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VORKUTA

by Germano on 13/01/2017
Book and Negative

Si dice che la narrativa, per risultare interessante, debba presentare un certo grado di “sfortuna” applicato ai personaggi e, di conseguenza, alle storie.
Le storie interessanti sono sempre quelle travagliate.
Pensateci, è così. Cosa sarebbe stata l’Odissea senza le maledizioni di Poseidone verso Ulisse? Un semplice viaggio in crociera e un probabile divorzio, una volta che il nostro eroe fosse sbarcato a Itaca.
Ma non è sempre da ascrivere al lavoro dei narratori, il merito della difficoltà applicata a una storia.
Quasi a contraltare dell’articolo di ieri, che contrappone arte costruita e vita reale, ammettiamo che anche la vita reale possa risultare complessa, oscura, in un certo senso avvincente, per lo spettatore, quanto tragica per coloro che ne fanno esperienza.

Un posto che vi accoglie, a proposito di "architettura sovietica", con questo monumento: un macigno attorniato da filo spinato. Nella Russia Sovietica sono i monumenti che ti scolpiscono.

Un posto che vi accoglie, a proposito di “architettura sovietica”, con questo monumento: un macigno attorniato da filo spinato.
Nella Russia Sovietica sono i monumenti che ti scolpiscono.

Questo è un articolo dedicato a un amico che mesi fa mi segnalò Vorkuta, un avamposto sovietico nel profondo nord, oltre il circolo polare artico.
Sede di miniere di carbone e del più temuto gulag voluto dal compagno Stalin.
Un posto in cui le giornate durano circa due ore e mezza.

Mi chiedo sempre come sarebbe stato il mondo se la Seconda Guerra Mondiale non fosse finita com’è finita. E sempre fallisco nell’immaginare un’eventuale distopia, allorquando mi imbatto in frammenti di storia distopica sopravvissuti, forse soltanto per caparbietà, fin nel XXI secolo.

Vorkuta è definita da Anna, una signora ormai anziana che lì venne deportata nel 1946, un gulag di seconda generazione. Quello di prima generazione, quello originale, è finito negli anni Cinquanta, poi sostituito dalla corsa al carbone. Quello di seconda generazione è un gulag senza guardie, senza barriere. Le persone arrivavano a Vorkuta e finivano risucchiate nell’ultimo avamposto della civiltà, senza riuscire più a andare via, perché sfiancate mentalmente, perché nel frattempo infortunatesi sul lavoro e finite in miseria, o semplicemente perché, come nel caso di Anna, durante la prigionia, tutta la sua famiglia è finita ammazzata dai tedeschi, la sua casa data alle fiamme, e per lei, quindi, fuori Vorkuta non è rimasto nulla, letteralmente, a cui fare ritorno.
Ora Anna ha novant’anni, e Vorkuta è il posto dove, con ogni probabilità, terminerà la propria esistenza.

image-3Vorkuta ha raggiunto, nel corso degli anni, proprio a causa delle miniere di carbone, svariate centinaia di migliaia di abitanti. Le immagini degli anni Sessanta sono surreali. C’era gente elegante che cercava di tenersi aggiornata sui fatti del mondo al di là del circolo polare, c’era persino un’emittente televisiva, a Vorkuta.
Poi il carbone è finito, tredici miniere e relative industrie sono fallite, e interi sobborghi sono stati abbandonati, finendo preda della natura e della neve.
Una città fantasma, abitata tuttavia, nell’ultimo censimento che risale al 2010, ancora da settantamila abitanti.

Pensateci, settantamila persone.
Che vivono in una città per i tre quarti vuota, sotto una coltre di ghiaccio perenne.
Se avete visto la neve, sapete che non è sempre una faccenda romantica. Quando nevica intensamente l’orizzonte si disfa, la coltre bianca e la foschia s’uniscono al cielo, e rendono incerti i contorni; la sensazione è quella di vivere dentro una palla di cristallo.
Un territorio limitato, stretto da confini invisibili, che è impossibile lasciare.

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Un territorio attraverso il quale, d’inverno, ci si muove a cavallo di veicoli come il karakat.
In cui i ragazzini giocano in palazzi dalla rigida architettura operaia comunista, abitati solo da spettri e leggende della taiga. O da qualche operaio sopravvissuto alla chiusura della sua stessa fabbrica, ridotto alla fame da un incidente sul lavoro e da una pensione ridicola.
In cui ballerine portano avanti, testardamente, la loro arte, in una terra selvaggia, che non aspetta che di divorarle.

006-vorkuta-tcollSi andava a Vorkuta non solo perché deportati, ma perché, per un geologo, l’idea di studiare il territorio e trovare altro carbone poteva essere interessante, per qualche anno. Poteva essere una chance per mettere da parte un po’ di soldi. Solo che Vorkuta è una specie di buco nero che non ti molla. Finisci per sposarti, a Vorkuta, e mettere al mondo dei figli che sogni di poter portare via di là, salvo poi accorgerti che sono passati trent’anni, che da geologo sei finito a fare il minatore per poter andare avanti e che ora sei vecchio e malandato, e i tuoi figli sono prigionieri insieme a te.

Settantamila persone che si sono rivolte al Governo russo perché le aiuti a lasciare quella terra, muovendo persino la surreale proposta di cedere il territorio come area per test nucleari.

La narrativa applicata a Vorkuta ne risulta di certo interessante. L’idea che si possa arrivare a dire: “Ok prendetevi la mia casa, fateci esplodere le bombe atomiche, ma portatemi via da qui” appartiene a un universo distopico. Se fosse narrativa.
Ma questa, invece, è vita. Vita incredibile.

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