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Attack of the Giant Leeches (1959)

by Germano on 11/10/2010
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È l’ottobre del ’59. Autunno, quindi, non estate come molti pensano. Magari un ottobre mite, piacevole, che può suscitare in voi quell’istinto cavalleresco che vi spingerà a togliervi la giacca e a posarla sulle esili spalle della vostra compagna infreddolita.
Oppure siete al drive-in, avete parcheggiato, sistemato il diffusore accanto al finestrino e ve ne restate abbracciati. E del film non ve ne importa davvero.
Quel che più conta è lì, di fianco a voi. Sullo sfondo scorrono immagini in bianco e nero, male illuminate, male recitate. E voi sperate che la coppia di attori sullo schermo panoramico se ne vada in qualche posticino tranquillo, si sdrai su un lenzuolo sistemato alla meglio sopra un prato al chiaro di luna e condivida momenti di intimità.
Le vostre dita alle prese con i sempre più complicati gancetti del reggiseno e nel frattempo, le urla di qualche scream queen che ha incontrato, abbastanza presto, pensate, il mostro che è cagione del film.

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ATTACK!

Un film breve, se rapportato agli standard odierni, di circa un’ora. Attack of the Giant Leeches, letteralmente “L’Attacco delle Sanguisughe Giganti”, prodotto da Roger Corman e diretto da Bernard L. Kowalski, è figlio di molte paure.
È, soprattutto, esemplare di tutta una serie di film che prevedevano “attachi di” una qualche creatura creata per volontà o per errore, per incuria, per arroganza o semplice frutto del caso e sfuggita al controllo dell’uomo, ora più orgoglioso che mai, mentre indossa gli occhiali che lo proteggono dai lampi delle esplosioni atomiche.
Filosofia di rimando, d’accatto, senso di pessimismo unito alla meraviglia. Angoscia per quel senso di indeterminazione per il futuro. È possibile, in effetti, al di là del mostro di gomma e cartapesta di turno, valorizzato o meno a seconda del direttore della fotografia, a volte in gamba, a volte no, vedere col senno di poi esili tracce di tutti questi significati reconditi, nascosti ben bene in una trama messa su alla meno peggio che sfoggia come maggior attrattiva, per l’appunto, da drive-in, una playmate dello stesso anno, neanche sfruttata a dovere, quasi a voler far credere che è stata scelta per la sua bravura in un ruolo di protagonista secondaria e che la cosa veramente importante del film sia la sua morale di fondo.

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Nerd d’Antiquariato

Perché il vero protagonista di questi film è il mostro. Lo è anche adesso. Creatura aliena che l’ambizione del cinema dell’epoca pretendeva di rappresentare degnamente e quasi sempre si infrangeva contro gli scogli insuperabili dei limiti tecnici. La sanguisuga, anzi le sanguisughe: che infestano i laghetti intorno a un piccolo villaggio che vive di pettegolezzi e adultéri consumati proprio su quelle stesse sponde.
Ok, l’idea è risibile, specie se rapportata alla realizzazione. Sub mascherati con dei sacchi della spazzatura chiamate tute o costumi, sui quali sono stati sistemati una coppia di occhi da rospo, delle ventose con le quali abbrancare le vittime e una bocca per, ovviamente, dissanguarle a morte.
Si muovono producendo un rumore che ricorda quello, filtrato, delle pale di un elicottero. Credetemi.
A cinquantun’anni di distanza si ride e si è tranquilli. Ogni tentativo di sopresa ai danni dello spettatore, di farlo sobbalzare sulla poltrona, è andato a farsi benedire.
E poi, la musica, che cambia e diviene inquietante, o almeno queste erano le intenzioni, ogni volta che il mostro appare. Questo produce un duplice effetto, la malinconia per un modo di fare cinema che non c’è più, ma che per fortuna sopravvive nei numerosi reperti, a partire dallo stesso film e tutti i gadget che questo frammento dell’immaginario collettivo è stato in grado di produrre, e un senso di sicurezza perché è facile e scontato pensare che, anche qualora vi sembra di intravedere strani movimenti alle spalle degli attori, qualcosa che abbia turbato la superficie del lago, lo sapete benissimo che non è il mostro che sta per tendere un agguato. Perché manca la musica adatta. Un girone dantesco per nerd d’antiquariato.
E, a proposito d’antiquariato, “Attack of the Giant Leeches” sembra essere rientrato nella avara Lista di Film di Pubblico Dominio, ovvero liberi dai diritti d’autore nei territori degli Stati Uniti. È reperibile persino su YouTube.

