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Vi spiego perché Blade Runner è un film sul Kung Fu

by Germano on 31/01/2017

Blade Runner è un film che magnifica il Kung Fu.
O le arti marziali in genere. O, meglio ancora, l’idea che noi occidentali abbiamo delle arti marziali, desunta da decenni di pessimo cinema.
Perché c’è tutto un sottotesto nascosto, a ben guardare, che impregna il film, che come sappiamo poco o nulla ha a che vedere con Gli androidi sognano le pecore elettriche e che, nella sceneggiatura, si prende molte libertà.
Prendiamo a esempio il confronto tra padre e figlio, creatore e creato, tra Roy Batty e Tyrell.

blade-runner-tyrell

Può essere, lontanissimo dall’esplorare il rapporto tra Golem e Rabbino, l’inevitabile confronto tra maestro e allievo, spesso esiziale, e/o incoraggiato a tale proposizione dallo stesso maestro. Non sarebbe la prima volta, infatti che, in fase di spettacolarizzazione narrativa, di intreccio atto all’intrattenimento, il maestro induca sottilmente il proprio allievo a sfidarlo e, implicitamente a batterlo, per dimostrare di possedere i requisiti atti a prendere il suo posto e a condurre la scuola verso una nuova era.

royTyrell invita Batty a sostituirlo e a creare una nuova umanità? Può darsi.
D’altronde, la funzione prettametne salvifica, che è propria di certo senso della giustizia derivante dal sacrificio rituale cui taluni maestri delle arti marziali indulgono, è testimoniata inequivocabilmente da Roy Batty nelle fasi del confronto finale tra lui, esemplare della nuova umanità, e Deckard.
E tuttavia, s’assiste al sacrificio di Batty, che con determinazione ferrea risce a superare il suo handicap (il braccio malfunzionante) e proprio con quello a salvare Deckard. Una salvezza duplice: fisica e morale.
Dopotutto, a ben guardare, l’idea di Tyrell di affidare il futuro della scuola a Batty dà immediatamente i suoi frutti. Nel tempo in cui Batty si fa maestro, opera in dignità e fermezza, meglio di quanto il suo predecessore ha fatto fino a quel momento.

Lo so, siete confusi.

Lo sono anch’io.

Il fatto è che, ci pensavo l’altro giorno: c’è gente, oggi, che non sa usare un vecchio telefono. Di quelli grigi, con la cornetta (Cos’è la cornetta?!?, ndr) e la ghiera rotonda attraverso la quale comporre il numero.
Sono i Nativi Digitali.

The fuck is that?

The fuck is that?

Ecco perché continuo a dire che l’evoluzione (Davide non me ne voglia) non sempre persegue la convenienza.
Ma non divaghiamo ulteriormente.

Blade Runner è un film sul Kung Fu, e di questa teoria vi ho offerto dettagliata giustificazione, tanto quanto Arrival è un film che “magnifica la guerra”.
Sì, ho letto anche questo.
E ne ridevo con Lucia.
Perché se, grazie soprattutto ai social network (al Social Network), siamo arrivati a dare pari dignità a qualsiasi affermazione, in barba a tutte le “leggi” alla base della critica e dell’informazione, allora è vero che il primo è un film sul Kung Fu, e il secondo magnifica la Guerra, senza possibilità d’errore.

Uno stato di cose che mi terrorizza, specie se identica logica (o illogica, fate voi) viene applicata a qualunque argomento “discusso” (ahahahhaha) attraverso quel canale (il suddetto social network).

Tra l’altro, lo stesso Social Network fa un gran parlare di “voler contrastare efficacemente la diffusione delle notizie false”, ovvero delle bufale.
Eppure, i suoi fantasmagorici algoritmi continuano a “preferire”, e in questo modo a dare estremo risalto, alle notizie maggiormente condivise, indipendentente dalla bontà di queste ultime.
Ciò detto, è palese che qualunque bufala, sugli immigrati, sul terremoto, sui gombloddi vari, persino sulla Terra Piatta (io a voi vi amo, sappiatelo) che fa leva sull’irascibilità o credulità della gente, venga rimbalzata ovunque.

Gregoire Guillemin

Gregoire Guillemin

Un bel casino.
Allo stato attuale, per far sì che la teoria che Blade Runner sia un film che celebra il Kung Fu divenga reale, è sufficiente che essa abbia eco mediatica attraverso il social network, tramite like e condivisioni, o interazioni sullo stesso.
Non conta che sia falsa, e/o completamente inventata, conta che sia diffusa.
E diventa vera.
L’eventuale smentita, se mai dovesse arrivare, potrebbe avere altrettanto risalto (e così diventare efficace) se e solo se vantasse un numero  di interazioni pari o superiore alla mia bufala. Cosa molto improbabile.

Arrival è un film che magnifica la guerra.
Perché? Probabilmente perché colui che ha promosso questa teoria ha frainteso il concetto di “montaggio analogico”, credendolo del Geometra Calboni. Inquadrare una serie di armi da guerra, lucide e magnifiche, fa di Arrival un film sulla guerra.
No.
Ma che importa? Ormai il treno è partito.
Eliminare i Bothan (quali Bothan?) da Rogue One fa di quest’ultimo un film razzista.
E “tutto lavoro e niente divertimento fanno di Jack un cattivo ragazzo”.
Lo sappiamo.

Così come sappiamo che, allo stato attuale, questa estrema libertà di giudizio è allo stesso tempo magnifica e pericolosa, perché porta con sé un assunto che ribalta la nostra capacità cognitiva:

Most of us hadn’t previously realized it, but it has always been true that facts don’t matter in the realm of persuasion

I fatti non contano nel regno della persuasione. In altre parole, se io riesco a convincervi di una teoria, essa diventa vera e i fatti… be’, dove sono i fatti, in una realtà che si esplica per la maggior parte attraverso uno sfondo bianco e blu di un social network? Fatti e balle hanno medesimo colore, ma, apparentemente, non medesima eco.
Quella la decidono ormai i pollici in su.

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