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Alien (1979)

by Germano on 19/12/2009
Book and Negative
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“Un perfetto organismo. La sua perfezione strutturale è pari solo alla sua ostilità. […] Ammiro la sua purezza. Un superstite; non offuscato da coscienza, rimorsi o illusioni di moralità.” (Ash)

Esiste una particolare specie di vespe, dette Spider-Wasps, che ha la strana abitudine di deporre le uova sull’addome dei ragni. Le uova si dischiudono e le larve di vespa, dopo aver paralizzato il ragno, se ne nutrono. Questa storia causò a Dan O’Bannon (30/09/1946-17/12/2009) degli incubi tremendi che egli utilizzò per scrivere la sceneggiatura di Alien (1979).
Il suo alieno, similmente agli insetti, avrebbe deposto le sue uova in ospiti umani, dall’interno dei quali, poi, il piccolo sarebbe fuoriuscito…
Questa è la storiella, così come O’Bannon stesso la raccontava, della genesi di uno dei film più belli di tutti i tempi, un capolavoro assoluto, nonché capostipite di una delle saghe di maggior successo della storia del cinema.

Dan O’Bannon e Ronald Shusett, quindi, ma anche -non accreditati- Walter Hill e David Giller che stabilirono che Ripley (la bella Sigourney Weaver) dovesse essere una donna, cosa non specificata nella prima stesura dello script, e che aggiunsero l’idea del robot, Ash l’ufficiale scientifico artificiale (Ian Holm), e quella di Jones, il gatto presente a bordo dell’astronave. Ridley Scott subentrò alla regia che, originariamente, doveva essere di Walter Hill.

La Nostromo è una gigantesca astronave mineraria. Idealmente la sua lunghezza, carico compreso, avrebbe dovuto avvicinarsi ai 2,5 km. Essa sta ritornando sulla Terra, carica di minerali. Il suo equipaggio, composto da sette elementi, senza contare il gatto e il computer di bordo Mother, è in stasi, per affrontare il lunghissimo viaggio.
L’intercettazione di un radio-faro di origine sconosciuta induce Mother a interrompere il sonno dei protagonisti. Le regole della compagnia per la quale lavorano impongono un accertamento.
Su un pianeta morto, fonte del radio-faro, viene rinvenuto un vascello alieno precipitato; al suo interno ci sono delle uova, da una delle quali esce un “organismo” che si attacca al volto di uno degli astronauti in esplorazione. E che ha contribuito a diffondere il personale incubo di O’Bannon al mondo intero, me compreso. L’idea del face-hugger, lo stadio intermedio della nuova specie il cui unico scopo è impiantare l’embrione nello stomaco del suo ospite, è quanto di più agghiacciante sia stato concepito, complice anche il particolare aspetto donato alla creatura…
L’organismo germinerà nel suo ospite, come ipotizzato da O’Bannon, dando vita all’alieno che diverrà predatore dell’impreparato equipaggio.

