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Codice Magnum (1986)

by Germano on 03/09/2011
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Schwarzenegger, per le generazioni che l’hanno visto già Governatore, sarà come Bogart. Se ne starà lì, ammiccante da foto d’epoca, a dichiarare che lui faceva l’attore; era un duro, come pochi, forse come nessun altro. Da queste parti è il numero uno, più di Stallone. Sì, di più. Ma il punto è che io vedo Bogart e sì, lo considero un figo, ma è talmente tanta la distanza che mi ha separato da lui che non lo capirò mai del tutto. I futuri blogger, sedicenti critici cinematografici, che non ci sono mica cresciuti con Arnold, non lo comprenderanno mai.
Come si può capire cosa rappresenta per un ragazzino vedere questo gigante muscoloso che spacca crani, maneggia armi automatiche e pronuncia battutone che talvolta neppure le capivi, ma che poi, da grande, non mancano di farti sghignazzare?
Ieri sera l’hanno ritrasmesso, Codice Magnum, o Raw Deal, titolo originale. Prodotto da De Laurentiis per metter su i quattrini che gli sarebbero serviti per girare Atto di Forza. Ma il film fu una fetecchia e De Laurentiis finì in bancarotta. Atto di Forza prese un’altra via. Arnold, come tutti, neppure lui è invincibile.
Però è lì che lo adori, col suo sigaro in bocca. Da giovane immigrato austriaco desideroso di sfondare nel mondo del cinema e fare i bei soldi, entra nell’ufficio di De Laurentiis e lo vede e lo chiama per ciò che era, un uomo minuscolo dietro una scrivania enorme. E le palle per farlo ce le ha avute lui solo.

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Qui fa lo sceriffo, fintosi morto, che aiuta un amico poliziotto che ha avuto il figlio ammazzato dalla malavita, a sterminare i mafiosi e ottenere così la vendetta.
Lo assaporate anche voi, no? Quel gusto spietato, la vendetta. Quella che nei cartoni animati di formazione è il male assoluto, che ti porta verso la perdizione. Tutti a fare il tifo per Luke Skywalker, avremmo preferito, anni dopo, le lusinghe del Lato Oscuro della Forza, e intanto spiavamo ammirati le prodezze di Arnold.
Si parlava di pubblicità in un commento di qualche giorno fa. Di come il messaggio elementare resti scolpito nella memoria, di contro a eccessi barocchi che non durano neanche il tempo di dormirci sopra. Di questo film resta scolpito il nome del protagonista. Il nome falso, perché è in incognito: Joseph P. Brenner. Il poliziotto gli chiede i documenti dopo averlo visto prendere parte a una rissa in un vicolo e gli domanda, “La P. sta per?”, e lui, di rimando: “Puttaniere”. Magie del doppiaggio che oggi ce le sognamo con malinconia.
Capelli tirati all’indietro, perché Joseph “Puttaniere” Brenner vuol passare per mafioso italiano. Completo gessato, bella vita e un’amante bionda con la quale non scopa perché è sposato e la moglie lo aspetta molto lontano.
E ad Arnold gli si perdona pure queste ingenuità. In realtà è sempre stata una scelta oculata. Nessuno l’ha mai visto, Schwarzenegger, a fare una scena di sesso. C’ha provato solo Milius, e gli è andata di lusso, forse perché accanto allo Zio c’era una ballerina (Sandahl Bergman) che col suo fisico statuario suppliva in dinamismo, laddove Arnold si limitava a storcere le labbra.

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Patrovita e Lamanski. Brenner è il tormentone di Lamanski. E svolge la sua missione accanto a un caratterista come Robert Davi. Lui sì nato per fare il cattivo al cinema, vestito di nero, faccia devastata coi buchi che riflettono la luce. Una volta si sarebbe detto vaiolo.
C’è il Quinto Emendamento, quello che ti consente di cavartela di fronte a una corte federale. Neppure sapevamo, noi ragazzini, cosa fosse la Costituzione americana, ma il Quinto Emendamento era una parola magica che ti faceva uscire dalla gabbia.
I mafiosi erano inattaccabili. La legge impotente. E Arnold e Sly, dall’altra parte, facevano a gara a chi fosse il più duro. C’era Brenner, ma soprattutto Commando, e Cobra e la legge che finiva dove cominciava lui.
La vestizione, come gli antichi cavalieri medievali, era punto di svolta obbligato. E anche qui in Codice Magnum ne abbiamo una a Denominazione d’Origine Protetta:

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E, lo sapevamo tutti, la vestizione preludeva allo scontro finale. Si maneggiavano armi col culto della Forza e l’aria sorniona dell’impunità, consci dell’assenza di Comitati di Salute Pubblica che avrebbero sbraitato, anni dopo, contro qualsiasi atto impuro mostrato al cinema o in tivvù. Cinema di potenza e società occidentale superba e tronfia d’orgoglio, dietro il fantomatico scudo stellare, che ci avrebbe protetti dalle atomiche di Madre Russia.

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Il mondo, nel 1986, era questo. Il cinema era questo, anche se i critici si ostinano tutt’ora a non capirlo. Era sfoggio di brutalità. Sparatorie orchestrate ad arte, con morti acrobatiche, spettacolari tanto quanto le armi utilizzate.
E c’erano i Rolling Stones. Voi ridete, ma vi assicuro che c’è gente che li ha conosciuti grazie a Schwarzenegger e a questa scena qua, epica e impareggiabile:

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Tre minuti e trentotto secondi e Arnold li ammazza tutti, concedendosi il lusso di una ferita di striscio che gli irrora il braccio di sangue. D’altronde è risaputo, non si può essere eroi se non ci si sporca di sangue almeno un po’.
Finale sadico, con Joe Regalbuto che incarna il traditore doppiogiochista. L’infame. Roba talmente schifosa, o così era fotografata, che gli avresti sputato in faccia pure tu, attraverso lo schermo. Grandissimo attore, ed eccezionale sconforto che gli si legge in faccia, quando Brenner gioca con lui nel classico schema gatto/topo, dandogli l’illusione della vittori, per poi schiacciarlo.
Morale? E chi ne ha bisogno, se al cinema c’è lui?

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