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Brood – La Covata malefica (1979)

by Germano on 08/01/2011
Book and Negative
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Io Cronenberg già lo adoravo. Ieri, dopo aver rivisto The Brood, del 1979, lo venero.
A pensarci, non so come, ma tento sempre di ispirarmi a lui, quando narro delle storie. Stando bene attento a saltare i passaggi esplicativi diretti, che alcuni ritengono fondamentali, per fare in modo che il significato trasudi dalle immagini.
E ho scoperto che, come Cronenberg, nei miei scritti c’è molto più di me, di quanto sia disposto ad ammettere.
A parte la passione per la carne. Veicolo divino. Quella è tutta sua. Ancora.
The Brood nasce da un divorzio. Uno vero. Quello di Cronenberg da Margaret Hindson, e dalla disputa per la custodia della prole. Divorzio avvenuto nel ’77.
Due anni dopo, il regista decise di fornire alla co-protagonista di questo film, Nola Carveth (Samantha Eggart), tratti fin troppo familiari. Una sorta di psicoterapia indotta. O di esorcismo. I cui echi terribili andavano ancora di moda.
Così, egli si trova a dirigere sua moglie, che odia, e a conferirle doni oscuri.
Già solo per questo, The Brood trascende la mera opera cinematografica, per divenire un pezzo unico. Arte.
Poi, c’è da aggiungere che è una storia fantastica, horror, che spaventa perché scava non solo nella personalità di ciascuno di noi, proponendo situazioni di conflitto fin troppo familiari, ma si diverte a inscenare le peggiori paure dell’infanzia. Una tra tutte, quella che sotto il nostro letto, da bambini, si celassero mostri.

***

Psicoplasmìa

Frank Carveth (Art Hindle) è il protagonista. Sta divorziando dalla moglie Nola, nel frattempo ricoverata in una struttura privata per la psicoterapia. Candice, la loro figlioletta, che va ancora all’asilo, è in affidamento condiviso. Frank l’accompagna a far visita alla madre ogni fine settimana.
La clinica, in montagna, nel mezzo di un bosco, è gestita dal Dott. Raglan (Oliver Reed), uno psichiatra che ha fondato un nuovo tipo di terapia definita psicoplasmìa. Probabilmente attraverso l’ausilio di ipnosi o di tecniche affini di suggestione, Raglan offre dimostrazioni pubbliche della sua disciplina, nelle quali, di volta in volta, egli impersona l’elemento conflittuale del paziente con cui si trova ad affrontare la seduta: tale elemento può essere un padre malvagio, una madre assente, in breve, il fardello da cui trae origine il conflitto interiore del soggetto.
La particolarità della psicoplasmìa è quella di indurre l’individuo a somatizzare il disagio psichico, di fatto espellendolo attraverso il corpo.
Durante una di queste sedute, uno dei pazienti di Raglan, affrontando il demone di suo padre, si riempie di ferite sanguinanti, traendone, però, un netto giovamento dal punto di vista dell’equilibrio mentale.
Anche Nola è sottoposta alla psicoplasmìa.
Non manca chi ritiene Raglan un ciarlatano, e le sue pubbliche dimostrazioni degli elaborati giochi di prestigio. E persino chi lo accusa di esser stato la causa dell’insorgere di un tumore al sistema linfatico, vista la particolare natura della disciplina, di aver fatto rivoltare il corpo contro il paziente ammalato, attraverso il cancro.

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Anni ’70

Questo il quadro in cui si muove Frank che, dal suo canto, ha problemi più immediati. Dei lividi scoperti sul corpo della piccola Candice, lo inducono a intentare una causa verso la moglie Nola per ottenere la piena custodia della bambina.
Non fosse per la parentesi psicoplasmica, e per il suo titolo arcano, La Covata, questo film sembrerebbe il tipico dramma borghese. E sarebbe stato comunque ottimo anche solo come dramma.
Non banale, né sdolcinato nella sua messinscena. Ma freddo e analitico.
Non siamo ancora negli anni ’80. E si vede. Perché chi rammenta l’atmosfera laccata e fluo del decennio successivo, non può fare a meno di notare il tipico affresco del periodo precedente. Sciarpe, maglioni, cappotti scamosciati e acconciature, tutto sommato, non prive di una certa dignità ed eleganza. Un minimalismo in plastica sì colorata, ma ancora discreto. Privo dell’eccesso che accompagnò la diffusione della tv a colori.
Attori contenuti, su tutti Oliver Reed. Davvero superbo.
Non che qualcuno, nel cast, abbia avuto un ruolo che lo facesse spiccare sugli altri, sia ben chiaro.
L’essenziale è la storia, costruita attraverso l’incastro, gli indizi disseminati in modo non appariscente, e le deduzioni dello spettatore attento.
Solo se fate attenzione, scoprite che tutto, anche le cose più assurde, e se ne vedranno di incredibili, sono perfettamente collocate, persino giustificate, nel quadro della finzione scenica.

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Carne

Tornando alla storia. Qualcuno, in questo problematico quadro di vita familiare, inizia a uccidere. Omicidi tanto efferati, quanto selettivi e sistematici, anche se privi di senso.
Una polizia fin troppo disponibile e comprensiva verso il protagonista Frank, forse, è l’unico dettaglio stonato. Ma si supera con facilità, grazie anche alla scena dell’autopsia. Che rammenta i falsi filmati di Roswell, ma che affascina perché, in quel momento, si inizia a dubitare di avere a che fare con un prodotto fuori dal comune e si tenta di collegare, come in un rebus piuttosto complesso, la clinica psichiatrica con gli omicidi e con le curiose creature che hanno fatto la loro comparsa rievocando, come detto all’inizio, paure ataviche.
Una delle protagoniste femminili ricorda Mia Farrow in Rosemary’s Baby. I bambini, imbacuccati per l’inverno, nei loro giubbotti colori pastello, sembra di rivederli nel recentissimo Lasciami entrare. Ma non ci sono vampiri, qui, né demoni. Né tantomeno alieni di sorta.
C’è, come sempre, la visione di Cronenberg. Una visione concreta, che fa corrispondere, fino all’identificazione, la psiche con la carne.
Mente e corpo, per lui, sono una cosa sola. Ed è bello che sia così.
Alla fine, non si sente la mancanza di spiegoni per chiarire questo o quell’altro aspetto. Si può anche propendere per la messinscena simbolica, tipica del teatro dell’assurdo, nella quale si assiste a scene interpretate da attori in carne e ossa, ma che in realtà sono astrazioni; oppure, starsene invaghiti a godere di questo spettacolo elegante e osceno.

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