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Dark Star (1974)

by Germano on 01/06/2011
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Lo sapete, io odio il cinema. E soprattutto odio tutti quei bla bla bla che si riescono a fare all’indirizzo di un film.
Un film è una storia. Basta così. A me piacciono le storie.
Tutto il resto sono chiacchiere. E a volte il chiacchiericcio stanca.
Dark Star me l’ha ricordato Luca, ieri, in un commento a The Ward. Perché, come sempre accade quando non ci si capacita della realtà di un artista come Carpenter, si torna indietro a pensare ai fasti, neppure chiedendosi il perché, ma accettando il momento presente. Ora John è così, e nessuno ci può fare niente. Compreso me stesso con questo blog.
Nel 1974 io dovevo ancora nascere. Ma John c’era già, componeva canzoni e con lui c’era Dan O’Bannon, quel Dan O’Bannon. E a disposizione c’erano 60.000 dollari.
Erano di più, di meno? A chi importa? Erano pochi soldi, pochissimi per mettere in scena una space opera. Specie se si pensa che, c’era già stata l’Odissea (1968) e, tre anni dopo, nel 1977, sarebbero arrivate le Guerre Stellari.
Dark Star è esemplare. Ci dimostra com’era John e cos’era capace di fare con un pallone di gomma spacciato per creatura extraterrestre; con pannelli di compensato e lucette colorate, il supercomputer, e con tecniche di effetti speciali che fanno ridere i polli.
Eppure, certe sequenze non solo ti conquistano, ti catturano, ti fanno sospirare e ridere, ma fanno riflettere.
Per cui la domanda è, John, dove sei finito? Lo sai che ci manchi, vero?

***

È il futuro. La Dark Star è un’astronave in missione nello spazio profondo. Per l’equipaggio sono passati solo tre anni, sulla terra trenta. Un lavoro di merda che ti costringe a rinunciare a tutto. A morire lassù, nel niente, circondato da uomini barbuti e trasandati che, dopo tutto quel tempo trascorso a distruggere pianeti, hanno dimenticato loro stessi.
Prime inquadrature, e già poetica: è la Terra del futuro, ma i sistemi sono sempre gli stessi, approssimazione e menefreghismo. L’equipaggio si lamenta con la base terrestre per l’elevato tasso di radiazioni presente a bordo? La risposta è: cavatevela da soli.
Il capitano è morto, ed è stato surgelato. Una sorta di ibernazione nella quale il corpo conserva la coscienza di sé, una coscienza obnubilata, messa a riposo e risvegliata ogni qual volta se ne senta la necessità. L’esperienza va conservata.
Eppure, qualcosa indica che nella sua prigione di ghiaccio, l’anima si sente sola, soffre, vorrebbe più compagnia; si sente inutile.
Qui parliamo di esistenza, di filosofia.
Ma è anche capacità, registica o quel che è, di mostrare il ridicolo apertamente, e dargli una luce sinistra.

***

Torniamo al pallone. Uno di quelli leggeri, di gomma sottile, tipici della spiaggia, a spicchi colorati. Allora, la grandezza è innanzitutto svelare la presenza di un alieno a bordo così, dal nulla: raccattato come mascotte in uno dei tanti sistemi solari esplorati dalla Dark Star. Il coraggio è, appunto, il pallone, al quale sono state aggiunte due mani artigliate, di gomma.
Ebbene, l’alieno, nel suo duetto con Pinback (Dan O’Bannon) riesce a divenire inquietante.
Intelligenza animale, o forse no, coscienza innocente, un superstite, l’avrebbe poi chiamato lo stesso O’Bannon in un altro suo film, che, segue la sua natura dispettosa e mette nei guai chi si occupa di lui.
Pinback finisce intrappolato nel vano ascensore e, se non ci credete, vi conviene guardarlo questo film, per capire il senso di claustrofobia che vi riesce a trasmettere. Ma non solo, il pregio è che nella medesima scena si ride, guardando l’alieno che fa i dispetti all’essere umano, eppure non sembra così innocente come vuol far credere…

***

Lo spazio profondo può fare impazzire gli uomini. Talby trascorre tutto il tempo sulla superficie dell’astronave, chiuso in una cabina semisferica e trasparente, per ammirare l’infinito. Doolittle, il sostituto capitano, sogna la sua tavola da surf e nel frattempo suona una sorta di organo costruito da lui stesso, con bottiglie vuote.
L’intelligenza artificiale ha fatto passi da gigante. E adesso non solo si riesce a conservare la coscienza dei defunti, ma il computer di bordo è umano, e lo sono persino le bombe che esso sgancia per effettura il lavoro di pulitura dei sistemi planetari da colonizzare. I pianeti dall’orbita giudicata instabile vengono distrutti.
E qui c’è l’ennesimo colpo di genio, allorquando si comprende che computer di bordo e bomba atomica possiedono spiccate personalità, ed entrano in contrasto. Un malfunzionamento di un pannello elettronico causa un incidente, la bomba rifiuta di staccarsi dal supporto e pretende di esplodere lì dov’è, trascinando con sé nave e equipaggio.
L’unica è dialogare con essa, visto che il computer non riesce a convincerla. Ma è estremamente difficile ragionare con una bomba che, a ragion veduta, è convinta di essere Dio.

***

Questo è Dark Star. E non so spiegare perché sia quel che è. Allo stesso tempo povero, fascinoso e intrigante come pochi. Certo, per rispondere a Luca, trovo che La Cosa sia superiore, e di molto. Lo reputo il film perfetto.
Questo, al contrario, è unico. Guardo con orrore a un possibile remake, per intenderci. Mai come in questo caso avrebbe senso. Troppe riflessioni sono state presentate in questo film, in un periodo storico in cui di certo non apparivano scontate come potrebbero esserlo ora.
È un po’ il coraggio dei b-movie, in questo caso comprendendo nella definizione esclusivamente i problemi di denaro.
Carpenter era un innovatore? Direi proprio di sì.
Anche se la realtà odierna è che nessuno, oggi, oserebbe verniciare un pallone di gomma e dire che è un alieno.
E allora, qual è il segreto di una buona storia?
La mia risposta è: compiere scelte impopolari. Ovvero, finché il cinema sarà fatto per i soldi, com’è adesso, farà schifo.
Non c’è via d’uscita.
A John Carpenter, auguro un ritorno. Non può essere altrimenti. Alle volte è sufficiente guardare indietro, o lasciarsi bruciare nel rientro, come il tipo sulla tavola da surf…

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