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127 Ore (2010)

by Germano on 11/03/2011
Book and Negative
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[contiene spoiler]

Aron Ralston ha un anno più di me, è alto 3 centimetri in più e ha un braccio in meno.
Dalla sua vita si poteva trarre un film. Anzi, più precisamente da 127 ore della sua vita, è così è stato. Film basato su un libro scritto da lui stesso, Between a Rock and a Hard Place (non un titolo memorabile, in effetti) in cui narra un incidente di percorso capitatogli mentre da esploratore/avventuriero rimase intrappolato con un braccio sotto una roccia franata durante una discesa in un crepaccio nel Blue John Canyon, nel deserto dello Utah.
Incredibile, ma vero, Danny Boyle ci imbastisce uno spettacolo costituito da un solo attore, musica, unità di tempo e di spazio. Certo, non dura 127 ore, ma solo 94 minuti.
Un’ora e mezza che non scorre così veloce come vorreste, che sa di reminiscenze cinematografiche e che annaspa su una morale ambigua.
In definitiva non resta molto, dopo aver visto questo film, a parte quella sensazione di claustrofobia, leggera, che ti prende all’inizio, quando il protagonista cade in trappola.

***

Paesaggi naturali mozzafiato. E indizi dispensati da una regia sorniona che, nei primi minuti di montaggio frenetico, mostra tutti, ma proprio tutti gli elementi chiave che andranno a comporre lo psicodramma successivo.
Aron Ralston (James Franco) si crede un superuomo. Intelligente, visto che è laureato in ingegneria, sprezzante e amante del pericolo, dei luoghi isolati, che mal sopporta i legami familiari e le responsabilità sociali, che soprattutto si sente vivo e libero quando si allontana da tutto e da tutti, quando è solo e solo sulle proprie forze può contare.
Dimentica il coltellino svizzero, perché ha troppa fretta per accorgersi che s’è rintanato lassù, sulla mensola, e così si accontenta di un coltello di scarsa qualità, cinese come la torcia. E lascia il rubinetto del suo appartamento gocciolare, lui che, nel deserto, avrà bisogno di bere. E tanto.

***

Difficile credere che si possa gestire un film su un unico set, se si eccettuano le riprese iniziali e le attrici/comparse che fanno capolino, pur non essendo perfette sconosciute, ma nuove leve di Hollywood, ossia Kate Mara e Amber Tamblyn.
Eppure, è con James Franco che bisogna fare i conti.
Non vi nascondo lo stupore nel leggere recensioni entusiaste. Su IMDb, 127 Ore, vanta una media di 8 su 10, che è tantissimo.
Io stesso stimo Danny Boyle, ma qui il sottotesto, io che non amo cercarne, è ingannevole.
All’apparenza è una parabola del superuomo, ma è solo il fato, la fortuna, l’incoscienza, alla fine, a farla da padrone.
D’altronde, la vita stessa si può dire frutto del caso, secondo alcuni. Quindi, perché non glorificarlo al di là dei propri meriti personali?
Tutto fa di Aron Ralston un mediocre. Un arrogante figlio di puttana. Cosa lo rende eccezionale? L’incoscienza, mista al delirio della sete, che l’ha spinto a tagliarsi un braccio pur di liberarsi. Mi spiace, ma non c’è eroismo, in questo. Se è l’eroismo che cercate. Non è neppure sfida per superare e abbattere i propri limiti.
È solo un’ora e mezza di ricordi pietosi, pur essendo alcuni parimenti affascinanti, di rimorsi e fallimenti di una vita, cosiddetta, “al massimo”. Fino alla paura, che ti fa sragionare. Alcuni ce la fanno, si tagliano via un braccio o un gamba e scrivono un libro per raccontare come l’hanno fatto, altri diventano scheletri perfettamente puliti dalle formiche.
È il trionfo del caso. Lo stesso caso che ha voluto, ribadito anche dallo stesso Aron, che quella roccia cadesse proprio in quell’istante per fotterlo.

***

Insomma, è l’uomo che piagnucola davanti alla sorte avversa, che domanda perdono per le minchiate che ha fatto e per i sentimenti che non ha mai avuto e per la ragazza che lui amava, ma che ha maltrattato e dalla quale è stato giustamente mollato. Due palle così. Quelle che ti fa l’uomo mediocre.
E, se ve lo state chiedendo, no, non basta mica tagliarsi qualcosa per rifarsi la verginità e una fama di santo.
Un personaggio così è impossibile non odiarlo.
E Boyle ci mette del suo. C’è da dire che non lo assolve. Non pone un’aureola sul capo di Aron, né lo erge a esempio da seguire. Si limita a metterci il suo mestiere, solido, sperimentato. Unico neo: questo ruolo è stato scritto e pensato per il solito Cillian Murphy.
I ricordi di Aron sono quelli di Jim in 28 Giorni Dopo. Sono visioni a occhi aperti, ipercromia, disidratazione e follia, compresa una personale idiosincrasia per Scooby Doo. Sì, proprio quello…
E voi spettatori vi trovate, alla fine, alle prese con la saggia massima zen: quando partite, lasciate sempre scritto o detto a qualcuno dove cazzo andate.
Credetemi, può essere utile. Ma anche no, se al posto di un temperino merdoso, vi portate dietro un machete.

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