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Ammazzavampiri (1985)

by Germano on 05/05/2010
Book and Negative
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Una musica come questa riesce a fare la differenza rispetto a… adesso. La sentite? Sa di sintetizzatori, di locali notturni e di bui vicoli nebbiosi.
Inutile evocare spettri di paragoni superflui. Nel 1985 era questa la scena. Nel 2008 tutti sappiamo come è andata a finire.
Ammazzavampiri (Fright Night, 1985), come tanti altri dell’epoca, fa parte della mia infanzia. Visto e rivisto innumerevoli volte in televisione. Queste cose passavano spesso e volentieri sugli schermi. Era l’alba della tv commerciale e, tra continui spot pubblicitari sparati senza grazia, ma con puro interesse economico [il loro], si potevano ammirare le vicissitudini di Charley Brewster, del suo vicino di casa, il vampiro Jerry Dandrige e del cacciatore di vampiri Peter Vincent, così chiamato per omaggiare Peter Cushing e Vincent Price.
Ricordo che a quel tempo non esistevano astruse fasce protette e i nudi parziali delle ragazze con le quali il signor Dandrige si intratteneva, notte dopo notte, venivano mostrati senza starci troppo a rimuginare. Il ché contribuiva alla “magia” degli anni ’80.
Da bambino questo film era unico. Per molti versi lo è anche ora che sono un adulto. E quella che poteva somigliare a sincera angoscia e a sottile e piacevole terrore, quale può provare un ragazzino che immagina e allo stesso tempo teme un vampiro occupare l’appartamento accanto al suo, ora si è tramutata in affetto e nella consapevolezza di aver assistito a un grande spettacolo.

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Fright Night

“Ammazzavampiri” è un riuscitissimo insieme di generi, e, allo stesso tempo, sentito omaggio al cinema gotico, ma non solo: è commedia adolescenziale e romantica, parodia, horror e metacinema. Uno di quegli esperimenti che oggigiorno ritengo assolutamente irrealizzabili, visto come sono tutti presi, i registi, dalla smania per la tecnica e per le vuote citazioni, incomprensibili ai più.
Difficilmente classificabile, quindi. E non privo di pecche dal punto di vista narrativo.
Ma, in fondo, chi se ne frega?
“Ammazzavampiri” diverte, ora come allora. Direi che questo può bastare. Tom Holland, il regista, ha in cantiere il suo remake., non si sa in quale veste, ovvero se siederà nuovamente alla regia o si limiterà a un ruolo di supervisore. Remake da vedersi, auspicabilmente, prima della fine del mondo, nel 2012.
Non che questa notizia mi faccia piacere. Pur trattandosi del medesimo regista, le regole valgono anche per lui. E un remake, come sapete, per me parte già con un piede nella fossa, cinematograficamente parlando. Non basta mica la consapevolezza che il soggetto tratti di non-morti perché il nuovo “Fright Night” ne riceva automaticamente beneficio.
È facile e scorrevole la strada per l’inferno del cinema. Lo sapete.

- Peter Vincent utilizza i suoi paletti alla rovescia... -

– Peter Vincent utilizza i suoi paletti alla rovescia… –

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Un film sui Vampiri (wow!)

Charley Brewster (William Ragsdale) è un liceale. È fidanzato con Amy (Amanda Bearse) e appassionato di vecchi film dell’orrore presentati ogni notte nel programma “Fright Night” [“Ore d’Orrore” nella versione italiana, ndr] dalla vecchia gloria del cinema Peter Vincent (Roddy McDowall), la cui fama è legata ai suoi innumerevoli film nei quali ricopre il ruolo dell’intrepido ammazzavampiri. Una notte, mentre alla tv riecheggiano le urla delle vittime dei succhiasangue dei film di Peter Vincent, Charley scopre che il suo vicino di casa, il signor Dandrige, sembra nascondere un turpe segreto nella sua cantina: una bara.
Appassionato di horror com’è, Charley decide di approfondire questo mistero, specie dopo che in città vengono rinvenuti i corpi di ragazze barbaramente assassinate. Le stesse ragazze che lui ha visto recarsi, le sere precedenti i delitti, proprio dal suo vicino…

