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Bubba Ho-Tep (2002)

by Germano on 02/05/2011
Book and Negative
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Invecchierò, come tutti. E finirò in una casa di riposo. Quando accadrà, spero di poter dividere la stanza con Bruce Campbell, o Don Coscarelli. O con qualcuno convinto di essere uno dei due, o magari tutti e due. E che, nell’ala femminile dell’istituto, ci sia Zooey o chi per lei; in modo che, se una mummia putrefatta minacci la sua anima, io possa accorrere in aiuto, e salvarla.
A quel punto, tra qualche decennio, sarò diventato qualcuno, oppure niente. Ma c’è anche il caso che sia fuggito da me stesso, e che, al posto del vero Hell, abbia deciso di far spazio a un sostituto che lo impersoni…
La verità è che certi film ti fanno tornare bambino, sognare e diventare malinconico. Persino un b-movie come questo Bubba Ho-Tep, di Don Coscarelli.
Arrivo anche al punto di ammettere che, per farlo, per scrivere una cosa così, non sia necessario neppure essere statunitense.
È vero, esserlo vuol dire esser cresciuto all’ombra di tre icone pesanti: Elvis, il Presidente Kennedy e Marilyn.
L’intera triade è presente in quest’opera e nell’omonimo scritto di Joe R. Lansdale (che ha collaborato alla sceneggiatura) dal quale è tratta.
Figure istantanee, le nomini e le conosci, o le riconosci. Ma qui si tratta di vecchiaia, inutile e stolta, di immaginazione febbrile, forse di pazzia, e di creature che dimorano in quella dimensione, il fantastico, che si ostinano a volerci togliere.
Ragion per cui, trovatevi il vostro compagno di stanza all’ospizio e sì, anche voi, italianissimi, riuscirete a vivere l’avventura. A essere quegli eroi che, per tutta la vita, avete finto di essere.

***

Bruce Campbell truccato da Elvis, vecchio e ciccione, che si affatica a evacuare in una pala di metallo e si lamenta di una pustola sul pene che, pian piano, si sta putrefacendo. Jack (Ossie Davies), nero che dice di essere Kennedy, proprio quel Kennedy, al quale i nemici politici hanno strappato un pezzo di cervello e che gli hanno cambiato connotati e colore della pelle. Una mummia incazzata proveniente dall’Egitto, in tour mondiale di musei, che uscita dal proprio sarcofago, in stivali e cappello da cowboy, si nutre, succhiandole da ogni orifizio, delle anime dei vecchi di un ospizio.
E scarafaggi enormi uccisi con forchette, figlie ingrate e infermiere sexy. E, su tutto, l’ombra del Re, Presley, evocato e mostrato, ma che non riusciamo a sentire. Neppure una canzone, questione di diritti troppo cari. E il budget a disposizione era esiguo: solo 500.000 dollari.
Eppure i set sono fantastici, la scenografia curata quanto basta, le riprese e la fotografia fanno impallidire una qualunque delle scadenti fiction di casa nostra. E Bruce Campbell con parrucca e occhiali che, in quanto Elvis, riesce persino credibile.

***

Il punto, se ce n’è uno, è che per mettere su un baraccone del genere, ci vogliono le palle. E sì che tutti i soggetti di questa messinscena potevano contare su un bacino di pubblico inarrendevole e adorante, da sempre, ma comunque trattavasi di operazione rischiosa.
Provateci voi a scrivere una storia così e a risultare graditi. Non è da tutti.
E, va bene, trattasi di b-movie. Definizione, questa, che, ancora una volta, sta sempre più stretta e non significa un cazzo.
Perché in questo film si può vedere Elvis e JFK che mangiano Baby Ruth e discorrono allegramente di mummie assassine. Si cita Polanski, allorché spuntano geroglifici nel cesso, un bel cesso pulito dove uno spirito inquieto, come tute le creature di questo mondo, possa andare a cagare.
E non è volgarità gratuita, la mia, ma soddisfazione nel constatare come, finalmente, uno degli elementi più detestati del fantastico, la questione delle anime e dei poteri che da esse derivano, sia stata affrontata e risolta con una spiegazione sì escatologica, ma totalizzante. Talmente tanto che nessuno più potrà permettersi si sottovalutare la questione.
Così che, quando Elvis/Bruce pone la legittima domanda: “Ma che ci va a fare una mummia assassina in un cesso?”; la riposta di JFK sia di quelle folgoranti: “Come tutte le creature, deve espellere ciò di cui si nutre”.
In sostanza, le anime divorate, che provvedono alla mummia il nutrimento di cui abbisogna per sostenersi magicamente, vengono assorbite, digerite e infine espulse. E diventano niente.

***

E la mummia è grandiosa, quel Bubba Ho-Tep che prima invia scarabei enormi a disturbare il sonno di vecchietti e vecchiette e che poi si permette di scrivere sulla porta del cesso ciò che, al tempo dei faraoni, chiunque altro avrebbe scritto: Cleopatra è una porca.
Ok, questa è parodia, ma è anche buon cinema, almeno per quelli che tra voi non hanno il palato fine, o che vedono al di là della presunta volgarità di certe situazioni. O, peggio ancora, della loro gratuità e intenzionalità.
E allora, l’infermiera ammiccante che ancheggia, la figlia troia e ingrata che abbandona il padre malandato a marcire nel suo letto per tre anni, sono figure consuete. Familiari persino a me, che di ospedali e di Elvis non me ne intendo molto.
Impagabili i tormenti del Re del Rock, agonizzante in un letto, con piaghe purulente sull’uccello, che, di fronte a una minaccia folle, ma reale, decide, per la prima volta, di non fuggire dalla vita, ma di combattere per la salvezza dell’anima. Sua e di tutti gli ospiti della casa di riposo.
Per farlo, in compagnia di JFK che magnifica le virtù sessuali di Marilyn con un semplice “Wow!” che vale più di diecimila dialoghi sconci e inutili, utilizzano spruzzatori di fertilizzanti caricati a benzina e sedie a rotelle motorizzate, come i veri supereroi.
Questa sembra epica e commedia, mascherate da trash-movie (i geroglifici celesti dell’ultima sequenza e la mummia). O, se non proprio epica, qualcosa che si diverte a passarle accanto, molto, molto vicino. E con gran gusto e divertimento.

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