, gli mette in mano dei soldi e gli fa: tirane fuori un film, purché spenda poco. E nessun’altra minchiata moderna su marketting (con due t) e comunicazione astrusa.
E Carpenter, da professionista, si mette al lavoro. Ne trae uno score, questo QUI, che incarna il film stesso e ti si fissa nella mente, volente o no, e si mette all’opera, soprattutto divertendosi e facendo divertire tutti quelli che lavorarono con lui, a cominciare dagli studenti chiamati a interpretare gli assalitori, sporchi di sangue finto.
E Distretto 13 cos’è? Un assalto, un’ora e mezza di combattimenti senza tregua, perché una gang losangelina, i Cholo, praticanti rituali voodoo, ha giurato vendetta contro un distretto di Polizia e i suoi occupanti, chiunque essi siano.
Incredibile a dirsi, ma la trama è tutta qui. E da questa cosa scritta di fretta, John riesce a trarre momenti irripetibili.

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Tanto per cominciare Los Angeles, che siamo abituati a vedere inquadrata dalla parte di Downtown, la parte ricca e bella, coi grattacieli di vetro e metallo, lucidi e imponenti. Ma anche lì, la notte, si deve camminare armati. Nelle periferie sterminate, poi, è meglio non muoversi. Lo era nel 1976, e lo è anche adesso. Una terra di nessuno. Set perfetto per un western trapiantato nella metà dei Settanta.
Tramonti da cartolina, arancioni e violacei a causa dello smog, highways sterminate, e piccole auto di pattuglia che possono poco o nulla contro gang che contano migliaia di affiliati.
Un giovane tenente, Ethan Bishop (Austin Stoker), è chiamato al suo primo incarico dopo la promozione, sorvegliare la chiusura del Distretto 13, causa trasferimento dello stesso. In esso, in attesa che i tizi della compagnia telefonica e della luce stacchino i rispettivi impianti, rimangono un agente, due donne, e degli ospiti inattesi, dei detenuti accompagnati lì da alcuni agenti di custodia perché un prigioniero sembra accusare sintomi tipici della polmonite.
Nel frattempo, in quello stesso quartiere, avviene un fatto di sangue memorabile, nei pressi di un furgone dei gelati. Violenza gratuita e immotivata, perciò, dal punto di vista narrativo, pura e sublime. E da quel fatto si susseguono una serie di vendette che si incrociano, i cui esiti vanno a concentrarsi nel Distretto 13.

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L’assedio dura il tempo del film. Nella finzione scenica un’ora, forse due, forse di meno. Ma da spettatore si vorrebbe non finisse mai.
Personaggi vividi che in poche righe di dialogo restano memorabili, tutti. A cominciare dal tenente Bishop, che cita episodi biografici della vita di Hitchcock, i detenuti Napoleone Wilson (Darwin Joston) duro e disilluso, un condannato a morte che affronta la morte in una notte di follia, e Wells (Tony Burton) e soprattutto Leigh (Laurie Zimmer), personaggio femminile raro e magnifico.
Tutti sono superbi, e risultano tali al buio di piccole stanze, dopo aver sparato e combattuto, e scambiatisi sguardi pregni di significato.
Menzione particolare per gli esterni del distretto, coperti dalle tenebre e sistemati, di volta in volta, dagli assalitori in modo che alle pattuglie di passaggio la situazione appaia normale.
Eppure fanno effetto gli inseguimenti senza tregua, accompagnati dal solito score, nella notte più buia, quando l’unica salvezza è la luce non del distretto, ma di una cabina telefonica nel bel mezzo di un prato dove non spunta neppure un albero, tanto per sottolineare l’inutilità di quella vana speranza.

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Napoleone ha il male negli occhi, come in C’era una volta il West. Personaggio ineluttabile, cattivo nel codice genetico, più che nell’indole, o semplicemente fuori tempo, appartenente a un’altra epoca, per il quale il legame con Leigh può esistere solo e soltanto in questa notte fugace, in cui tutto è possibile, perché sospesa in una realtà altra, terribile e ferale.
Insomma, poetica della fine, che raggiunge l’apice nell’operaio della compagnia dei telefoni, grondante sangue sul tetto della macchina della polizia e nella volontà di rinchiudersi in una stanza e aspettare, armati di soli otto proiettili, le orde degli assalitori. E poi sia quel che sia.

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