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Saluti da Derry

by Germano on 01/08/2017

Il guaio, a leggere – e leggere solo una volta – i classici di certa letteratura è che non si bada a certe perle. Non le si capisce, a undici-tredici anni.
Si cerca unicamente e avidamente il mostro. Solo lui.
E poi si finisce col diventare quarantenni su facebook – quarantenni sedicenti scrittori ispirati da King – e col fare esattamente ciò che il loro idolo assoluto e incontrastato prendeva per il culo nel capolavoro dei capolavori.
Facciamo un po’ di nomi, per collocare la faccenda:

Stephen King
It
Bill Denbrough

Rinfreschiamoci la memoria:

Quando Bill si alza, tutti lo guardano. È alto e ha una certa presenza.
Parlando con attenzione e senza balbettare (non balbetta da più di cinque anni), dichiara: «Non capisco proprio. Non capisco assolutamente. Perché un racconto dovrebbe essere socio-qualcosa? La politica… la cultura… la storia… non sono forse gli ingredienti naturali di qualsiasi racconto, se ben scritto? Cioè…» Si guarda intorno, trova occhi ostili e ha la sensazione che avvertano un’aggressione nel suo intervento. Forse lo è. […] «Cioè… non potreste permettere a un racconto di essere semplicemente un racconto?»
[…]
Finalmente, parlando a voce bassa come a un bambino che ha avuto un’inspiegabile crisi isterica, il professore ribatte: «Perché, tu credi che William Faulkner raccontasse semplicemente storie? Credi che Shakespeare avesse a cuore solo di intascare qualche soldo? Avanti, Bill, Dicci quel che pensi».
«Penso che lei si sia avvicinato molto alla verità» […].

Lui è Bill Denbrough, ovvero una delle tante reincarnazioni scrittorie di Stephen King, che contagia i suoi personaggi con la sua vita e la sua carriera. E li fa diventare scrittori famosi.
Sì, c’è da ragionarci su Bill Denbrough.
Perché lui si chiamava Bill Tartaglia, perché balbettava, e come tutti i Losers che hanno lasciato Derry, ha avuto successo nella vita. Ha sposato una diva del cinema, bellissima, ma dal passato un po’ disastrato. Ha smesso di balbettare, Bill, non appena s’è lasciato alle spalle, letteralmente, il suo, di passato.
Come se tutto ciò che di orribile gli sia capitato durante l’infanzia fosse solo e soltanto imputabile a quell’entità aliena che infestava la sua cittadina.
È successa la stessa cosa per tutti gli altri che Derry l’hanno salutata. E dimenticata.
Anche se, più o meno tutti loro non hanno fatto altro che riprodurre il loro passato tormentato nelle loro vite di successo. Soprattutto Beverly Marsh.

C’è un però. Che Bill la passione di raccontare storie ce l’aveva fin da piccolo. Ognuno di loro aveva un talento, quindi qualcosa di positivo c’era, in nuce. Di Derry, e di It, hanno dimenticato solo quell’aura di sfiga e di terrore con cui la creatura aveva offuscato le loro vite e quelle di tutta la cittadinanza.

Dimenticare il passato per diventare scrittori di successo.
Una cosa che infesta i nostri sogni come It. Che ci manda in povertà, nel tentativo testardo di farcela.
Solo che, a un certo punto, smarriamo la consapevolezza che ciò che scriviamo sono solo storie.
Nient’altro.
Non custodiscono segreti filosofici che salveranno il mondo e cambieranno le coscienze (che poi, una volta illuminate, potranno a loro volta salvare il mondo).
Non c’è saggezza, nei testi che scriviamo. C’è solo e soltanto l’abilità che in essi profondiamo.
Se sono scritti bene, e questo King il volpone lo sapeva benissimo, allora saranno automaticamente socio-qualcosa.
Saranno testi studiati, ricordati. Ci faranno persino dei film.
E…

– il Bill di turno ci guadagnerà duecento dollari. O duemila, o duecentomila, o due milioni, dal suo romanzo.
– e non si vergognerà, di intascare due soldi.

“I soldi non fanno la letteratura!” sbraita il professore di Bill, al sicuro del suo piccolo studio, all’ombra della sua cattedra da cui diffonde idee balzane sulla scrittura.
La scrittura è passione, ma, chissà perché, diventa SOLO e SOLTANTO passione per coloro che pretendono, con la loro scrittura, di non scrivere solo storie, ma componimenti socio-qualcosa. Di salvare il mondo, coi loro scritti. Di rivoluzionare il genere a cui hanno dedicato tanta sapienza e tanti sforzi.
Per il bene comune. Quindi gratis. Dalle loro cose socio-qualcosa loro non vogliono soldi. Vogliono solo adorazione.
Perché loro di scrittura non ci campano. Loro per pubblicare coi grandi lo farebbero anche gratis.

Ma Shakespeare ci intascava dei soldi, guarda un po’, coi quali pagarsi i propri piaceri nelle taverne, insieme a quell’altro volpone di Marlowe.
E Faulkner cosa faceva? Scriveva storie.
Persino Orwell scriveva storie.

L’unica differenza tra le loro storie e i componimenti salvifici socio-qualcosa è che le loro storie erano scritte magnificamente. Pensate, strutturate, concepite con perizia tecnica. Sopraffina.
Sui secondi non ci metterei la mano sul fuoco.

Poi lo sappiamo, Bill a quel punto ha già ricevuto la telefonata. Sta già ricordando tutto. Ha già ripreso a balbettare.
Il passato sta tornando ed è inarrestabile.
Come la seconda lettura di It, fatta nell’età della ragione, quella che ti rende capace di vedere come il tuo idolo ha ritratto te stesso, tu quarantenne che accompagni il tuo nome su facebook con “scrittore”, che ti vanti di rivoluzionare il genere, t’ha inquadrato e t’ha pure giustiziato, prima ancora che nascessi.
Solo che tu non lo ricordi, perché la tua Derry te la sei lasciata dietro, senza imparare nulla.

Grazie Bill, salutami Derry.

*

Per saperne di più sull’immagine di copertina, leggete qua.

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