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Il Metacinema

Il pregio di questo film e, di conseguenza, la sua riuscita, è nella duplice sospensione di incredulità che esso esige. La prima, come è ovvio, è pretesa dallo spettatore. Un compito neanche troppo difficile:  l’assunto è che i vampiri esistono al cinema, nella finzione letteraria, così come nella realtà. La seconda sospensione, che è la medesima nel contenuto e deriva dall’impianto fondato sul metacinema, è richiesta ai personaggi, alcuni di loro attori come Peter Vincent, che vengono chiamati a combattere creature, i vampiri, che essi sanno inesistenti, ma che non solo si rivelano essere pericolosamente reali, ma caratterizzati da identiche peculiarità e punti deboli, quali noi tutti conosciamo, ovvero la debolezza alla vista delle croci,  verso l’acqua santa,  e verso i paletti di legno.
Che il vampiro nel film sia reale è chiaro fin da subito. Non possono esserci dubbi. E, oltre alla sua veridicità, egli è anche spietato, per quanto ingenuo, o meglio, fin troppo sicuro di sé, tanto da finire più e più volte ingannato dalle trovate, sempre derivate dal cinema, del ragazzo che coraggiosamente, come fanno tutti i ragazzi, lo affronta, aiutato dal vecchio ed esperto, per quanto pavido, cacciatore.
L’ipotesi di realtà o irrealtà non è approfondita e non sussistono grandi e profonde analisi, del tutto superflue in ogni caso. Il punto focale è, piuttosto, un rincorrersi di presunte verità, reali e immaginarie. La prima realtà, quella che noi conosciamo e che ci circonda, è destinata a crollare sotto le innumerevoli visioni mostruose che Jerry Dandrige ci regala, a colpi di zanne e artigli. Merito anche del trucco e degli effetti speciali, del tutto all’altezza del compito.
Di tutti i protagonisti, l’unico a non essere scettico è Charley, piuttosto vittima dello scetticismo di tutti gli altri, amici e non, e della lieta e volontaria collaborazione alla costruzione dello stesso scetticismo da parte dei due esseri sovrannaturali, Dandrige e il suo aiutante, Billy Cole (Jonathan Stark). Amy, la fidanzata che, in un omaggio a “Dracula” di Bram Stoker, incarna le fattezze di un’antica fiamma di Dandrige e l’amico di Charley, “Evil” Ed Thompson (Stephen Geoffreys), “Fiele” nella versione italiana,  sono destinati a sperimentare sulla loro pelle il prezzo di tanta sfiducia, trasformandosi ambedue in esseri mostruosi, mentre Peter Vincent, che tutta la vita ha vissuto nella finzione del suo eroe cinematografico ritrova nel mondo reale il suo posto e il suo ruolo, proprio nel momento in cui dalla stessa vita era stato calpestato. Egli scopre che tutte le sue nozioni e abilità, persino l’equipaggiamento che era solito utilizzare sul set dei suoi film, hanno acquisito improvvisamente potere ed efficiacia, quella stessa che egli, per finzione, era solito attribuire loro.

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Artigli

Musica perfetta, d’atmosfera, inquadrature compiaciute che indugiano sulle scenografie e sui dettagli, quali raramente si trovano e, persino, una storia d’amore, leggera e non troppo seria, quale è lecito aspettarsi da una coppia di ragazzi. C’è il sangue, le croci che deturpano orrendamente la pelle dei non-morti, esseri maledetti e sconsacrati. Ci sono trasformazioni e morti che stupiscono per la crudezza e il raccapriccio. E poi c’è lui, Jerry Dandrige, di volta in volta vicino cortese ed elegante, incallito seduttore, assassino, uomo nero che ti insegue nei vicoli bui, ma sufficientemente stupido da lasciare la finestra aperta in modo che il suo dirimpettaio impiccione scopra i suoi “passatempi”. Questa figura fascinosa, rivisitata, ma al contempo classica del mito del vampiro, pur nella sua cornice pseudo-parodistica e leggera di commedia horror, resta una delle più riuscite e passa alla storia del cinema con la stessa leggerezza con la quale abbassa, con dita munite di lunghi artigli, la tendina della sua stanza, dedicando le proprie attenzioni alla sua splendida partner occasionale.
Un piccolo gioiello.

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