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Atto di Forza – Total Recall (1990)

by Germano on 31/03/2010
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Un film sulla linea di confine dell’estate del 1990. Girato nella calura di quella bolgia di umanità che era e che è Città del Messico, ma che può, a ragione, dirsi terra arcaica e misteriosa, con annesso tutto il fascino selvaggio dell’Ultima Frontiera; in questo senso paragonabile ai desolati paesaggi rossi marziani qui magistralmente rievocati, anche se filtrati da cupole gigantesche, in perfetto stile cyberpunk.
D’accordo. Non lo dovete neanche dire. Non vengo qui a raccontarvi la favoletta di un film incompreso che da me è considerato un cazzo di capolavoro. Non considero Total Recall un capolavoro, sia chiaro. Troppe furono, a suo tempo, le licenze concesse ad Arnold Schwarzenegger; a quell’epoca, ormai, vincitore assoluto della contesa su chi fosse il più duro del cinema, che più e più volte si ritaglia compiaciuto, attraverso battutine, azioni brillanti trasudanti figaggine a tutto spiano, la sagoma dell’Eroe tosto e senza paura che ride in faccia ai nemici che gli sparano addosso. Lo sappiamo, Arnold uccide tutti e, a stento, quando i nemici usano un bazooka o un cannone vulcan, viene ferito di striscio.
Qui, d’altronde, egli pur rimanendo nell’ombra, perché al tempo queste cose non si sapevano, fu la vera anima del film. Propositivo, attivo, parlava coi produttori [Mario Kassar] e risolveva problemi di marketing e pubblicitari. Insomma, il caro Arnold… faceva tutto lui. Si faceva anche Sharon Stone, ma solo nel film, purtroppo per lui…
E poi, scusate se è poco, ma solo LUI e lo sceneggiatore Ronald Shusett rimasero indenni da una tremenda intossicazione alimentare [il cibo messicano] che devastò tutta la troupe. Un duro anche nel mondo reale.

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Effetto Reale

E, parlando di realtà, “Total Recall” è uno dei primi tentativi riusciti, eccessi permettendo, di rappresentare la contaminazione e relativa confusione tra virtuale e reale.
Tratto, come sempre, da un racconto di Philip K. Dick, pittorescamente intitolato “We Can Remember It For You Wholesale”, il film narra le gesta epiche [e trattandosi di Schwarzy, “epiche” è dovuto] di Douglas Quaid, operaio, un tizio che ancora nel 2084 lavora con il martello pneumatico, un tipo sicuramente non troppo brillante, ma che subito ci spiazza perché è sposato ad una bellissima Sharon Stone (Lori), colta qui a trentadue anni, ovvero nella sua apoteosi. Doug ha degli incubi ricorrenti riguardanti il Pianeta Marte e una cospirazione della quale lui fa parte. Cosa abbastanza strana per un semplice operaio.
Mentre, da buon pendolare, Doug viaggia sul metro, una pubblicità di una ditta chiamata “ReKall”, specializzata nel vendere ricordi di viaggi fittizi, gli offre la chance di recarsi, sia pure virtualmente, su Marte. Così, per togliersi lo sfizio.
Alla ReKall, dove il viscido direttore tiene a precisare che: “Ormai, viaggiare con lo Shuttle è troppo pericoloso”, però, qualcosa va storto. La mente di Doug pare essere già stata manipolata da qualcun’altro con lo scopo di riprogrammare la sua esistenza. Ora Douglas sa di essere davvero un agente speciale, al centro di una cospirazione interplanetaria tesa a coprire un incredibile segreto su Marte. Segreto che spetta a Douglas portare alla luce, insieme alla sua indentità perduta.

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Linea di Confine

Paul Veroheven, fresco reduce dall’interplanetario [anche questo] successo di “RoboCop” (1987), dà vita a questo scenario fantascientifico, condito, com’è sua abitudine, da effettacci grandguignoleschi, tutto teso a magnificare LUI, l’eroe, ma che non manca di trovate e di guizzi creativi degni di nota.
Come ho detto, fu girato a Città del Messico. La metropolitana che possiamo ammirare, munita di body-scanner, è reale [eccetto il body-scanner], così come la piazza coi cartelloni pubblicitari della Fuji Film e della Coca Cola e gli splendidi scenari così architettonicamente futuristici che è possibile scorgere in brevi carrellate. La restante parte della storia venne girata in studio, o ricorrendo ai modellini per rievocare le distese desertiche marziane.
Il film è al confine tra due epoche, utilizza ancora la tecnologia “animatronics”, affidata all’ottimo Rob Bottin [sua l’animazione di Kuato, il leader mutante della Resistenza su Marte], implementandola, dove occorreva, oppure alternandola all’impiego di ottima CG. Considerando il contesto e l’epoca, un piccolo gioiello.