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Scream Queens

Causa di queste gigantesche sanguisughe si suppone possano essere i lanci sperimentali della vicina base di Cape Canaveral. Detto proprio a chiare lettere. Nel ’59 i dubbi li manifestavano direttamente e facendo i nomi.
Ovviamente nessuno tra il pubblico avrebbe creduto alla storia delle sanguisughe. O forse sì? Dopotutto c’è ancora chi crede al bigfoot.
Yvette Vickers, già ammirata in “Attack of the 50 foot Woman” (1958), condivide la scena con un’altra scream queen, Jan Sheppard. La prima è Liz Walker, ma è anche, nella realtà, la playmate immortalata proprio nel ’59 nel centerfold del numero di luglio di Playboy. La seconda è Nan Grayson, fidanzata del vicesceriffo Steve Benton, interpretato da Ken Clark. Entrambe sono interessanti perché contrapposte e, in qualche modo, archetipiche di certe figure femminili del cinema.
Liz Walker doveva suscitare scandalo, tanto più grande a ogni centimetro di pelle in più mostrato. Il suo personaggio rispecchia quel tipo di donna finto-aggressiva, predatrice che sfugge all’autorità patriarcale del compagno, di solito molto più brutto di lei. Fuma, beve, dà in escandescenze e vive il suo matrimonio liberamente. I suoi numerosi flirt la rendono vittima designata delle sanguisughe, anche se io non ci vedo alcun contrappasso moralistico-misogino in questa scelta registica.
Da regista, credo, quando hai a che fare con una donna tanto bella che, pur recitando da cani, sfonda lo schermo, il minimo che si possa fare è farle recitare scene fastidiose, alle prese con laghetti freddi, subacquei travestiti da blatte enormi e, alla fine, farle succhiare il sangue senza cannuccia. Il tutto per le interessanti geometrie che ella riesce a creare.
Nan Grayson è la scream queen classica, direi arcaica. Ben vestita, formale, coperta di tutto punto. È la tipa che, sentito un urlo in lontananza, è cosciente di dover stare lontano dal pericolo proprio in quanto donna e, docile, su richiesta del macho vicesceriffo, si chiude all’interno di un furgone, proprio per starsene al riparo e, quando occorre, si stringe in abbracci protettivi all’uomo padrone assoluto della situazione.

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Fanta-ecologia

E, nonostante la natura riesca a esigere il giusto tributo di sangue, quell’uomo, alla fine, superati i dubbi che la propria moralità gli impone, decide di sbarazzarsi delle creature abominevoli che lui stesso ha creato, piazzando cariche di dinamite per tutto il lago e facendole detonare.
Colpisce, come sempre, l’assoluta leggerezza con la quale, in b-movies di questo tipo, si affrontavano temi che poi, col crescere della consapevolezza sociale, sarebbero stati ingigantiti a dismisura, fino a divenire parte dominante e sgradevole dell’intreccio fanta-ecologico di molti altri polpettoni.
Qui si dà ascolto ai bisogni primari, alla sopravvivenza. E solo a quelli.
Il problema è Cape Canaveral? E magari, non tanto la base in sé, quanto i dubbi e le angosce di esperimenti mantenuti segreti? E allora lo si sbatteva in faccia al pubblico in qualunque modo.
Quanta di questa critica sociale arrivava alle orecchie delle coppiette impegnate ad aggomitolarsi nei drive-in non è dato sapere.

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Il Kimono di Yvette

Restano intatti il fascino delle immagini che mescolavano impunemente tecniche di ripresa classiche, statiche, primi piani degli attori, e fondamentalmente una concezione altrettanto antica del cinema, con dialoghi fiume, storie d’amori e tradimenti, scene da sospiro sentimentale, a innovazioni, quali le riprese subacquee, gli effetti speciali che miglioravano di giorno in giorno, è vero, ma che non dovevano aspettare e che così venivano riversati impietosamente, insieme alle incursioni del mostri, in mezzo a intrecci di tutt’altro genere.
Oggi sarebbero considerati echi di realismo, i mostri che irrompono nella quotidianità, a quel tempo erano evidenti segni di arrangiamento.
Settantamila dollari, non bruscolini, e un kimono con ideogrammi orientali per Yvette Vickers.
Quanto basta per attirare gente al cinema e intrattenere.
E tutto, proprio tutto, costituisce un piacevole e familiare sottofondo, ma quel che più conta, ancora una volta, è la ragazza accanto a te. Sempre lei. Sempre in quel drive-in.

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