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Caccia a Ottobre Rosso (1990)

by Germano on 19/06/2011
Book and Negative
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“Ancora una volta, giochiamo una partita a scacchi con il nostro nemico di sempre: la Marina Americana.”
L’anno è il 2011, e la verità è che certe scene riescono ancora a emozionare. Il mondo era pericoloso, durante gli anni ’80 e ancora agli albori del decennio successivo? Sempre sull’orlo del conflitto tra le due superpotenze, l’ultimo, fatale, che avrebbe annientato tutto? Forse sì. E poi pericoloso lo è ancora adesso.
Ma una cosa è certa. Oggi ha minor fascino.
Io ci sono nato e anche cresciuto con la paura dell’Unione Sovietica. Immensa, alle porte dell’Asia che, chissà come, era tutta sotto il suo dominio. Sconfinate foreste e un nome, la Transiberiana, una ferrovia, ma una sorta di muraglia cinese, per dimostrare, col suo nome evocativo, la potenza di un popolo che, non sapevo perché, voleva male a tutto l’occidente.
Questo mi avevano insegnato e avevo letto dai libri e dai film, solo americani.
E la Guerra Atomica, che ci avrebbe lasciati in un mondo desertico, preda di bande di delinquenti motorizzati, io me la immaginavo giocata sugli schermi di qualche supercomputer che, indifferente e preciso, avrebbe simulato le traiettorie dei missili nucleari: scie blu per gli americani, rosse per i sovietici. Rosse, come quelle dei cattivi.
Caccia a Ottobre Rosso è, quindi, prima di tutto, un sogno. Ora come ora nostalgico, di un mondo elegante e diviso, almeno all’apparenza, che non c’è più.
Assurdo sentirne la mancanza. Ma questa serve a qualcosa: ad apprezzare questi film. Di parte certo, ma fantastici.
E poi, lo sapevo, i sommergibili del grande schermo mi mancavano. Quella senzazione di giocarsi tutto solo su calcoli, abilità e istinto del combattimento. Mi mancava il Professore di Vilnius, Marko Ramius, e il viso scozzese, ma così russo di Sean Connery.

***

Il suo parrucchino è costato ventimila dollari. Forse non è elegante dirlo. Ma è indice dell’accuratezza con la quale si realizzava un film all’epoca.
Non lo so, forse inganno me stesso, ma io Caccia a Ottobre Rosso, votato all’intrattenimento, all’avventura, all’azione e anche alla propaganda, non riesco a concepirlo girato oggi: dove l’ipocrisia dominante è fingere che tutto il vecchio mondo vada d’amore e d’accordo, mentre si pesta i piedi per l’unico fattore che ancora conta: il denaro.
Riuscite a vederlo voi, oggi, un comandante come Marko Ramius che cita la Bibbia e (false) poesie scritte da Cristoforo Colombo? Riuscite ancora a concepire, oggi, l’attaccamento alla patria che sfocia nel fanatismo e nel dolore del tradimento?
Se non ci riuscite vuol dire che avete più o meno la mia stessa età, e che quei mondi impossibili, fatti di schieramenti e colori, appartengono a un’infanzia magnifica.
Sean Connery in divisa nera, magnetico e terribile che, con mano ferma, stronca la vita dell’Ufficiale Politico di bordo chiamato, guardate un po’, Ivan PUTIN. Questa è lungimiranza, oppure un più prosaico culo. Ma è anche storia.
È storia la battuta di Ramius che ne accompagna la dipartita: “Là dove vado, tu non puoi venire.” Perché Ramius si sta preparando alla diserzione, lo sapete. A quello e a regalare agli Stati Uniti l’ultimo modello della scienza bellica di Madre Russia, l’Ottobre Rosso, un sottomarino a propulsione magneto-idrodinamica, che è invisibile ai sonar.

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Connery e Peter Firth sostengono che sul set, proprio mentre giravano la scena in questione, quella dell’omicidio di Putin, erano presenti, in qualità di ospiti, alti esponenti del governo sovietico (che si sarebbe sciolto nel Dicembre 1991). Relazioni amichevoli, dunque, al di là dei conflitti cinematografici. O forse il mondo stava già cambiando, diventando monotono. E la letteratura dello spionaggio, mutando la sua essenza nel commerciale più bieco, il markétting.
Connery stesso era poco convinto del ruolo, perché giudicato anacronistico, dato che L’URSS era in ginocchio.
Eppure, insieme a Scott Glenn (Mancuso) si recò su un sommergibile dove, dopo aver ricevuto temporaneamente i gradi di Comandante, e assistito da un Comandante vero, si preparò al ruolo con tutta l’autorità e il carisma che noi abbiamo potuto ammirare sullo schermo.
Ramius il Professore un po’ come il Capitano Ahab e Moby Dick. Ramius ne clona addirittura le battute, solo che Moby Dick è il suo Ottobre Rosso: pura potenza e superiorità tecnologica.

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Strano venire a sapere che il modellino del sommergibile non è mai entrato in acqua, e che quelle scene sottomarine sono frutto di sapienti effetti visivi. Ancor più strano venire a conoscenza del fatto che le riprese sulla superficie del mare vennero girate nei pressi del porto di Los Angeles, in una giornata di sole, poi resa cupa da qualche ritocco.
Ciò non toglie che, a cominciare dalla potente colonna sonora di Basil Poledouris, si capisce fin dall’inizio di avere a che fare con un film che fa dell’epica dei suoi anni, il suo marchio: ridondante e di parte. Ma a noi piace così. Ci godiamo a vedere uniformi e bandiere rosse e a stelle e strisce che si sfiorano impaurite le une dalle altre, che si sfottono senza pietà e con poco gusto, ma che sotto sotto si rispettano o, se non altro, non si sottovalutano.
Momento lirico quando, in un picco di esaltazione patriottica, l’equipaggio dell’Ottobre Rosso, in procinto di dileggiare le difese statunitensi, canta l’inno russo che solo interrompe il silenzio dei motori del sottomarino e che viene udito, allucinazione onirica, dall’addetto al sonar del Dallas, sommergibile del Comandante Mancuso. Jones, quello dall’orecchio finissimo che dà la caccia alle anomalie sismiche, convinto di stare inseguendo il vero Nemico.

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Alec Baldwin magro, James Earl Jones imponente Segretario della Difesa, Sam Neill Vice Comandante e tutta una serie di comprimari di lusso che, a metterli insieme oggi sullo stesso set, verrebbero a costare una follia. Tutti agli ordini di McTiernan che confeziona un film di guerra spassoso come pochi che dà il suo meglio nelle sequenze di combattimento sott’acqua, tra siluri ingannati da falsi bersagli e dalla superiore abilità di Ramius che, in una scena sbruffona come poche, corre con l’Ottobre Rosso contro il siluro, per accorciare la distanza e impedirgli di armarsi e che, mentre il sonar impazza sul ponte, si permette anche il lusso di criticare il lavoro di analista e scrittore di Jack Ryan, sicuro dei propri mezzi e della propria abilità di stratega.
Caccia a Ottobre Rosso ha la forza di un classico. Ancor più oggi, visto che il tempo l’ha relegato in una dimensione di sogno. Storica, è vero, ma ricca di suggestioni come poche altre.

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