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Una lezione sulla vita: My Octopus Teacher

by Germano on 02/05/2021

Cosa dobbiamo dirci su My Octopus Teacher?
È un documentario sulla natura. Anzi no, questa è la forma che ha assunto dopo. È la storia di un’amicizia tra un uomo e un polpo.
E non importa quanto possa sembrarvi ridicola, un’amicizia tra un uomo e un polpo. La colpa è solo nostra. La scimmia uomo è un animale che ride, si sa.
L’amicizia, d’altronde, è un sentimento che io personalmente, neppure ora a quasi quarantacinque anni, riesco a capire del tutto: è stata via via sentita, tradita, negata, rinnegata, amata. E la colpa è sempre nostra: della scimmia uomo, che attribuisce alla vita e di conseguenza a qualunque manifestazione a essa legata, amicizia compresa, un valore personale.
Personale, quando dovrebbe essere universale. E quando lo sarà, ecco che avremo risolto un sacco di problemi.
Pensare come specie, non come piccoli esseri egoisti.


Ciò che mi ha affascinato di My Octopus Teacher è il suo esordio ancestrale, correnti, onde che si infrangono contro scogliere appuntite: un panorama alieno in un remoto angolo del mondo.
Un posto in cui un uomo, annientato dalla vita e dai suoi simili, si è rifugiato per guarire.
Ecco, mi ricollego a quanto scritto poco fa, siamo animali che tendenzialmente si prendono gioco della vita stessa. A causa della nostra natura, se non facciamo esperienza diretta di certe cose e/o stati d’animo, non li comprendiamo. Non ne siamo capaci. È il nostro limite.
Per mia fortuna – perché altrimenti non mi sarei sentito così legato col protagonista di questo documentario – io ho capito bene quale fosse la natura – e la portata – della crisi esistenziale di quest’uomo, e l’importanza salvifica che può aver avuto la costruzione di un legame di amicizia con un polpo comune. Una femmina, per la precisione.
A volte ci salviamo solo distaccandoci dal gorgo della sconfinata stupidità umana.
Tornando alla natura, non come volenterosi Robinson Crusoe. Non si tratta di fuga, ma di riscoperta dei ritmi basilari che ci governano, in quanto esseri viventi, e che governano ogni creatura vivente su questo pianeta, e presumibilmente, anche su altri.


L’amicizia, tra due specie diverse, si basa soprattutto sulla fiducia, la fiducia è assenza della paura per la propria vita.
Tutto qua. Questa è l’amicizia: la fiducia reciproca.
Nelle foreste di Kelp vicino a Città del Capo in Sud Africa, Craig Foster inizia una serie di immersioni in questo fascinoso luogo alieno, esplorandone il complesso ecosistema, conoscendone ogni anfratto, ogni dettaglio, e imbattendosi in un polpo, decidendo di invadere la sua sfera d’esistenza e di stabilire un contatto.
I polpi sono animali estremamente intelligenti, paragonabili, nonostante siano invertebrati, a dei primati. Sono curiosi, adattabili, applicano strategie.
E vivono solo un anno.
Il tempo è l’ossessione di chi brucia con luce doppia, come diceva Roy in Blade Runner. Circa un anno è il tempo che è stato concesso a queste creature: un tempo forgiato dal tempo, attraverso una meticolosa selezione naturale.


Foster decide di immergersi ogni giorno, per più di trecento giorni, per seguire la vita di questo semplice polpo.
Una vita piena. Avventurosa. Fatta di caccia, inseguimenti, giochi, aggressioni subite da parte di piccoli squali, ferite e… di quell’insopprimibile istinto a creare la vita stessa, anche se questo segna la fine della propria.
Perché i polpi nell’accoppiamento sacrificano ogni energia per la deposizione e la cova delle uova, fino a lasciarsi morire.
Una fine poetica, in un certo senso, in cui ci si lascia divorare da altre creature, tornando a essere parte del ciclo: trasformandosi.
Cosa ha ricavato, questa piccola creatura, da un contatto reiterato e spesso ricercato con un essere umano? Se l’è chiesto Foster.
Me lo chiedo anche io.
Non lo sapremo mai.
Forse, questa curiosa creatura bipede che dorme fuori dall’acqua e si immerge solo per fare una passeggiata ha suscitato interesse, divertimento. Chissà, forse anche affetto. È stata una presenza costante – lunga 300 giorni, una vita intera – quindi credo che in un certo senso sia diventata una routine, una di quelle che, se interrotte, ci lasciano la malinconia addosso e quella voglia di piangere e di sentirci bene allo stesso tempo, confortati dai ricordi.
Foster è guarito grazie a una piccola invertebrata, ha assorbito una lezione sulla vita da una creatura fragile e complessa, semplicemente guardandola lungo tutto il suo percorso. E lei ha vissuto certamente quella che diremmo una vita piena.
E ha cambiato quella di un uomo.

Il problema è che pensiamo sempre di avere tempo. Ma non è così.
Godiamone il più possibile.

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* i dettagli: My Octopus Teacher (Il mio amico in fondo al mare) è un documentario prodotto da Netflix nel 2020, diretto da Pippa Ehrlich e James Reed, nella 93esima edizione degli Oscar ha vinto come Miglior Documentario.

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