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All the Boys love Mandy Lane (2006)

by Germano on 28/12/2011
Book and Negative
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Mi viene in mente questa canzone. Andava forte sul finire dei Novanta. E va benone per Mandy Lane, col retrogusto amaro.
Questo film, cucito addosso ad Amber Heard, risalta proprio per i motivi che coincidono, per una volta, con gli intenti del regista. Aspetto pregevole.
E comunque, All the Boys love Mandy Lane (Tutti i ragazzi amano Mandy Lane) già vanta aneddoti che sono leggenda, sui quali si può costruire un altro film nella migliore tradizione del metacinema: un cimitero del 1800 nel terreno accanto alla cascina usata dal cast, cimitero di una città scomparsa nel nulla. Il ranch di proprietà della famiglia di Hilary Duff, cosa già di per sé abbastanza inquietante, nella cui casa pare sia morta una ragazzina. Ragazzina che, a più riprese e vestita di bianco, è stata avvistata nei pressi del set a fare capolino dall’altro mondo. E c’è chi giura che proprio non dovevano esserci ragazzine nei paraggi…
E immagino Amber che lo scorge in lontananza, il fantasma, mentre è impegnata a farsi corteggiare per esigenze di copione. Cosa che avrebbe incrementato, magari lo ha fatto davvero, la qualità del suo recitato. E forse anche quella degli altri attori. Una cosa da strizzare.
Terza regia di Jonathan Levine, che, lo apprendo adesso, nel 2012 ci delizierà con Warm Bodies e gli zombie innamorati. A saperlo prima…
Costui ha avuto la fortuna di lavorare con Amber, rivestendola del mito. Creatura intoccabile Mandy Lane, eterea e indifferente, come una semi-dea. Tutti tentano di possederla, come satiri. Il film sembra essere tale, ma questa maniera di vederlo è superficiale, asseconda la confezione più che il contenuto.

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Già dal prologo si intuisce, infatti, che qualcosa di subdolo è in agguato. E attenzione, non è il senno di poi a farmelo dire. La capacità manipolativa attribuita a certi personaggi è fin troppo evidente e trasmette quel piacevole senso di disagio, che si esplica nelle attese, negli sguardi sfuggenti e seccati di Mandy (Amber Heard).
Venti minuti. Venti minuti per farselo piacere, questo film, o per mandarlo affanculo. Perché l’adolescente bella e terribile come l’alba, concupita da tutta la scuola, e intendo proprio tutta, che fa la passerella nel corridoio degli armadietti di metallo, e lo slalom tra scie di bava di ragazzi arrapati, l’abbiamo vista da sempre. Uno le scuole americane se le immagina così, prostrate dinnanzi alla più figa dell’istituto, e cosparse di occasionali e sistematiche sbavate. Contenti loro. Un cliché istituzionale dal quale è impossibile evadere. Ma…
Come detto, c’è quel disagio forte, quel distacco necessario e funzionale. Sembra incidentale, ma è sistematico. E, prima degli zombie innamorati, spinge a complimentarsi con Levine. Buon per lui.

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Gli slasher non sono il mio pane. Ma occasionalmente mi concedo a loro. Spesso restandone indifferente. Qui gli elementi per farselo piacere ci sono tutti. La presunta scream-queen Amber, la spalla, altra scream-queen Whitney Able, quella che va a spasso nel giardino dei mostri, gli immancabili ragazzi di contorno, una location suggestiva, che è anche l’unico modo per mantenere basso il budget del film. Un set nel quale si vive per qualche mese. La casa infestata, dal vivo però. Non manca proprio niente. E, come ho detto, superata la fase teen-comedy, il resto ci scorre addosso con piacere, nonostante il primo colpo di scena avrei preferito vederlo svelato verso la fine, in modo da caricare al massimo il piacere dell’agnizione. Ma, ehi, non si può avere tutto.
Sogni d’adolescenti infranti e sconfinati abissi, quotidiani. La storia del mito greco è la facciata, il resto, quello che c’è sotto, ci è mostrato anche dalla cronaca. Bravi tutti, a lasciarlo intuire senza svelarlo. Brava soprattutto Amber Heard, che svicola dalla sua natura di pinup e mostra non quarti di pelle (non si vede nulla, infatti), ma il recitato. E ancora non riesco a capire se lo stupore sia imputabile alle aspettative mediocri disattese, o alla sciatteria cinematografica coeva.

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Momenti al sangue ce ne sono pochini, a dire il vero, e non particolarmente sconvolgenti, neppure il presunto omaggio a Bunuel, il cui occhio bovino resta, a tutt’oggi, ineguagliato per gratuità ed effetto dirompente. Però, ecco, piacevole palcoscenico e confronto, su un canovaccio esile esile. Brevi accenni del passato dei protagonisti, eventi non tanto rari o tanto gravi sui quali imbastire una mediocre giustificazione. Le cose stanno così, per una volta tanto, per pura cattiveria, per noia o quel che è.
Soprattutto, assente qualunque volontà di apologia. Visto che ogni cliché, in novanta minuti, viene distrutto: l’adolescente sfigato e timido con le ragazze, la troietta sicura di sé, ma sfortunata con gli uomini, il bravo ragazzo, il fighetto, persino il reduce del Golfo, altra sagoma di cartone immancabile, qui presa coerentemente e con gusto, per il culo.
All the Boys love Mandy Lane non sbaglia proprio nulla. A partire dal titolo, che sa di rivista pulp, sporca e dalle pagine incollate da chissà che, per finire col nome del personaggio, Mandy Lane, musicale quanto basta per fissarselo subito in testa, con quel cognome evocativo, Lane, che sa di viuzze sulle quali affacciano le villette borghesi, quelle cinte con gli steccati bianchi, dietro le mura delle quali, ci hanno abituati a pensare, si celano piccoli  inferni.

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