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Danko (1988)

by Germano on 10/11/2011
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Tra poco sarà venerdì, di nuovo. E sono qui, a sentire questa musica sparata dritta nelle orecchie: sa di rosso, di parate militari sulla Piazza Rossa, di Madre Russia e di cinema, quello degli Ottanta. Andavo alle scuole medie e i miei amici, il giorno dopo aver visto Danko, stavano tutti a dire nato stanco, e allora (anche adesso, a dire il vero) era difficile capire perché si dovesse ridere di quella battuta, fatta dall’albergatore untuoso e sporco, con Danko (Schwarzenegger) che firma il registro proprio sotto al nome di Jim Morrison dei Doors e, poco dopo, schiaccia sotto il pugno una blatta enorme. Poi se ne va su in camera, nel cappotto grigio-rosso dell’uniforme della Polizia di Mosca, russo in trasferta a Chicago, infila un gettone nella tv a pagamento e parte un pornazzo, e lì, il doppiatore italiano, la voce di Zio Arnold, Mario Cordova, a pronunciare capitalismo, come avrebbe detto Ivan Drago. E giù un diluvio di gloria.
Con Schwarzenegger, lo sapete, non sono, non posso essere obiettivo. Il fato poi ha voluto che lui agisse al suo apice proprio durante gli eighties, il ché lo identifica istantaneamente come una sorta di divinità pagana; ogni recensione che scrivo su un suo film, è una sorta di sacrificio rituale.
Non mi illudo, né voglio che torni, Arnold. Non ora. Il suo tempo come indistruttibile figlio di puttana dai bicipiti enormi è finito. Restano le pietre miliari. Le sue. Danko è una di quelle. Guai a chi le tocca.

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Walter Hill alla regia, mica uno stronzo qualunque. Hill era uno che amava le sparatorie e i grossi calibri, come Gina Gershon o la 44 Magnum, o meglio ancora la Podbyrin 9.2 mm, l’arma del Capitano Danko, che non è mai esistita, proprio come lui, tranne che in questo film: capace di penetrare il blocco posteriore di un auto-articolato.
Questo film è fatto di sequenze mito, a partire dalla sauna, con Arnold che appare in tanga, nudo e massiccio, nonostante gli avessero fatto perdere dieci chili, perché di muscoli ne aveva al di là dell’umano; poi la rissa furibonda sulla neve con l’enorme minatore barbuto. Tutto, pur di sapere dove si nascondeva Viktor Rosta, il cui padre era dedito al brigantaggio, che portava il veleno occidentale, la cocaina, all’interno della Madre Russia dove, come dice James Belushi, hanno la stessa merda che abbiamo noi altri, quelli del mondo libero. Il trucco sta nel non farsi prendere dai problemi quotidiani, o nel risolverli bevendo vodka, il miglior antidepressivo.
Sovietici campioni di scacchi. Tutti. Ambasciatori minacciosi e corrotti, Schwarzenegger che parla russo. C’era stato tre mesi, a imparare a pronunciarlo. E i russi dicono che si sente l’accento austriaco. Sai che storia, e che importanza. Se ne va in giro con un orologio analogico di dieci rubli, che suona ogni volta che lui deve nutrire parrocchetto, e intanto a Chicago dà la caccia al suo amico Viktor, supportato dalle palle da biliardo. Neri, pelati per voto d’obbedienza a un altro nero, cieco, che ha passato 37 anni della sua vita di 46 in galera: un vero angioletto, che è cieco e ha fatto voto di castità, quindi non potrà trovare, nel bicchiere sul suo comodino, né occhi e né testicoli, come punizione per non aver aiutato il Capitano.

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Peter Boyle, Laurence Fishburne (magro come non ricordavate possibile), persino Brion James. Non sono tutti, ma sono abbastanza. Nomi e comprimari, registi per il mestiere dell’action-movie, quando ancora contava qualcosa, quando era ancora necessario esorcizzare e sfottere gli amichetti del Soviet. Eppure c’erano andati sul serio, fino a Mosca, per girare le scene sulla Piazza Rossa. Naturalmente, l’autorizzazione venne negata, e altrettanto naturalmente, furono costretti a rubare le inquadrature, con Arnold da solo, addobbato alla russa, che fa il saluto, mentre parte, potentissima, la musica di James Horner, che quasi te la faceva amare, l’Unione, forte eppure retrograda, che usava le telescriventi anziché i computer.
Film che contiente un sorprendente messaggio di fratellanza, dopo che il duo Schwarzenegger-Belushi ha massacrato negri rasati e giorgiani cazzuti e infuriati, e pure un travestito. Ma un poliziotto è un poliziotto in tutto il mondo: sono fratelli.
Battute, epica quella sulla legge Miranda (Chi è, una puttana? cit.), oppure quella sulla risoluzione dei problemi legati alla criminalità (Cinesi trovato il modo. cit.), radunare tutti i criminali in pubblica piazza e sparargli. Ed è vero, i politici si opporrebbero, per cui converrebbe sparare prima a loro…

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La storia del film? Ma a chi interessa, dopo tutto questo tempo? Non bastassero le cattiverie di Rosta, le smargiassate epiche di Arnold, il nato stanco, il fascino morboso per una cultura aliena, temuta, eppure in un certo senso, dietro la costante messa in ridicolo, ammirata, di contro al lasciar fare americano, alla giustizia macchinosa e lenta, alla corruzione a tutti i livelli. Non so neppure se siano ragionamenti esatti, questi. Walter Hill ha sempre dipinto bassifondi poco realistici, talmente umidi, nebbiosi e noir, abitati da personaggi pittoreschi, da non riuscire ad allontanarsi un attimo dalla fiction. Ma poteva contare su Arnold, e non è un modo di dire. Lo picchiano, gli puntano addosso pistole, lo minacciano, ma tu spettatore, lo sapevi allora e lo sai ancora di più adesso, passati vent’anni, che a lui non poteva succedere niente: era superforte, invulnerabile, d’accordo, ma ancora di più, era il protagonista, e al protagonista non si doveva far torto più dello stretto necessario.
E nonostante questo, dico, l’abbiamo amato alla follia, questo cinema. E per questo amore non poteva esserci trama, spessore o critica sociale che contasse più di una cacca per strada. C’era Arnold, la sua fisicità. E doveva vincere. E tanto bastava.
Vince ancora adesso. Sempre. Più di Superman, che anche lui è morto una volta.

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