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After Earth (2013) – [Recensione]

by Germano on 08/06/2013
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Uno dei motti che mi ha accompagnato in questi anni, durante la gestione del blog, è: Shyamalan risorgerà.
Perché il buon M. Night è da anni che ha imboccato la stessa stradina laterale di Argento. Una scorciatoia.
Ora si trova in galleria, e tra poco sbucherà in una frazione sconosciuta, lontanissimo dalla metropoli del cinema.
E i motti, si sa, non sono mai serviti a nulla.

La versatilità di questo After Earth è invero rappresentata dal personaggio principale Cypher Raige, interpretato da Will Smith, cui si deve anche la storia, poi tradotta in sceneggiatura da Shyamalan e da Gary Whitta.
In che modo?
Bene, Cypher Raige è un ranger, ovvero un monoblocco di granito, peggio che Stallone in La Vendetta di Carter, se si ferma pare un pezzo di pietra, è il tipico simpaticone che, in collegamento video con la moglie fornita di torta di compleanno con candeline accese, alla richiesta di soffiare per spegnerle, anziché stare al gioco risponde: “Lo sai che è impossibile”. Perché sì, lui non è lì fisicamente, quindi non può mica spegnere le fottute candeline.
Avete presente il tipo? Lo prendereste a bottigliate in testa dalla mattina alla sera…
E ha lo stesso umorismo (e la stessa voce) di un terminator, ma uno dei primi modelli, quelli con la pelle di gomma e abbastanza scemi per riuscire a farsi passare per umani. Più che altro parla a monosillabi: Sì, no, etc… L’uomo che ogni donna vorrebbe sposare per poi avere la scusa di mescolare alcool e psicofarmaci.
Storia di Will Smith che, udite udite, in origine non era una roba fantascientifica, ma una storia dove padre e figlio vanno in campeggio, l’automobile sulla quale viaggiano ha un incidente, il padre resta ferito e il figlio parte alla ricerca dei soccorsi, un viaggio che è anche viaggio verso la maturità.

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***

Ma il progetto è fighissimo, nella testa di questi signori, perciò pensano di riciclarlo, insieme a un po’ di mobili presi dal Pianeta delle Scimmie o qualche altro sfigatissimo set di fantascienza, e di sostituire alla automobile un’astronave, e al campeggio il pianeta Terra, abbandonato dalla razza umana eoni prima e ora diventato inospitale per l’uomo.

Ooohh di profonda meraviglia.

Quindi l’idea alla base è un film di formazione.
Che ci può anche stare, se si supera l’antipatia innata della star hollywoodiana che vuole far fare carriera al figlio, per forza.
Ma in After Earth ci sono due problemi di scarsissimo rilievo: la storia e la regia.
Perché, diciamocelo, alla fine, ciò che resta è un grande imbarazzo, per uno “spettacolo” che non offre uno spunto uno che sia originale, a cominciare dai costumi anonimi che paiono tute fremen di serie Z, e che nei momenti in cui vorrebbe solleticare il sense of wonder degli spettatori fa sganasciare dalle risate.

Vi faccio un esempio.
Il Monoblocco Will Smith, ferito e sofferente, spiega al figlio: “Fai attenzione a papà tuo, ché su questo pianeta cattivo tutte le creature si sono evolute per uccidere gli esseri umani!”
L’espressione del figlio è questa: o_o. Più o meno la stessa durante tutto il film.

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Poco dopo, abbiamo l’incontro del figlio con un selvaggio gruppo di babbuini, e uno con due puma (?) in pessima CGI, una roba poco più tecnologica degli orribili leoni di I am Legend (sempre con paparino Smith). Tutti animali ferocissimi che il Piccolo Smith riesce a tenere a bada con pietre e bastoni, neanche fosse Ryu il Ragazzo delle Caverne. E, di lì a poco, il fantastico incontro con un’aquila che, siccome ha visto che il Piccolo Smith ha combattuto contro i puma per salvare i piccoli appena usciti dall’uovo, decide di immolare se stessa prendendo il Piccolo Smith privo i sensi sotto l’ala e tenendolo al caldo durante le freddissime notti terrestri, morendo lei stessa.
Alla faccia del pianeta selvaggio e pericolosissimo, se pure le aquile ti prestano soccorso!

Una oscenità che nemmeno ne La Sirenetta.

Nel frattempo, il Monoblocco Smith si fa di antidolorifici, pensando al difficile rapporto col figlio, dal quale, essendo un militare granitico che non soffia per finta sulle candeline, si fa chiamare “signore”. E lo fa tramite flashback pallosissimi.
Muore qualcuno, ma a noi non frega nulla, perché nel frattempo il Piccolo Smith arriva al pezzo di astronave che contiene l’apparecchio, una specie di baby-monitor che servirà a trasmettere il segnale di soccorso alle altre astronavi.
Ma non è finita qui, perché tocca al mostro di fine livello. E qui abbiamo quel tocco cinefilo che non guasta mai, che ti fa proprio dire che Shyamalan è un regggista che proprio non ne trovi di così fighi in giro, perché unisce in un solo colpo Star Wars e Il Signore degli Anelli.

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C’è un vulcano, tipo Etna, solo dalla vetta del quale Piccolo Smith può trasmettere il segnale. Perché nel ventordicimilaquarantaquattro dell’era della Repubblica Spaziale, i baby-monitor soffrono ancora di interferenze.
E poi c’è il mostro di fine livello che il Piccolo Smith deve affrontare facendo ricorso alla Forza: ovvero estraniandosi dalla paura del combattimento e usando la sua spada. Sì, i ranger hanno la spada, ma siccome qua i costumi sono sfigati, non è una spada laser.

Alla fine, tutto è bene quel che finisce bene, il Piccolo Smith lancia il segnale e salva il Monoblocco Smith, frignando tra le braccia paterne un “Papàààà, voglio lavorare con mamma, non voglio più fare il ranger!”
E lui: “Anche io!”

E vi giuro che dicono esattamente così. E voi lì, che non credete a ciò che avete udito e visto.
E pensate che Shyamalan abbia avuto un brutto incidente, sia stato rapito dagli alieni, o soffra della stessa malattia di un esimio collega già citato a inizio articolo, e non abbia la più pallida idea di cosa stia facendo.

E scoprite, tutt’a un tratto, che è ora di trovarsi un nuovo motto: qualcosa di più cazzuto, per tutte le stagioni.
E fate un ciao-ciao incredulo alla balena che saluta con un tuffo l’astronave che lascia la Terra…

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