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Akira

by Germano on 14/01/2013

Rivedere Akira mi ha fatto comprendere tante cose, e ricordarne altre.
La prima volta lo gustai in VHS, comprandolo chissà in quale edicola, in una mattinata di sole. Avete presente quei giorni in cui il sole acceca, e nella vostra mente, oltre alla luce, restano solo pochi contorni definiti, e colori vividi? Oltre l’edicola, una donna con un vestito leggero color ciclamino e una paglietta.
E io ero un ragazzino convinto che i cartoni animati fossero roba per me, per quelli della mia età. Qualcuno, magari all’epoca aveva 30-35 anni, quanti ne ho io adesso, aveva avuto il coraggio di farlo distribuire qui da noi. Dicono venne anche proiettato al cinema, e conosco almeno una persona che ci è andato a vederlo sul serio, al cinema, e ne è rimasto sconvolto.
Poi ieri, su tumblr, inserisco una chiave di ricerca: “akira”, e mi imbatto in una GIF animata, tetsuo che si proietta all’esterno della torre dov’è tenuto in osservazione, e vola nel buio della notte di Neo Tokyo. E c’era un commento, in calce all’immagine: “this movie fuckin blew up my mind”.
E poi inizia lo score intitolato Illusion. E tutto quel calore, quella luce di quel giorno all’edicola diventano ricordo, che è pari a quelli dei bambini manipolati dal governo in Akira, per estrarre dalle loto menti l’energia del tutto.
Per la cronaca, all’epoca, dopo la prima visione, non ci capii granché. E avessi avuto internet, forse, e dico, forse, mi sarei precipitato alla ricerca del significato.
Ma, ciò nonostante, lo apprezzai per quello che è, innanzitutto, Akira: un film d’animazione.

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Quel film che mostrò al mondo che l’animazione non era solo roba per bambini, ma era mezzo espressivo artistico, come tanti altri, veicolo per diffondere un messaggio, compiacimento nell’estetica del colore. Perché fosse realizzato, vennero inventati dei colori apposta, un’intera gamma. E non venitemi a parlare solo di fumetto.
E su tutto, anche questo scoperto anni dopo, ché non essendoci internet, fui costretto ad approfondire come ogni essere senziente, tramite la ricerca e lo studio, la forza dell’autore/creatore Katsuhiro Otomo che riuscì a imporsi serbando il controllo sulla propria invenzione narrativa, non lasciando che venisse manipolata e, con ogni probabilità, dispersa.
Una di quelle storie che sfiorano talmente tanto i confini dell’assoluto, dell’esistenza, che è difficile, quasi impossibile, dar loro una degna conclusione.
E comunque, sono stati necessari anni di studio per arrivare a comprendere tutte le suggestioni insite in questo film. E parlo di studio in generale, non di studio del film. Quello l’ho lasciato riposare, nel frattempo. L’ho rivisto poche volte, Akira.
Dopo ho schiacciato ancora play. E ho visto. Ho rivisto Kubrick, ho rivisto Stati di Allucinazione e le teorie sull’inconscio collettivo e la memoria storica, in quanto esseri senzienti, dell’universo, dell’abisso del tempo che ha preceduto tutti noi, della religione inventata dagli uomini, che si avvicina all’assoluto con le ragioni sbagliate, e ne travisa il senso, il gusto della messinscena distopica, del futuro decadente e oppresso, sbagliato, in un certo senso, ma che proprio in quanto tale è narrativamente affascinante, dato che la buona narrativa è consunzione, per certi versi.
Opera compiuta, valida o meno, giusta o sbagliata, sono cose che non importano. Importa l’oggetto e la sua realizzazione: magnifiche.

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Si scherza anche con la teoria del Big Bang, la convinzione che tutto sia nato dall’esplosione di una particella infinitesimale, a cui tutti noi, tutto deve ritornare. Ed è solo un fumetto.
Certo, poi c’è anche la rabbia insita nella giovane età dell’autore, il gusto dello splatter che mai come in questo caso è giusto, e mai come in questo caso ha incontrato sulla sua strada perbenismo e stereotipi, quelli che arrivarono a considerare quest’opera come una mera “orgia di sangue”. E lo capisco in quanto, a livello narrativo, sono arrivato a provarlo anche io. Ha un senso, tutto quel sangue e quella violenza, che supera il realismo,  lo satura e lo trasfigura, diviene messaggio.
Non mi va né di contestare le critiche né di vantare le lodi, Akira si difende da solo.
La sequenza dell’attacco degli Esper, sotto forma di giocattoli grondanti latte, a Tetsuo, le esplosioni in lontananza, sullo sfondo della megalopoli, che ineriscono a un substrato sociale di sconvolgimenti, la battaglia nelle fogne, con ondate di merda che annegano i protagonisti, i bambini-vecchi, risultante di esperimenti giustificati in nome della scienza, la battaglia allo stadio olimpico, il cui simbolo coi cinque cerchi è scolpito nella sedia sulla quale Tetsuo si siede, i raggi del sole che accarezzano le rovine della città, alla fine dello scontro… e la consapevolezza che i protagonisti di questa storia non sono predestinati, ma persone qualunque, capitate lì per caso. Il caso o la volontà (e di chi?) che rendono possibile l’evoluzione della specie.

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Otomo maneggia la narrativa e i temi che più amo, e lo fa con maestria che è pari solo alla solennità della colonna sonora.
Narrativa che insinua, mostra, non spiega, fornisce gli elementi, tutti, senza indicare alcunché.
E infine, l’accostamento degli estremi, il tutto che diviene Akira/Tetsuo e la capacità, persino in un momento di trascendenza, di poter contare sulla memoria, i ricordi delle corse con Kaneda a bordo delle rispettive moto, quelli ancora più vecchi, d’infanzia, in un tempo che non scorre in una dimensione, ma che diviene compresente a se stesso, inglobando tutto.
Una cosa mi diverte, e mi ha colpito oggi come mai prima, di Akira, la parentesi sui culti millenaristici che scorrono lungo tutto il film, come un fiume d’idioti che non comprendono il vero senso degli eventi, neppure lo intuiscono, perché gestito da pochi, ma che pretendono di esserne protagonisti. Negare il progresso e la conoscenza in luogo di un’entità superiore che mostri loro la via: in poche parole, gli sciocchi. Che, come tutti, posseggono il dono, come tutti hanno la potenzialità di diventare dei, esattamente come Akira e Tetsuo, ma che preferiscono abbandonarsi a saccheggi, alle scritte sui muri, al vandalismo o all’accidia.
Ma la cosa che davvero non mi spiego, ma che adoro, è come possa, il ritratto di questa megalopoli notturna sporca, violenta e inquinata, dominata da uno stato di polizia e soggetta ad attentati dinamitardi a ogni ora del giorno e della notte, risultare visione così allettante, quasi rilassante del mio immaginario. La potenza, è il caso di dire, della distopia, che mostra i difetti e li idealizza, e offre il dono di raccontare storie in un mondo che, altrimenti, sarebbe anonimo.
E sia chiaro, tra tutti questi attori e questi ruoli, mi vedo a cavallo di una moto, a sfrecciare lungo le arterie stradali, come sangue pulsante. La moto e il mio giubbino, dopotutto, sono rosse.

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