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Cube (1997)

by Germano on 13/04/2011
Book and Negative
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C’era un tempo non lontano in cui i film li si vedeva in tv, verso le 22.30, soffrendo per le pause pubblicitarie. Cube di Vincenzo Natali è uno di questi. Ma non solo, è anche uno spartiacque. Pochi altri, come questo film, sanno mostrare la netta cesura tra il pubblico “colto”, che vuole solo “roba buona”, e quello di bocca buona (tra cui ci sono anch’io) che si accontenta di un solo set, al quale venivano cambiati i pannelli colorati, una telecamera a spalla, venti giorni di riprese e sette attori buttati in un gioco al massacro.
Il pubblico bene lo trova noioso e poco credibile. Il pubblico che s’accontenta, invece, lo giudica ricco di spunti e di sane riflessioni, persino sull’esistenza umana.
Che volete farci, apparteniamo al ghetto. A questo punto, meglio barricarci e difenderne i confini, dico io.
Se dentro al cubo ci fossero scorte alimentari e letti, cavolo, ci rimarrei, pur di sfuggire a ciò che c’è là fuori: la sconfinata stupidità dell’uomo (cit.).
Una stupidità che non ci è dato vedere, ma che tutti comprendiamo. Verso la quale, ahimé, restiamo indifferenti.
Poi, leggendo queste parole, continuate a dirmi che è noioso, Cube, se ci riuscite.

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Sette personaggi, dicevo. Ognuno di essi porta il nome di un carcere, ma non solo. A tutti, infatti, è stato associato un carattere in qualche modo corrispondente al relativo istituto. Ok, la faccenda comincia a farsi interessante. E non è, come potrebbe sembrare, solo una sega mentale degli spettatori o dei critici. È cosa voluta: Quentin per San Quintino (California), Holloway (Inghilterra), Kazan (Russia), Rennes (Francia), Alderson (Alderson, West Virginia), Leaven e Worth (Leavenworth, Kansas).
Quentin è un poliziotto brutale, come brutale è San Quintino. Kazan è autistico, dissociato, come disorganizzata e folle sembra essere la prigione omonima. Rennes è un carcere che ha fatto scuola per le moderne polizie penitenziarie, Holloway è una prigione femminile, e appare molto simile al personaggio Holloway, femminista convinta, sola, chiusa ai sentimenti, ma altruista; Alderson è una prigione dove l’isolamento è usato come punizione consueta. Leavenworth è gestita secondo uno severissimo regolamento interno, pari alle leggi matematiche usate dalla protagonista, e in più (la parte Worth) è stata costruita e viene amministrata da una corporazione [fonte IMDb].

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I personaggi si svegliano all’interno di questa struttura. Non si sa come vi sono arrivati (probabilmente rapiti), non si sa perché si trovano lì dentro, non sanno come fare a uscire e se esiste un’uscita. Bisogna provare a muoversi.
Il cubo è composto da diversi settori e ben presto si scopre che alcuni di questi contengono trappole letali.
Il punto di forza è la vaghezza, mantenuta costante, con cui Natali procede nello svelare a poco a poco, tassello dopo tassello, i dettagli utili dell’intreccio. Ne svela la parte essenziale, ad esempio il rapimento dei protagonisti, ma non lo scopo, in modo da lasciare aperto il ragionamento e, quel che è meglio, non mostra né con immagini, né attraverso i dialoghi, il modo in cui sono stati rapiti.
I personaggi ricordano scene di vita quotidiana, una cena solitaria, mettersi a studiare, etc, alle quali sono stati bruscamente strappati secondo modalità consuete ai rapimenti, persino quelli alieni, le abduction.
Insomma, ogni ipotesi è aperta e lasciata al ragionamento degli spettatori.
Gli unici dati certi sono che il Cubo esiste, che è colossale, che uccide e che se si è riusciti a entrare, esiste anche un sistema per uscire.

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Una delle parti più belle in assoluto arriva durante un dialogo, allorché si cominciano a scoprire i ruoli di ciascuno dei protagonisti. Gli ignoti costruttori del Cubo, per quanto ci si sforzi di ragionare, hanno creato questa macchina, che pare funzionare in modo autonomo, senza alcuno scopo. Essi non spiano i “concorrenti”; non sembra esserci un gioco a premi o una ricompensa che li attende al traguardo; non è una competizione. La natura del Cubo è la sua stessa esistenza. Dal momento che esiste, deve essere usato. Ovvero, devono essere posti al suo interno degli esseri umani. Questa può essere davvero una trasfigurazione del significato. Il Cubo diviene rappresentazione della vita, delle difficoltà quotidiane. Ma intenderlo così è fortemente riduttivo. Il Cubo, come altri oggetti la cui forma è già di per sé evocativa (il Monolito di 2001 – Odissea nello Spazio, la Sfera di M. Crichton) è struttura perfetta, arcana, che incute soggezione al semplice sguardo. Più che la vita in sé, appare come una monade, come fosse principio di incomunicabilità. Custode di una sapienza impenetrabile. E, cosa peggiore, dotato di esistenza autonoma. Esso continuerà a esistere a prescindere dagli esseri umani che, di volta in volta lo abiteranno, riempiendolo delle loro meschinità e delle loro allucinazioni.

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