- John Hurt legge un libro sul set -

- John Hurt legge un libro sul set insieme al face-hugger -

Sinceramente, non riesco a trovare un punto debole per questo film. Coloro che lo bollano come datato non sanno neppure di cosa parlano. E’ un film artigianale nell’accezione più ampia del termine. Con tutti i suoi artisti fisicamente sul set a lavorare, a sporcarsi le mani con gesso, silicone, vernice, legno e pezzi di Rolls Royce (alcuni utilizzati per il costume dell’alieno…), intenti a dar vita a sublimi scenari da incubo.
La Nostromo è un modellino, ovviamente, anzi tre, ma i set dei suoi tre ponti e la camera di Mother, oltre che la Narcissus, la capsula di salvataggio, furono concepiti nei minimi dettagli e forniti di quell’aspetto decadente e un po’ vissuto, persino disordinato, palesemente contrario a quella visione asettica della fantascienza, a suo modo eccezionale, di Kubrick. La Nostromo è un’astronave del tutto inadatta alla missione che è costretta ad intraprendere; necessita di continui rattoppi da parte dei due meccanici di bordo, cosa che le conferisce un realismo altrimenti inusitato.
Oggi si sorride un po’ vedendo la primitiva interfaccia grafica di Mother, ma anch’essa, con i suoi fosfori verdi e i suoi schermi vittime di refresh, contribuisce a quella visione di un futuro decadente che si respira durante tutto il film; un futuro che non è stato in grado di eliminare gli squilibri sociali e le lotte di classe, ad esempio; in cui la compagnia, il colosso industriale che possiede la Nostromo, possiede anche il suo equipaggio e ne decreta la sorte in nome del profitto che deriverebbe dal mettere le mani sulla creatura.
Gli artisti presenti fisicamente sul set, dicevo, ma anche trovate registiche eccezionali: a) nella scena della nascita dell’alieno, ad esempio, Veronica Carthwright (Lambert) non si aspettava di essere investita da uno schizzo di sangue, cosa nascostale da Scott, la sua espressione, così, è di autentico stupore; b) Jones, il gatto, pareva essere del tutto indifferente a Bolajii Badejo, il masai gigantesco che intepreta Alien, nonostante indossasse il costume; fu necessario, quindi introdurre un cane sul set affinché Jones reagisse spontanemente in presenza del “mostro”; c) per il velo luminoso che sembra ricoprire le uova all’interno della Derelict (l’astronave aliena abbandonata) si utilizzò un’apparecchiatura usata dai The Who nelle loro esibizioni live; d) l’idea che la creatura avesse acido al posto del sangue è dello stesso O’Bannon e nacque per un’esigenza pratica, ovvero, non si riusciva a trovare una buona giustificazione al motivo per il quale l’equipaggio non avrebbe dovuto utilizzare armi da fuoco per uccidere l’alieno; l’acido che avrebbe perforato lo scafo sembrò un ottimo stratagemma; realizzato successivamente spruzzando dell’acido solforico su del comune polistirolo.
Il geniale e visionario H.R.Giger, curò personalmente ogni dettaglio relativo al look extraterrestre della creatura e dei set, basandosi sulle descrizioni di O’Bannon a sua volta ispirato da un quadro dello stesso Giger denominato Necronom IV e arricchendoli di pesanti allusioni sessuali, donando così all’ottavo passeggero, così come venne chiamato lo xenomorfo nell’edizione asiatica del film, un aspetto entrato nell’immaginario collettivo. Originariamente provvista di occhi, la creatura, alla cui realizzazione effettiva partecipò il nostro Carlo Rambaldi che curò la parte meccanica della testa, ne venne privata, in modo da rafforzare l’idea dell’essere mosso da puro istinto, così magistralmente descritto dalle parole di Ash.
Il senso di tensione che ne deriva, amplificato dalla volontà di Ridley Scott di non inquadrare mai completamente l’alieno, sempre celato dalle ombre liquide dei corridoi dell’astronave, mimetizzato quasi col metallo circostante, è magistrale.
Tensione, incertezza, paura dell’ignoto, ma anche esistenzialismo, in questo ineguagliabile film che vede un’eroina, del tutto all’altezza del compito, trionfare sulla natura più estrema e sulla cupidigia degli uomini. Sigourney Weaver, non precisamente una bellezza prosperosa, divide la scena col suo alter-ego, duello che sarà riproposto costantemente nei seguiti della pellicola, sempre da lei interpretati, fino all’identificazione della stessa con la madre della creatura. Un connubio malsano che ben si sposa con il finale claustrofobico sulla Narcissus, in quello spazio angusto dove non è più possibile scappare e dove la morte di uno dei due è condizione ineluttabile.
La produzione, per una volta, salvò il film imponendosi sul regista che voleva un finale diverso, più cruento, che si sarebbe concluso con la morte di Ripley, uccisa da alien, ma anche più sciocco se è vero che esso -il finale- prevedeva un messaggio inviato dall’alieno stesso -che avrebbe dovuto imitare la voce di Ripley- alla Terra per chiedere soccorso e così raggiungere il nostro pianeta. Per fortuna, il mostro rimase un animale dotato di istinto, con reazioni del tutto verosimili, per quanto intelligenti, è ciò gli conferì i contorni del mito.

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