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Curiosità

# Originariamente doveva essere diretto da David Cronenberg.

# Il tassista robotico fu creato sulle sembianze dell’attore Robert Picardo, futuro medico olografico in “Star Trek: Voyager”.

# Dino de Laurentiis, prima che la sua casa di produzione finisse in bancarotta, voleva Patrick Swayze per la parte di Quaid. Fu Schwarzenegger, innamoratosi della storia e del personaggio, a convincere Mario Kassar, l’attuale produttore, a comprare i diritti e a produrre il film.

# La ricostruzione dei panorami di Marte fu basata su fotografie della Nasa.

# Il film è un bagno di sangue: il body count arriva a 77.

# Incredibile, ma vero, Kuato, il mutante meccanico creato e mosso da Rob Bottin, risultò talmente verosimile che si sparse la voce, per un certo periodo, che l’attore che lo interpretava avesse sul serio quell’aspetto, frutto, si diceva, di un disastroso parto gemellare.

# Sharon Stone non fece uso di controfigure nelle scene d’azione. La vediamo sul serio capace di notevoli acrobazie. *sbav* ^^

# Il design del ciclopico impianto sotterraneo marziano di origine aliena, capace di donare al pianeta la sua atmosfera nel finale del film, fu concepito basandosi su quello di una vera centrale nucleare.

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I protagonisti

Cast stellare che, oltre a Arnold Schwarzenegger e Sharon Stone, includeva Michael Ironside (Richter), Ronny Cox [il grandissimo Dick Jones in Robocop] qui nel ruolo del cattivone Vilos Cohaagen, colui che dispensa l’aria su Marte, Marshall Bell (George, ma anche il mostriciattolo Kuato).
Cohaagen è un cattivo d’altri tempi, ridondante, eccessivo, stupido e vendicativo. In poche parole: stupendo. Notevole anche il personaggio di Lori (Stone) che, in quanto a pura cattiveria, è seconda solo a Cohaagen.
In più, una galleria di personaggi minori, i cosiddetti “freaks” dei quali Kuato fa parte, ovvero, i primi coloni terrestri su Marte deturpati a causa dell’esposizione ai raggi solari non filtrati. Costoro forniscono un motivo interessante e di notevole potenzialità, colpevolmente non sviluppato dalla regia. Indimenticabile, oltre a Kuato, la prostituta con tre mammelle.

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Effetto Virtuale

Davvero appassionante il discorso sulla realtà virtuale. Nove anni prima dell’avvento di Neo, Trinity e compagnia bella, in “Total Recall” si dissertava, con dovizia di particolari, sul concetto stesso di “reale”. La realtà esiste così come noi la percepiamo. Ciò che influisce sui nostri sensi è, per noi, la realtà.
I ricordi impiantati alla ReKall sono, di fatto, reali quanto le nostre vere esperienze, a conti fatti, in nessun modo distinguibili gli uni dagli altri.
Un aspetto intrigante del film, che passa del tutto in secondo piano a causa del protagonismo con il quale Arnold, abbiamo visto, firmava le sue partecipazioni, è che il regista, Paul Veroheven, indugia a più riprese sulla possibilità che la storia sia, in fondo in fondo, solo un sogno proiettato dalla Rekall.
Impagabile la scena che vede il Dott. Edgemar (Roy Brocksmith) raggiungere inspiegabilmente Quaid (Schwarzenegger) nella sua stanza d’albergo su Marte ed esporre a quest’ultimo l’eventualità che ciò che egli sta vivendo non sia reale. Come Morpheus in Matrix egli è lì per consegnare al dormiente la pillola rossa, per riportarlo al mondo reale. Uccidere il suo avatar, la sua proiezione, così come Douglas fa, non fa altro che rendere “reali” tutte le previsioni enunciate dal dottore: Douglas scoprirà di essere in combutta con Cohaagen, di essere l’eroe della resistenza e che i suoi sogni su una civilizzazione aliena di Marte sono reali, così come predetto da Edgemar.
Sicuramente il film è molto più complesso e il finale molto più sospeso di quanto appaia. E ricchissimo di potenzialità inespresse.

Approfondimenti:
Scheda del Film su IMDb

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