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Blu Profondo (1999)

by Germano on 28/06/2011
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Alla metà degli Anni Novanta, i film che sarebbero stati prodotti nel 1999 erano considerati importanti. L’anno dopo, nel Duemila, il mondo sarebbe finito. Per cui, questi in teoria sarebbero stati gli ultimi a cullare la nostra fantasia, in attesa dell’onda d’urto dell’asteroide appena precipitato
Ora siamo qui, dodici anni dopo, la vita continua. E ci restano i ricordi.
Dunque, mi ero diplomato (maturità scientifica) da quattro anni, ed ero ancora lontano dalla laurea. Viaggiavo, tra casa e università e sperperavo i soldi in libri e in film, soprattutto. Internet e le mie infinite chiacchiere sul cinema, di là da venire.
Blu Profondo (Deep Blue Sea) lo acquistai in VHS. Sulla parola, perché di certo non avrei speso altri soldi per leggere ciò che su di esso diceva, che so, il recensore di qualche rivista da edicola, per intenderci.
Era un film sugli squali. Per di più cattivi e voraci. E io sono tra quei fortunati bambini venuti su con la musica di Bruce e la paura di andare al mare sul materassino giallo. Perché lui, quel bastardo di gomma era lì sotto, di certo, in agguato, pronto a sbranarmi.
E poi c’era la questione del progresso tecnologico, gli effetti speciali migliorati, e la nostalgia di fondo per questi bestioni famelici. Razza Mako, stavolta, non Grandi Bianchi. Vabbé, non si poteva avere tutto.
Eppure, i trailer li avevo visti alla tivvù, che ci faceva uno squalo, in un corridoio pieno d’acqua, a inseguire un cuoco con un pappagallo da pirata sulla schiena?

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E così, con questa domanda in testa, che ci si accinge a guardare questo film. Ora come allora. Tutte le volte, anche conoscendolo dall’inizio alla fine, ti viene in testa quella sequenza lì, la più folle che mente umana abbia mai concepito, lo squalo che si muove in un corridoio semi-sommerso di quella che, adesso lo sappiamo, è una stazione sottomarina, una specie di Fortezza delle Scienze, dove una dottoressa frigida ma caruccia vìola ogni convenzione morale e norma bioetica, pompando il cervello degli squali fino a quadruplicarne le dimensioni per: estrarre il liquido e curare le malattie degenerative del cervello.
Curare le malattie degenerative del cervello, curare le malattie degenerative del cervello… lo ripete come un mantra, Va tutto a scatafascio, gli squali, la ricerca, la base, il suo lavoro, ma lei ha solo una cosa in mente: curare le malattie degenerative del cervello.
E adesso, appresa la natura e lo scopo del film, vediamo Samuel Jackson che scende dall’elicottero e fa il miliardario cazzuto e avventuriero, notiamo la targa di metallo che sporge dalla bocca dello squalo tigre, inside joke di un certo livello, guardiamo le ombre sinuose ed enormi che si muovono sotto il pelo dell’acqua, quelle dei Mako, e sappiamo perché ameremo questo film alla follia. Contro ogni critica, contro ogni verosimiglianza, contro tutti. Contro.

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Perché le trovate di questo film sono geniali e divertenti. E, se lo si lascia scorrere, incidente dopo incidente, Mako dopo Mako, battuta dopo battuta, appassiona come pochi altri.
Perché ogni bizzarria della trama era concessa; il set riempito d’acqua per davvero, tra pentole, scaffali di metallo e detriti vari.
L’epopea ittico-culinaria di LL Cool J, da sola, vale il fastidio di questa visione d’altri tempi.
I duetti col pappagallo, Piattola, che lo chiama coglione a più riprese, il classico, tenero animaletto domestico che bestemmia e, non plus ultra, il “cuoco cotto nel suo forno”; forno dove il suddetto cuoco ha trovato scampo, mentre un Mako dalle dimensioni variabili, a dire il vero, che in CGI sembra enorme, anche se la metà rispetto alla mammina, e che quando è un modellino è grande quando un alano, lo assalta non riuscendo a sfondare un semplice vetro quando, pochi minuti prima è riuscito a far saltare una porta pressurizzata. E ok, sono follie divertenti, e ci può pure stare.
D’altronde, una morte che si compie con uno Zippo lanciato per vendetta mentre l’ambiente, o quel che ne rimane, è saturo di gas, è visibilio. Basta questo.

***

Ma non solo: c’è Samuel L. Jackson. Il miliardario. Che pare stia recitando ogni volta Ezechiele 25:17.
E infatti lo vediamo padrone della situazione. Freddo e impassibile, nella muta da sub, conquista il gruppo e arringa i superstiti. Lui li porterà fuori di lì, dalla Fortezza delle Scienze, dove si mescolano i quattro elementi. Ed ecco che alle sue spalle spunta Jen 1, la mamma, enorme e famelica, che se lo pappa in un boccone.
E sparisce così, in un tripudio, un personaggio che si credeva vitale, ma che di vitale aveva ben poco.
Alla fine, pensando al film, a possibili contenuti reconditi, sotto-testi nascosti nei fotogrammi, potrebbe sembrare una gigantesca satira, un monito contro la sperimentazione, un contrappasso che colpisce gli scienziati prometei, che rubano il segreto dell’intelligenza e ne vengono divorati.
E invece, ecco che magicamente, tutta la serie di morti impietose, una dopo l’altra, e le efferatezze assortite non sono altro che punizione per sé stessi, per i personaggi, per cominciare, uccisi uno dopo l’altro, in ordine di antipatia e inutilità crescente.
I fighi che non si danno le arie e quelli simpatici sopravvivono. Gli stronzi e gli antipatici no. E in più, vi si spiega anche la Teoria della Relatività.
Nature is a bitch, quindi. E il regista, Renny Harlin, che s’è salvato in un cameo andandosene dal laboratorio quando era ancora in tempo, ha esercitato la selezione naturale (quella dei raccomandati).
In fondo, non sono squali, quelli che vedete, ma satira sociale inversa e ingiusta.
Oppure e solo un film che fa sganasciare. Può andare anche così.

Quest’articolo è dedicato a Lucia

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